Il Tirreno

Pisa

INCHIESTA/QUARTIERI DI PISA

Dal profumo del legno agli odori delle cucine, è qui la “mensa” di Pisa

di Giuliano Fontani
Dal profumo del legno agli odori delle cucine, è qui la “mensa” di Pisa

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PISA. Fosse passato da San Martino, Dante - il sommo poeta - si sarebbe risparmiato le invettive e gli anatemi contro i pisani. Un secolo prima Bernardo da Chiaravalle, a cui è dedicata la chiesa di via Pietro Gori, ne magnificava le gesta: «Uomini degni di essere molto più onorati dei regi favori, ricevano quanto si sono meritati. I pisani hanno meritato molto, possono ancora molto meritare ». Certo però che oggi è difficile respirare il clima di quei fasti girando nelle stradine del borgo murato e se Kinzica, l’eroina che salvò la città dell’invasione saracena, tornasse miracolosamente in vita, sarebbe assalita dal senso della sconfitta.

San Martino, il quartiere che forse meglio di altri ha inseguito il suo passato attraverso i laboratori artigiani del restauro e le botteghe di antiquariato, ha gettato la spugna. Dalle botteghe e dai fondi usciva l’odore del legno lavorato e intarsiato, un effluvio fine che sapeva di laboriosità fatta con sega, pialla e scalpello, di gente dalle mani ruvide e callose ma anche preziose, come quelle del famoso “Goodmorning Babilonia” dei fratelli Taviani. Adesso, da mezzogiorno alla sera, le narici sono assalite dall’odore acre e oleoso di carne cotta, condimenti multietnici e kebab, pasti veloci e senza soddisfazione. E la notte, quando la birra ha fatto i suoi effetti, l’insicurezza assume le sembianze sfumate di poveri diavoli disperati, ombre vocianti e confuse dell’islam tradito con l’alcol. Dei tanti negozi storici di San Martino non vi è più traccia. C’è rimasto quello dei giocattoli di Ferruccio Gianfaldoni, un’autentica boutique dell’infanzia, l’edicola dei giornali sotto i platani della chiesa, il bar della “Tazza d’oro”, sia pure molto ridimensionato, il ristorante di “Cucciolo”, la pescheria Vettori di piazza La Pera, il bar-tabacchi di Mazzino Viegi. Ma quanti hanno abbassato la saracinesca...

La “Vasca Fiorita” all’inizio di via San Martino, la pasticceria Giannessi, i laboratori di antiquariato dei fratelli Matteoni, il negozio “Diana” di caccia e pesca, l’antica drogheria del Simi, il forno della Traversari, la macelleria dello Sbrana, la scuderia di vetture di lusso in piazza Giovan Carlo Maria Clari, la vecchia tipografia, il negozio di idraulica del Triglia. E tanti altri ancora. Anche i grandi enti dei servizi hanno lasciato San Martino, dal distretto militare all’Aci, il cui palazzo storico e stato trasformato in tanti appartamenti, dalla Pubblica Assistenza che ospitava anche la biblioteca Serantini fino alla Banca d’Italia. Sono rimasti il catasto, che per la legge del contrappasso è in affitto, e il consorzio di bonifica dei fiumi e dei fossi. Poi il vuoto, o meglio la sfilata di bar, ristoranti, osterie, pizzerie, pub, birrerie, paninoteche, doner kebab.

Insieme a qualche locale di un certo prestigio, come il ristorante Galileo e l’Artilafo, che vantano buona clientela. Come facciano, tutti gli altri, ad avere un buon giro di affari, resta un mistero. Una spiegazione l’azzarda Enzo Poggioni (Galileo): «Sono attività portate avanti da piccoli nuclei familiari. Se incassano bene, altrimenti si spera nel giorno dopo». Si arrende invece Bruno Cavallini (titolare dell’Artilafo): «Una concentrazione di questo genere non me la so spiegare, anche se negli ultimi tempi ha preso piede il fast food nella pausa pranzo. Ci sono più locali che danno da mangiare in San Martino che nei dintorni della Torre. Comunque a me stanno bene anche tutti questi piccoli locali. Passa l’idea che si può andare in San Martino, tanto qualcosa da mangiare si trova sempre ». Però l’anima vera, popolare e un po’ snob, della strada sinuosa che collega il Portone a corso Italia, non c’è più. La rinnovò, alla fine degli anni Sessanta, l’Osteria del Violino, che riuscì a convertirsi da circolo Arci con zuppa e fiaschi di vino in un locale di tendenza con qualche ispirazione francese. L’indole sarcastica della gente del posto qualche volta si fece sentire, come quella notte che sulla spalletta di lungarno Galilei comparve una scritta enorme: «Osteria del Violino, diecimila lire un formaggino... ».

Ma l’ardore politico e il fervore culturale che in San Martino viveva anche di aspre contraddizioni, adesso non ci sono più. Il cuore rosso e anche un po’ anarchico dei vecchi libertari, fu represso durante il Ventennio dalla Casa del fascio, nel palazzo in cui oggi c’è il catasto e dalla palestra della Gioventù del Littorio in via Bovio, dove il sabato si faceva il saggio ginnico. E dopo guerra dalla sede del Msi, quasi all’angolo di corso Italia, vissuta come una provocazione del forte sentimento antifascista. Fervore e ardore di un quartiere che ha perso soprattutto i suoi giovani. La vecchia polisportiva San Martino, che faceva capo alla parrocchia di don Mario Conti e di don Diddi, ha chiuso i battenti anche perché di ragazzi non ce ne sono più, tipo quel Marchino Tardelli che qui tirò i primi calci. Una buona attività culturale la portano avanti il cine club dell’Arsenale e il circolo dell’Agorà, fortunatamente con la visuale rivolta in avanti. Ad inseguire il passato sono rimasti i tanti, con i capelli grigi, che si impegnano nel Gioco del Ponte e nelle manifestazioni che rievocano gli splendori della repubblica marinara. Ma tutto il resto, nell’antico borgo che fiancheggia l’Arno, ha il sapore di un tempo lontano, che non tornerà più e di un presente sconosciuto ed estraneo con il quale è difficile convivere.

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