Il dolore
Mirsada, Orhan e Sali
Storie di ragazzi romche vogliono studiare
Angela Feo
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Sopra e a destra bimbi rom in classe e mentre stanno entrando a scuolaMirsada, 12 anni, vorrebbe fare la maestra ed "essere rispettata". Orhan frequenta la terza media e da grande vorrebbe fare l'autista. Sali ha finito le scuole dell'obbligo e aspetta di compiere 16 anni per frequentare un corso di formazione professionale. Ma sembra molto più maturo della sua età, quando gli senti dire "Questa generazione senza scuola non ha futuro"
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PISA. Mirsada, 12 anni, vorrebbe fare la maestra ed "essere rispettata". Orhan frequenta la terza media e da grande vorrebbe fare l'autista. Sali ha finito le scuole dell'obbligo e aspetta di compiere 16 anni per frequentare un corso di formazione professionale. Ma sembra molto più maturo della sua età, quando gli senti dire "Questa generazione senza scuola non ha futuro". Una consapevolezza frutto di un percorso di inclusione che dura da anni ma che, per alcuni di loro, potrebbe presto interrompersi.
Mirsada, Orhan e Sali sono alcuni dei bambini e dei ragazzi rom che vivono nel campo in via della Bigattiera: circa quindici famiglie che alloggiano tra le baracche della pineta. Fango d'inverno, zanzare e afa d'estate. Una trentina di loro frequentano le elementari e le medie all'istituto comprensivo "Pisano" di Marina di Pisa. Da due anni hanno ottenuto un servizio di scuolabus che li va a prendere e li riporta nel campo. Sono seguiti da educatori delle cooperative, così come prevedeva il progetto Città Sottili: un pomeriggio a settimana li aiutano nei compiti a casa e danno una mano alle famiglie per sbrogliare pratiche burocratiche di ogni tipo. È chiaro a molti nel campo che la scuola è un momento di riscatto e un passaggio necessario per raggiungere una vera integrazione. «La cosa più importante che ho imparato è la lingua italiana - racconta ancora Sali -. Adesso leggo anche il giornale che spesso parla di noi. Mi sono fatto degli amici fuori dal campo, anche se da quando ho finito la scuola, li vedo molto meno».
Al campo in questi giorni si respira un clima di preoccupazione. Anche se non ci sono date certe ("i tempi si sono un po' allungati, forse arriveremo a fine gennaio" ci dice l'assessore Ciccone) il campo sarà smantellato. Circa la metà delle famiglie avrà un alloggio a Marina di Pisa. Sulle altre invece incombe l'incertezza e la paura di restare definitivamente emarginati, ingabbiati in condizioni sempre più precarie. Queste famiglie con la chiusura del progetto Città Sottili, dovranno contare esclusivamente sulle proprie forze. Non ci sarà più l'intermediazione delle cooperative e associazioni che finora hanno preso in affitto le case per i rom e integrato il canone grazie ai finanziamenti messi a disposizione dalle istituzioni. "Non sappiamo dove andremo" dice Ismet, padre di tre bambini.
«Se usciamo dal campo come faremo ad andare a scuola? - incalza sua figlia Celebia, 14 anni, che vorrebbe studiare alla scuola alberghiera per fare la barista o la cameriera - Se andiamo a vivere tutti sparpagliati, chi ci verrà a prendere? E chi verrà ad aiutarci per i compiti a casa e tutto il resto?»
Ma neppure le famiglie che risultano assegnatarie di una casa sono tranquille. La paura è che le conseguenze dei tagli prima o poi ricadano anche su di loro. Suada, 15 anni, è una dei pochi rom che frequenta le superiori. Ogni mattina si alza alle 6 e, quando è ancora buio, va a prendere l'autobus per raggiungere l'istituto professionale Matteotti. Torna alle 15. «Vorrei fare la segretaria e ce la metto tutta. Ma mi sento spaesata, alcune materie sono molto difficili per me. E sento che non posso farcela senza l'aiuto degli educatori. Per questo spero che non tolgano questo servizio». Le sue sorelle più grandi invece cercano un lavoro. Quando chiedi loro della scuola sorridono. «È stata una bellissima esperienza - racconta Sabrina -. Adesso so scrivere e negli uffici sono in grado di compilare un modulo da sola. Ogni giorno guardo il telegiornale»". Nadira, 17 anni, finite le medie, ha deciso di sposarsi.
