Il Tirreno

Pisa

Viaggio nei quartieri

Quasi zona francatra Pisa e Livorno,vissuta solo in estate

Giuliano Fontani
Quasi zona francatra Pisa e Livorno,vissuta solo in estate

Dicono che Tirrenia sia un'"invenzione", una cittadina senza storia, realizzata sulla carta dal colpo di genio di un geoingegnere. E può darsi sia vero perché i tirreniesi più vecchi non hanno più di cinquant'anni, il resto sono pisani, livornesi, marinesi e americani

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PISA. Dicono che Tirrenia sia un'"invenzione", una cittadina senza storia, realizzata sulla carta dal colpo di genio di un geoingegnere. E può darsi sia vero perché i tirreniesi più vecchi non hanno più di cinquant'anni, il resto sono pisani, livornesi, marinesi e americani.
Tirrenia è una storia pisana del secondo Novecento, di un dopoguerra che ha mescolato le carte. Pisa si è trovata in una morsa: da una parte lo sviluppo del porto di Livorno, dall'altra il prezzo, Camp Darby, pagato all'impegno liberatorio degli alleati americani.
I livornesi o gli americani? Quesito atroce, ma l'indolente indifferenza dei pisani ha finito salomonicamente per non scontentare nessuno e così Tirrenia è divenuta una sorte di zona-franca, in cui ogni tanto si sfogano campanilismi repressi. Per lo più storie spavalde di calcio e di donne, ma soprattutto di ebbrezze alcoliche. Tirrenia, formalmente, è Pisa, ma per i pisani rappresenta quel che Gibilterra è per gli spagnoli, un'enclave straniera, di cui ci si ricorda solo nei tre mesi estivi e in tempi di elezioni politiche.
Tirrenia è Pisa, da sempre. Ma con maggiore forza formale dal 1982, quando si sciolse l'Ente Tirrenia e i 1400 ettari, per la maggior parte di pineta, tornarono alla città, tranne una porzione di 113 ettari, assegnata a Livorno.
Costretti a vivere gomito a gomito, pisani e livornesi hanno pensato a Tirrenia come a un condominio, trovando per anni nel nome di Pisorno, un compromesso. In effetti, Pisorno fu un'altra invenzione tirreniese, con gli stabilimenti cinematografici che mettevano insieme voglia di crescere e sogni di grandezza. Un'avventura nata in epoca fascista che voleva porre Tirrenia in alternativa a Cinecittà. Un filo che ne ha segnato la storia, una rosa con tante spine, che poi si è irrimediabilmente appassita. Il resto è scivolato su un piano inclinato, con il finale scritto da molti anni, la vittoria della speculazione edilizia.
Quel che non fecero i barbari... Una pasquinata in salsa pisana. Così la grande pineta ha ospitato prima un moderno albergo, poi un campo di golf che aveva voglia di allargarsi, infine residence con appartamenti e campi sportivi. Un declino - ma non tutti la pensano così - venuto avanti con gli orrori delle colonie abbandonate di Calambrone, l'addio al vecchio trammino che solcava la pineta, la via ferrata al mare mordi e fuggi del proletariato pisano, famigliole con il seguito di bambini chiassosi e sporte gonfie di panini, salumi e fiaschi di vino, con i tempi scanditi dall'orario di quel trenino rosso che sembrava l'imitazione della ferrovia vera.
Qualcuno sostiene che il mancato decollo di Tirrenia derivi dalla logistica, essendo una delle poche stazioni balneari della costa in cui non ci si imbatte neppure se si deve andare in auto o in treno da Pisa a Livorno. Ma forse è una modesta giustificazione.
La verità la sapevano già 35 anni fa, i bambini di Tirrenia. Sarebbe interessante rileggere alcuni dei loro temi. Scriveva Massimo D'Alessandro (terza B): «Tirrenia è situata nel mezzo di una pineta che ogni anno viene sporcata dalla gente che fa pic nic. Si affaccia così, anche in questo bel paese, il problema dell'inquinamento; infatti anche il mare è sporco, colpa delle fabbriche».
Rincarava Ada Gonnelli (terza B della scuola Virgo Fidelis): «Quest'anno i turisti sono stati meno numerosi. Colpa, dicono, dell'inquinamento. Non solo il mare era sudicio ma anche la pineta perché la gente che faceva la merenda lasciava i rifiuti nel bosco. Ci sono stati anche degli incendi».
Evidentemente non ci voleva molto per capirlo. Ma Tirrenia di occasioni ne ha perse tante e il turismo ne ha risentito. Gli alberghi sono praticamente gli stessi di trenta anni fa, spesso le piazzole dei pochi campeggi sono divenute postazione permanente di roulottes di pisani e livornesi, del porticciolo turistico si è parlato a vuoto mezzo secolo, un centro congressi non c'è mai stato. L'unico locale notturno di un certo stile, il Tennis Club poi Caminetto, è stato lasciato morire. Roberto Trebbi ne aveva fatto un luogo cult dal quale sono passati Claudio Villa, Peppino Di Capri, Mina, Fred Bongusto e tanti altri grandi della canzone italiana.
Qualcosa si è mosso negli ultimi anni, soprattutto a Calambrone e nella vicina Marina. Ma a sfogliare l'elenco telefonico del 1979 (a parte le recenti presenze come il Green Park) gli alberghi e le pensioni sono quasi gli stessi ad eccezione dell'indimenticabile mago del calcio Giuseppe Ging, trasformata in mini appartamenti. E anche i bar e i ristoranti.
Dal Centro Coni del vione Vannini sono passati fior di atleti di tutto il mondo, ma con scarsa ricaduta turistica. Scriveva nel suo tema Sabrina Bernini (terza A della scuola Virgo Fidelis): «A Tirrenia ci sono quattromila abitanti d'inverno e circa diciottomila d'estate. L'economia è basata sul turismo: ci sono trenta bagni, ventisei tra alberghi e pensioni, impianti sportivi, discoteche...».
Soltanto la chiesa è cambiata in meglio. Nacque il 18 luglio 1948 per iniziativa dei frati francescani minori conventuali. La cappella si completò grazie a padre Piero d'Ulivo. Ma la attuale sorse più tardi, nel 1957, su un terreno che l'Ente autonomo Tirrenia regalò alla parrocchia.
Il 30 giugno di quell'anno la chiesa fu consacrata dall'arcivescovo Ugo Camozzo che aveva definito la piccola cappella «un fiore che sboccerà presto». Un fiore nello "scatolone di sabbia", proprio in faccia alla Meloria. Se la gloria è morta, che almeno si curino le anime.

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di Redazione web