Gioco
Nel paese dei cavalli tra i fantini inglesi e il ricordo di Ribot
PISA. Se si cerca un quartiere in cui il tempo sembra essersi fermato, basta addentrarsi sul viale delle Cascine e fatte poche decine di metri guardare il borgo che si apre sulla sinistra, il cosiddetto paese dei cavalli. Non San Rossore, si badi, che è un’enclave di antichi fasti savoiardi, ma Barbaricina, il rione verde dei prati delimitati dai cancelli delle scuderie, da qualche vecchia villa medicea e piccole casupole che ne hanno fatto la storia. Non è certo il luogo più frequentato dai pisani, ma uno dei più significativi della sua storia ultra millenaria. Il quartiere fu scelto alla fine dell’Ottocento, da alcune ricche famiglie inglesi, che ci ritrovarono gli spazi verdi delle loro contee, il luogo ideale per trascorrere inverni miti e continuare a coltivare la passione per i cavalli da corsa come fossero ancora in Gran Bretagna. Furono loro a portare l’ippica a Barbaricina e in questo modo hanno segnato la storia contemporanea del quartiere. Si chiamavano Rook, Smith, Wright.
Il paese dei cavalli nacque con loro e a guardarlo bene sono ancora loro, giovani generazioni di artieri inglesi e di altri paesi a popolarlo quando hanno finito di lavorare nelle scuderie. Per trovare i barbaricinesi veri bisogna andare a prendere il caffè nel circolo delle Acli, dove la via del Capannone finisce e si divide in due strade. Gli altri locali storici sono chiusi. Prima ha abbassato le saracinesche il circolo Arci “Gatto Verde”, che era anche un frequentato dancing domenicale, poi anche il bar Ribot e non importa spiegare perché si chiamava così. Al circolo del prete - come dicono ancora i barbaricinesi - non si è perso il gusto della discussione, ma non si esagera nei rimpianti. La vita qui è scandita con meno frenesia che altrove, anche i tempi seguono un rituale quasi immutabile. Verso le sei del pomeriggio arrivano fantini e artieri e di cosa volete che parlino? Di cavalli, naturalmente. E dunque anche di corse. Ognuno dice la sua, qualche volta con il gusto di stupire. Fu così anche alla vigilia di un Premio Pisa di tanti anni fa.
Lo ricorda con il sorriso Athos Mazzanti, che è considerato da tutti la memoria storica di Barbaricina: «Eravamo nel negozio di Edilio Ginghiali, il barbiere. Silvio Parravani era convinto di vincere in sella a una femmina, Barbara Sirani. Ma uno degli artieri della Dormello, un certo Marchesi, disse: stai attento, io la mattina lavoro con Ribot e quello spinge con i posteriori che sembra volare... Il giorno dopo vinse Ribot, quando arrivò al palo gli altri era appena usciti dalla curva». Il mito di Ribot inizia così, quel giorno. Perché fino a quel momento non era mica un cavallo tanto accreditato. «Anzi, era proprio bruttino e anche assai difficile, tanto che per farlo uscire dalla scuderia bisognava mettergli davanti un altro paio di cavalli» dicono i barbaricinesi. Prima di quel Premio Pisa, Ribot aveva vinto le due corse a cui aveva partecipato, ma senza grande clamore. Anzi, la seconda vittoria gli fu assegnata dopo una fotografia di difficile interpretazione e qualcuno ancora oggi sostiene che Gail, il purosangue di Parravani proprio sul palo gli aveva messo il muso davanti. Ma, come si farebbe oggi nel Processo del lunedì di Biscardi, c’è chi sostiene che la forza «politica» di Gail - Razza del Soldo - quella della famiglia milanese di Crespi proprietari del “Corrierone” - ippicamente doveva soccombere a Federico Tesio, boss della Dormello Olgiata. All’inizio della carriera, che sarà strepitosa, fatta di 16 vittorie su tutte le piste del mondo in altrettante corse, Ribot non era un cavallo simpatico. Non solo per quel successo che fece discutere, ma anche perché dava del bel filo da torcere agli uomini che gli stavano intorno.
Athos Mazzanti ricorda quella mattina che il Marchesi e “Tizzo Nero” lo conducevano sul prato degli Escoli per allenarsi. L’uno lo cavalcava, l’altro lo teneva per la longherina. Un attimo di distrazione, al ponte delle Trombe, e Ribot scaricò a terra il fantino e si liberò della stretta dell’artiere. Cominciò a scappare, come un fulmine. I due tentarono di tenergli dietro, anche con una bicicletta. Arrivarono fino all’Aurelia, ma non lo videro. Si arresero in preda alla disperazione e si domandavano come avrebbero potuto giustificarsi con Tesio. Ma fatta tutta via del Capannone tirarono un sospiro di sollievo: Ribot era nel suo box, proprio dove adesso c’è la farmacia. Soddisfatto per aver evitato di lavorare, quasi irridente dei due artieri. Un cavallo, nella storia romana, divenne perfino senatore. Ribot fu solo un campione, il più grande di tutti i tempi. Finì la carriera imbattuto, croce e delizia degli scommettitori. A Barbaricina ebbe i suoi tifosi, come un Maradona nato e cresciuto in casa. Quando a Parigi, montato da Enrichetto Camici, corse l’Arc de Triomphe, la gente si radunò per ascoltare la radiocronaca. All’arrivo, sul palo di Longchamp, un urlo di giubilo si levò dai bar e dalle case. Qualcuno pianse di gioia, gli anziani brindarono con un bicchiere di vino, un gruppo di ragazzi scrisse sul muro, con la vernice rossa, “W Ribot”. Nei nostri allevamenti era nato e cresceva un cavallo capace di battere i più forti purosangue del mondo. Non era solo la vittoria di una corsa prestigiosa, fu un riscatto nazionale, il segno che i tempi bui della guerra e della fame erano passati, che potevamo ambire a un futuro dignitoso e meno sofferto.
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