Proteste
ALLA RICERCA DELLA FELICITÀ
L'importante è avere una meta
Gianfranco Micali
◗
La campagna toscana, per Settis un luogo capace di donare felicitàSalvatore Settis è direttore della Scuola Normale di Pisa, una tra le più prestigiose università europee ed è stato per sei anni direttore a Los Angeles del Getty Research Center, la più grande e ricca istituzione di storia dell'arte al mondo. La felicità ha potuto scorgerla, e continua a vederla sul volto degli studenti meritevoli
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Salvatore Settis è direttore della Scuola Normale di Pisa, una tra le più prestigiose università europee ed è stato per sei anni direttore a Los Angeles del Getty Research Center, la più grande e ricca istituzione di storia dell'arte al mondo. La felicità ha potuto scorgerla, e continua a vederla sul volto degli studenti meritevoli, e sicuramente ne ha potuto cogliere i magici riflessi, studiando le più belle opere create nei secoli dai grandi pittori e scultori.
Sorge immediata una domanda da rivolgere allo studioso: c'è stato nella Storia un popolo più felice degli altri?
Pensando da classicista, mi viene da rispondere: i greci. Con le parole di un sacerdote egizio (secondo Platone): "Voi greci siete come fanciulli". Nel senso che i Greci guardavano al futuro, non sentivano il passato come un peso (più o meno il contrario di come li percepiamo noi, come un passato "classico"). Nell'arte greca, nella cultura greca, si scorge la felicità della scoperta. E' sufficiente pensare alle innumerevoli cose che hanno inventato. Può stupirci che, mentre erano intenti a sviluppare una civiltà così creativa, fossero anche sempre in guerra fra loro, spietatamente combattendosi e uccidendosi, città contro città. Sanguinari ma creativi. Non dobbiamo credere che l'arte renda angelici, ma può essere un ingrediente della vita straordinariamente importante.
Un ingrediente che in Toscana è esistito ed esiste in abbondanza. Il Rinascimento, agli occhi di chi guarda le opere d'arte, appare come un periodo felice...
L'immagine del Rinascimento come una specie di paradiso, dove tutti camminano sulle nuvole con la cetra e innalzano degli inni all'arte, è falsa. Quello è stato un periodo di straordinarie violenze, anche fratricide, di assassinii, di perfidie, di cattiverie inaudite. Il lievito principale del Rinascimento è stato la mescolanza fra una grande vitalità economica ed una grande capacità di creare. Le élites dell'epoca si convinsero che era possibile creare qualcosa di uguale o persino di meglio degli antichi greci o romani. Ogni volta che un grande artista riusciva a dipingere un'opera di qualità sarà stato pienamente felice solo dopo che essa veniva accettata (e pagata) dal suo committente. Ma queste opere si facevano per essere ostentate, e se vuole potremmo descrivere in termini di felicità la gioia del Signore che mostra i nuovi arazzi, o le nuove sculture della sua galleria, ai suoi ospiti, e quella degli ospiti nel guardare, nel commentare (e naturalmente anche nel criticare). Questa mescolanza vitale, e talvolta terribile, è stata straordinaria, e spiega la densità di figure di assoluto genio create in Toscana durante il Rinascimento.
Forse per questo, in tanti nel mondo, hanno la convinzione che la Toscana sia un'isola felice?
Certo, l'arte incide in maniera preponderante, ma esistono altri due fattori: la popolazione e il paesaggio. I toscani sono noti per la loro conversazione spesso spiritosa e intelligente. Qualche volta sono insopportabili, ma mediamente si respira un notevole livello di civiltà. Ed infine c'è il paesaggio. Anche se è sempre più minacciato, e adesso persino la macchia di Rimigliano, vicino a San Vincenzo, sta per diventare oggetto di una drammatica lottizzazione. Ma permangono paesaggi straordinari e quelli che amo di più, e che sono capaci di donare momenti di felicità, sono quelli dove la campagna sfuma nella città, la città sfuma nella campagna, e questo avviene in modo dolcissimo. Per esempio nella campagna a sud di San Miniato.