«Ma al lavoro non voglio comunque rinunciarci. E in casa io e mio marito siamo alla pari. Non c'è nessuno che comanda sull'altro. Questo l'ho imparato a scuola: tutti noi abbiamo un cervello per ragionare».
Mirsada, Orhan e Sali sono alcuni dei bambini e dei ragazzi rom che vivono nel campo in via della Bigattiera: circa quindici famiglie che alloggiano tra le baracche della pineta. Fango d'inverno, zanzare e afa d'estate. Una trentina di loro frequentano le elementari e le medie all'istituto comprensivo "Pisano" di Marina di Pisa. Da due anni hanno ottenuto un servizio di scuolabus che li va a prendere e li riporta nel campo. Sono seguiti da educatori delle cooperative, così come prevedeva il progetto Città Sottili: un pomeriggio a settimana li aiutano nei compiti a casa e danno una mano alle famiglie per sbrogliare pratiche burocratiche di ogni tipo. È chiaro a molti nel campo che la scuola è un momento di riscatto e un passaggio necessario per raggiungere una vera integrazione. «La cosa più importante che ho imparato è la lingua italiana - racconta ancora Sali -. Adesso leggo anche il giornale che spesso parla di noi. Mi sono fatto degli amici fuori dal campo, anche se da quando ho finito la scuola, li vedo molto meno».
Al campo in questi giorni si respira un clima di preoccupazione. Anche se non ci sono date certe ("i tempi si sono un po' allungati, forse arriveremo a fine gennaio" ci dice l'assessore Ciccone) il campo sarà smantellato. Circa la metà delle famiglie avrà un alloggio a Marina di Pisa. Sulle altre invece incombe l'incertezza e la paura di restare definitivamente emarginati, ingabbiati in condizioni sempre più precarie. Queste famiglie con la chiusura del progetto Città Sottili, dovranno contare esclusivamente sulle proprie forze. Non ci sarà più l'intermediazione delle cooperative e associazioni che finora hanno preso in affitto le case per i rom e integrato il canone grazie ai finanziamenti messi a disposizione dalle istituzioni. "Non sappiamo dove andremo" dice Ismet, padre di tre bambini.
«Se usciamo dal campo come faremo ad andare a scuola? - incalza sua figlia Celebia, 14 anni, che vorrebbe studiare alla scuola alberghiera per fare la barista o la cameriera - Se andiamo a vivere tutti sparpagliati, chi ci verrà a prendere? E chi verrà ad aiutarci per i compiti a casa e tutto il resto?»
Ma neppure le famiglie che risultano assegnatarie di una casa sono tranquille. La paura è che le conseguenze dei tagli prima o poi ricadano anche su di loro. Suada, 15 anni, è una dei pochi rom che frequenta le superiori. Ogni mattina si alza alle 6 e, quando è ancora buio, va a prendere l'autobus per raggiungere l'istituto professionale Matteotti. Torna alle 15. «Vorrei fare la segretaria e ce la metto tutta. Ma mi sento spaesata, alcune materie sono molto difficili per me. E sento che non posso farcela senza l'aiuto degli educatori. Per questo spero che non tolgano questo servizio». Le sue sorelle più grandi invece cercano un lavoro. Quando chiedi loro della scuola sorridono. «È stata una bellissima esperienza - racconta Sabrina -. Adesso so scrivere e negli uffici sono in grado di compilare un modulo da sola. Ogni giorno guardo il telegiornale»". Nadira, 17 anni, finite le medie, ha deciso di sposarsi.
«Ma al lavoro non voglio comunque rinunciarci. E in casa io e mio marito siamo alla pari. Non c'è nessuno che comanda sull'altro. Questo l'ho imparato a scuola: tutti noi abbiamo un cervello per ragionare».
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