Il Tirreno

Pisa

INCHIESTA/QUARTIERI DI PISA

Non più ghetto ma l’anima ribelle abita ancora qui

di Giuliano Fontani
Non più ghetto ma l’anima ribelle abita ancora qui

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PISA. E’ difficile raccontare il Cep senza ricorrere ai luoghi comuni che l’hanno inseguito in mezzo secolo di storia. Ma uno sforzo è un atto di giustizia nei confronti di chi vi abita e l’ha fatto progredire. Ricordare che il villaggio fu costruito per togliere i tanti piccoli ghetti dislocati nella città dalla fine della guerra, non è un’accusa ma una verità storica.

E’ merito del Cep e dei suoi abitanti se nel corso degli anni il “grande ghetto” da cinquemila persone, realizzato sulla riva destra dell’Arno, non è più il quartiere-satellite di un tempo, ma una realtà viva, sebbene non ancora del tutto integrata nel tessuto cittadino. Il Cep (Centro di edilizia popolare) lo volle Giuseppe Togni, pisano, allora potente ministro democristiano dei lavori pubblici e i palazzoni rossi si popolarono nel giro di pochi mesi, nei primi del 1960, di un sottoproletariato prodotto dalla guerra, uomini e donne le cui case erano state ridotte dai bombardamenti a cumuli di macerie e che si erano ritrovati ad alloggiare nelle case minime di via Maccatella e via Pietrasantina, nel Casone di San Biagio, alle Prata, in via Sant’Andrea e alla Nunziatina, oppure nel Villaggio Veneto, in don Bosco, che si chiamava così perché ospitava i profughi del nord est e dell’ex Jugoslavia. Erano anni difficili, con i cortei dei senza-casa che quasi tutti i giorni finivano sotto le Logge di Banchi, dove famiglie disperate montavano «in faccia al sindaco» tende e letti spesso senza materassi su cui far sdraiare i piccini.

Un’emergenza che il Cep, con il villaggio dei Passi, le case popolari della Cella, di Gagno, di Sant’Ermete, dei Cappuccini, avrebbe dovuto superare definitivamente. Obiettivo raggiunto, inizialmente, nonostante fosse vissuto quasi come una deportazione: mettiamoli laggiù, in quella che Roberto Pierini, nel 1958, sul “Tirreno”, definì la “Città distante”. E’ così che il Cep divenne, come si poteva prevedere, luogo di contraddizione e di scontro sociale fra poveri. C’è chi ricorda i nuovi inquilini che cercarono subito di subaffittare l’alloggio per tornare nelle vecchie baracche, di altri che usarono la vasca da bagno come un orto per coltivare verdure o per farci il vino. Dicevano: affittasi appartamento al Cep, camera, cucina e bagno con incluso podere... Distante dagli occhi, ma non dal cuore, il Cep trovò le persone giuste per farsi largo e tentare di uscire da quella ghettizzazione calata dall’alto. Vi si impegnarono i padri Salesiani di don Baldan, con il cinema-teatro e i campi sportivi, la casa del popolo costruita su un vecchio rudere comprato con i soldi prestati dai compagni del “Cavallino rosso” di Porta a Mare. Ogni tanto la crescita del Cep esplodeva in conflitti che la riportavano indietro negli anni.

Fu così a metà degli anni Settanta, quando un giovane abitante proiettò sul quartiere ma anche sul resto della città, l’ombra sinistra di una nuova piaga sociale, di cui fino ad allora si leggeva solo nelle cronache metropolitane, la droga. Il ragazzo, in un tentativo di rapina, uccise con un colpo di pistola Idrico Bonistalli, la “maschera” del cinema Ariston. L’orrore di quel gesto riaccese il dibattito sul ghetto. Toccò ad un docente pisano di storia dell’urbanistica, Piero Pierotti, sulle pagine del nostro giornale, spiegare non le ragioni, ma le cause e il contesto, di quel delittaccio. E il Cep, che stava rialzando la testa e si era guadagnato anche la fiducia di alcuni noti professionisti che erano andati ad abitarci, reagì con fastidio a quell’etichetta di ritorno. Ma il socialista Pierotti, invitato ad un vivace dibattito al teatro dei Salesiani, spiegò in maniera lapidaria: «Sono contro il ghetto, non contro chi ci abita... Anch’io, del resto, vengo dal ghetto». Fu l’ultimo fuoco, perché il Cep riprese il suo cammino, con momenti politici intensi, come ai tempi del “mercato rosso”, un tentativo di “Lotta Continua” di tenere insieme gli interessi di produttori e consumatori, un laboratorio proletario che voleva distinguersi dalla connessione tra il commercio e il profitto. Ma il Cep visse anche momenti di grande emotività, come quando da un appartamento di via Aurelio Lomi uscì un bimbetto, Andrea Balestri, a cui il grande Comencini fece indossare i panni del Pinocchio televisivo. Andrea non poteva venire che da un quartiere con la straripante genuinità del Cep. Si racconta che alla prova del casting, in un grande albergo del centro, fu l’unico bambino che invitato a scagliare una pietra contro una sagoma di cartone che riproduceva la Fatina, lo fece con slancio genuino e quasi con piacere, ma soprattutto senza alcuna esitazione o scrupolo reverenziale. Pinocchio non poteva essere che lui, figlio di un netturbino che divenne in quei giorni protagonista di una piccante vicenda rosa che lo portò, sulla scia del successo del figlio, sulle pagine di tante riviste. Questo Cep resiste ancora. E’ più vicino alla città di un tempo, non solo perché il ponte sull’Arno è collegato con il viale D’Annunzio, ma perché qui sono state sperimentate forme innovative di energia alternativa, raggiunta con l’autosufficienza del palazzo solare, si sono moltiplicate le attività associative, ci si è dotati delle strutture essenziali di assistenza socio sanitaria. Non è la pacificazione, s’intende, perché l’anima ribelle e protestaria di molti dei suoi abitanti produce ancora effetti di grande emarginazione.

La gioventù, qui più che altrove, ha problemi di scolarizzazione e spesso di disagio. Il ghetto, lo spettro di una volta, qualche volta è vissuto quasi come un mito. Lo spiega bene Euro Antoni: «Per qualche ragazzo è un vanto, rivendicano il loro Bronx come segno di diversità». Una differenza che qualche volta si esprime con lo spray sui muri dei palazzoni, alimentando forme di isolamento e contrapposizione (soprattutto con Cisanello) che nella fantasia di pochi dovrebbe essere un elemento di distinzione e forse anche di superiorità. L’anima sottoproletaria, per ostentare quella antagonista, prende a prestito le parole d’ordine di un vacuo secessionismo. E a loro non importa che nessuno li prenda sul serio.

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