L'arte, lo studio, la ricerca possono davvero trasmettere felicità?
L'arte figurativa, ma la stessa cosa vale per la poesia e per la musica, può trasmettere molta felicità. Anche se di tipo diverso. C'è il piacere meramente estetico ed ineffabile che uno può provare anche davanti a un quadro di cui non capisce nulla, e c'è quel tipo di piacere che io prediligo, in particolare per l'arte occidentale che conosco meglio, di quando davanti a un bel quadro o con un'osservazione prolungata, non correndo, come fanno troppe comitive di turisti nei musei, ma fermandosi, scegliendo poche cose da guardare a fondo, via via si capisce come ha lavorato il pittore. Quando uno cerca di ricostruire nella propria testa un percorso a ritroso: parte dal quadro finito, e si immagina per quale via il pittore sia giunto a quel risultato, con quali prove, tentativi, sperimentazioni. hi si occupa di ricerca, scientifica o intellettuale, credo possa assaporare una qualche approssimazione alla felicità quando si isola da tutto dedicandosi pienamente a un problema di ricerca. Un tempo sospeso nel quale tutte le energie, se parliamo di storia dell'arte, sono dedicate a comprendere come ragionavano il pittore A e il committente B e l'osservatore C nel primo secolo dopo Cristo. Per cercare di capire, dobbiamo metterci nei loro panni, usare e mobilitare tutte le conoscenze che abbiamo, e magari qualcosa in più. Metterci nei loro panni, senza smettere i nostri. Perché il nostro tempo ci ha dotato di formidabili strumenti interpretativi. E perché è in funzione del nostro tempo che dobbiamo saper interpretare il passato.
Con l'insegnamento, con l'educazione e con l'esempio, è possibile incidere sulla felicità delle nuove generazioni?
L'orizzonte dei valori si forma e si sviluppa tramite i genitori,tramite la scuola e gli ambienti che si frequentano. E la felicità, penso, si ottiene e si giudica rispetto a dei fini, su cui è necessario intendersi. Per moltissime persone la ricerca scientifica e la cultura non rappresentano un valore. E va bene così, purché sussista qualche altro valore. Invece capita spesso, nei Paesi poveri ma in modo assai più drammatico in quelli "troppo ricchi", che l'orizzonte dei valori si immiserisca. Per essere felici occorrono un equilibrio nella vita quotidiana e vere mete da raggiungere; convincimenti profondi che sorreggano la nostra vita. Se persone esteriormente di successo non riescono a finire la giornata senza ricorrere a droghe o ad equivalenti della droga, significa che i loro successi non rappresentavano per loro una vera meta. Io credo che sia importante trasmettere un orizzonte di valori che vada al di là dei bisogni più elementari, dal cibo al sesso. Il mero soddisfacimento non sarà mai sufficiente. Credo che un compito molto importante per i veri professori non sia il riuscire ad insegnare delle cose, ma il trasmettere il piacere della ricerca alle generazioni nuove.
Come direttore di un'università lei sta a contatto con i giovani di oggi. Pensa che siano diversi da quelli di precedenti generazioni?
Tempo fa, in una bellissima antologia della letteratura egiziana, curata da Elda Bresciani, avevo letto un testo che risaliva a più di duemila anni avanti Cristo, e riportava la solita frase: "Eh, i giovani d'oggi....". Insomma, la differenza tra le generazioni è sempre esistita, e chi, come me, è più avanti negli anni, non dovrebbe mai dimenticare che l'unica speranza del mondo risiede nei giovani. Noi dobbiamo limitarci a passare una fiaccola. Poi i giovani inventeranno delle cose che magari ci metteranno a disagio, ma permetteranno all'umanità di progredire.
Questo nostro periodo può essere comparato ad altre epoche storiche? E' così decadente come si dice?
Le analogie col passato tendono ad essere troppo superficiali, ma credo che il nostro momento storico sia davvero particolare, ed anche uno tra i più interessanti della storia umana. Noi stiamo inventando tantissimo. Non c'è mai stata tanta produzione libraria, culturale, musicale, scientifica, matematica. Anche perché non siamo mai stati così numerosi sul pianeta. Allo stesso tempo è aumentato il pericolo. Raramente l'umanità ha dovuto affrontare sfide così grandi. E non parlo della retorica della globalizzazione, che è una stupidaggine. L'impero romano era molto più globalizzato. Se si vanno a leggere le iscrizioni si scopre che il legionario tal dei tali era nato nell'odierna Turchia, aveva prestato servizio in Scozia, poi era andato a finire in Portogallo, e si era ritirato in pensione in Campania. La vera sfida oggi è quella di una crescita demografica che pone interrogativi drammatici. Dobbiamo domandarci fino a quando ci basterà il cibo prodotto dal pianeta. Stiamo studiando come vivere più a lungo, ma non stiamo creando le risorse sufficienti ad alimentarci. Che succederà tra cinquanta, cento, duecento anni? Abbiamo poi innescato dei meccanismi estremamente positivi come l'industrializzazione, ma inquiniamo il pianeta in modo rischiosissimo e spesso irreversibile, senza chiederci quali saranno le conseguenze di lungo periodo.
Come quel legionario romano anche Lei ha girato il mondo, ed ha vissuto sei anni negli Stati Uniti. Ma poi è tornato. L'Italia, nonostante tutto, è un luogo più felice di altri?.
Io amo moltissimo l'America e se potessi scegliere, starei sei mesi là e sei mesi qui. Pur fra tranti problemi, la esistono anche molta generosità e un profondo senso dell'accoglienza. Un dato che in Italia è oggi molto carente. Italia e Stati Uniti sono due civiltà diverse ma molto legate. Uno può chiedersi perché abbia lasciato un posto in America che, dal punto di vista economico era più remunerativo. Io sono tornato perché l'Italia è il mio Paese, perché sono troppo vecchio per trasferirmi permanentemente da un'altra parte; qui ho i miei figli, la mia famiglia e credo che il tipo di sintonia o anche di irritazione, persino di rabbia, che uno prova per il proprio Paese in certi momenti, sia un fatto comunque insostituibile. Almeno per me.
Sorge immediata una domanda da rivolgere allo studioso: c'è stato nella Storia un popolo più felice degli altri?
Pensando da classicista, mi viene da rispondere: i greci. Con le parole di un sacerdote egizio (secondo Platone): "Voi greci siete come fanciulli". Nel senso che i Greci guardavano al futuro, non sentivano il passato come un peso (più o meno il contrario di come li percepiamo noi, come un passato "classico"). Nell'arte greca, nella cultura greca, si scorge la felicità della scoperta. E' sufficiente pensare alle innumerevoli cose che hanno inventato. Può stupirci che, mentre erano intenti a sviluppare una civiltà così creativa, fossero anche sempre in guerra fra loro, spietatamente combattendosi e uccidendosi, città contro città. Sanguinari ma creativi. Non dobbiamo credere che l'arte renda angelici, ma può essere un ingrediente della vita straordinariamente importante.
Un ingrediente che in Toscana è esistito ed esiste in abbondanza. Il Rinascimento, agli occhi di chi guarda le opere d'arte, appare come un periodo felice...
L'immagine del Rinascimento come una specie di paradiso, dove tutti camminano sulle nuvole con la cetra e innalzano degli inni all'arte, è falsa. Quello è stato un periodo di straordinarie violenze, anche fratricide, di assassinii, di perfidie, di cattiverie inaudite. Il lievito principale del Rinascimento è stato la mescolanza fra una grande vitalità economica ed una grande capacità di creare. Le élites dell'epoca si convinsero che era possibile creare qualcosa di uguale o persino di meglio degli antichi greci o romani. Ogni volta che un grande artista riusciva a dipingere un'opera di qualità sarà stato pienamente felice solo dopo che essa veniva accettata (e pagata) dal suo committente. Ma queste opere si facevano per essere ostentate, e se vuole potremmo descrivere in termini di felicità la gioia del Signore che mostra i nuovi arazzi, o le nuove sculture della sua galleria, ai suoi ospiti, e quella degli ospiti nel guardare, nel commentare (e naturalmente anche nel criticare). Questa mescolanza vitale, e talvolta terribile, è stata straordinaria, e spiega la densità di figure di assoluto genio create in Toscana durante il Rinascimento.
Forse per questo, in tanti nel mondo, hanno la convinzione che la Toscana sia un'isola felice?
Certo, l'arte incide in maniera preponderante, ma esistono altri due fattori: la popolazione e il paesaggio. I toscani sono noti per la loro conversazione spesso spiritosa e intelligente. Qualche volta sono insopportabili, ma mediamente si respira un notevole livello di civiltà. Ed infine c'è il paesaggio. Anche se è sempre più minacciato, e adesso persino la macchia di Rimigliano, vicino a San Vincenzo, sta per diventare oggetto di una drammatica lottizzazione. Ma permangono paesaggi straordinari e quelli che amo di più, e che sono capaci di donare momenti di felicità, sono quelli dove la campagna sfuma nella città, la città sfuma nella campagna, e questo avviene in modo dolcissimo. Per esempio nella campagna a sud di San Miniato.
L'arte, lo studio, la ricerca possono davvero trasmettere felicità?
L'arte figurativa, ma la stessa cosa vale per la poesia e per la musica, può trasmettere molta felicità. Anche se di tipo diverso. C'è il piacere meramente estetico ed ineffabile che uno può provare anche davanti a un quadro di cui non capisce nulla, e c'è quel tipo di piacere che io prediligo, in particolare per l'arte occidentale che conosco meglio, di quando davanti a un bel quadro o con un'osservazione prolungata, non correndo, come fanno troppe comitive di turisti nei musei, ma fermandosi, scegliendo poche cose da guardare a fondo, via via si capisce come ha lavorato il pittore. Quando uno cerca di ricostruire nella propria testa un percorso a ritroso: parte dal quadro finito, e si immagina per quale via il pittore sia giunto a quel risultato, con quali prove, tentativi, sperimentazioni. hi si occupa di ricerca, scientifica o intellettuale, credo possa assaporare una qualche approssimazione alla felicità quando si isola da tutto dedicandosi pienamente a un problema di ricerca. Un tempo sospeso nel quale tutte le energie, se parliamo di storia dell'arte, sono dedicate a comprendere come ragionavano il pittore A e il committente B e l'osservatore C nel primo secolo dopo Cristo. Per cercare di capire, dobbiamo metterci nei loro panni, usare e mobilitare tutte le conoscenze che abbiamo, e magari qualcosa in più. Metterci nei loro panni, senza smettere i nostri. Perché il nostro tempo ci ha dotato di formidabili strumenti interpretativi. E perché è in funzione del nostro tempo che dobbiamo saper interpretare il passato.
Con l'insegnamento, con l'educazione e con l'esempio, è possibile incidere sulla felicità delle nuove generazioni?
L'orizzonte dei valori si forma e si sviluppa tramite i genitori,tramite la scuola e gli ambienti che si frequentano. E la felicità, penso, si ottiene e si giudica rispetto a dei fini, su cui è necessario intendersi. Per moltissime persone la ricerca scientifica e la cultura non rappresentano un valore. E va bene così, purché sussista qualche altro valore. Invece capita spesso, nei Paesi poveri ma in modo assai più drammatico in quelli "troppo ricchi", che l'orizzonte dei valori si immiserisca. Per essere felici occorrono un equilibrio nella vita quotidiana e vere mete da raggiungere; convincimenti profondi che sorreggano la nostra vita. Se persone esteriormente di successo non riescono a finire la giornata senza ricorrere a droghe o ad equivalenti della droga, significa che i loro successi non rappresentavano per loro una vera meta. Io credo che sia importante trasmettere un orizzonte di valori che vada al di là dei bisogni più elementari, dal cibo al sesso. Il mero soddisfacimento non sarà mai sufficiente. Credo che un compito molto importante per i veri professori non sia il riuscire ad insegnare delle cose, ma il trasmettere il piacere della ricerca alle generazioni nuove.
Come direttore di un'università lei sta a contatto con i giovani di oggi. Pensa che siano diversi da quelli di precedenti generazioni?
Tempo fa, in una bellissima antologia della letteratura egiziana, curata da Elda Bresciani, avevo letto un testo che risaliva a più di duemila anni avanti Cristo, e riportava la solita frase: "Eh, i giovani d'oggi....". Insomma, la differenza tra le generazioni è sempre esistita, e chi, come me, è più avanti negli anni, non dovrebbe mai dimenticare che l'unica speranza del mondo risiede nei giovani. Noi dobbiamo limitarci a passare una fiaccola. Poi i giovani inventeranno delle cose che magari ci metteranno a disagio, ma permetteranno all'umanità di progredire.
Questo nostro periodo può essere comparato ad altre epoche storiche? E' così decadente come si dice?
Le analogie col passato tendono ad essere troppo superficiali, ma credo che il nostro momento storico sia davvero particolare, ed anche uno tra i più interessanti della storia umana. Noi stiamo inventando tantissimo. Non c'è mai stata tanta produzione libraria, culturale, musicale, scientifica, matematica. Anche perché non siamo mai stati così numerosi sul pianeta. Allo stesso tempo è aumentato il pericolo. Raramente l'umanità ha dovuto affrontare sfide così grandi. E non parlo della retorica della globalizzazione, che è una stupidaggine. L'impero romano era molto più globalizzato. Se si vanno a leggere le iscrizioni si scopre che il legionario tal dei tali era nato nell'odierna Turchia, aveva prestato servizio in Scozia, poi era andato a finire in Portogallo, e si era ritirato in pensione in Campania. La vera sfida oggi è quella di una crescita demografica che pone interrogativi drammatici. Dobbiamo domandarci fino a quando ci basterà il cibo prodotto dal pianeta. Stiamo studiando come vivere più a lungo, ma non stiamo creando le risorse sufficienti ad alimentarci. Che succederà tra cinquanta, cento, duecento anni? Abbiamo poi innescato dei meccanismi estremamente positivi come l'industrializzazione, ma inquiniamo il pianeta in modo rischiosissimo e spesso irreversibile, senza chiederci quali saranno le conseguenze di lungo periodo.
Come quel legionario romano anche Lei ha girato il mondo, ed ha vissuto sei anni negli Stati Uniti. Ma poi è tornato. L'Italia, nonostante tutto, è un luogo più felice di altri?.
Io amo moltissimo l'America e se potessi scegliere, starei sei mesi là e sei mesi qui. Pur fra tranti problemi, la esistono anche molta generosità e un profondo senso dell'accoglienza. Un dato che in Italia è oggi molto carente. Italia e Stati Uniti sono due civiltà diverse ma molto legate. Uno può chiedersi perché abbia lasciato un posto in America che, dal punto di vista economico era più remunerativo. Io sono tornato perché l'Italia è il mio Paese, perché sono troppo vecchio per trasferirmi permanentemente da un'altra parte; qui ho i miei figli, la mia famiglia e credo che il tipo di sintonia o anche di irritazione, persino di rabbia, che uno prova per il proprio Paese in certi momenti, sia un fatto comunque insostituibile. Almeno per me.
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