Sicurezza
pisa
Quel viale alberato così romantico
Giuliano Fontani
Porta a Piagge ha visto crescere la città alle sue spalle, rimanendo la punta verde della passeggiata domenicale, il luogo romantico per eccellenza, quello che ha fatto da teatro e da complice al fidanzamento di tantissimi pisani.
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PISA. Il quartiere è rappresentato dal viale, lungo ed alberato, che dal ponte della Vittoria arriva fino al "Tondo". Porta a Piagge ha visto crescere la città alle sue spalle, rimanendo la punta verde della passeggiata domenicale, il luogo romantico per eccellenza, quello che ha fatto da teatro e da complice al fidanzamento di tantissimi pisani. In autunno, quando l'anno scolastico era appena agli inizi oppure a primavera, quando i primi caldi scatenavano focose suggestioni, quanti ragazzi hanno "bucato" il giorno di lezione, il compito in classe e l'interrogazione capestro e se la sono spassata sul viale delle Piagge?
Il viale ha rappresentato molto per intere generazioni di pisani, forse più di coloro che non abitavano alle Piagge degli stessi residenti, perché il lupo trasgredisce più volentieri lontano dalla tana. Il quartiere però è sempre stato vissuto, oltre che per le relazioni sentimentali, anche come ritrovo del tempo libero, del relax e della festa. Da quella religiosa di Sant'Ubaldo, il patrono del quartiere, con la fila delle bancarelle dei dolciumi che arrivano fino alla chiesa, il dolce effluvio di zucchero filato, le mandorle e le noccioline tostate dei croccanti, il cicaleccio dei brigidini spezzati che da queste parti, giust'appunto, sono chiamati cicalini. Fino alla festa politica dell'Unità, che portava sul grande palco della riva d'Arno i cantanti mitici degli anni Cinquanta e Sessanta.
Non sembrava un posto per lavorare e per faticare, Porta a Piagge. Ma non è per questo che chiuse la Richard Ginori, una delle fabbriche pisane più illustri, che se ne stava accanto alla chiesa con il campanile pendente dalla stessa parte della più famosa Torre. E' che tra la produzione di ceramiche (anche pregiate) e la speculazione edilizia prevalse quest'ultima.
Ammutolita la campanella che all'ingresso principale chiamava gli operai al lavoro, Porta a Piagge ha continuato a vivere a ridosso del viale, intorno a qualche laboratorio farmaceutico e soprattutto all'attività dei padri lanteriani. Furono loro, i frati, insieme ai salesiani del Cep, un punto di riferimento importante, veri e propri maestri dell'intrattenimento e dell'aggregazione giovanile. Il cinema e il campetto sportivo, in una Pisa che a parte l'Arena, l'Abetone e i privilegiati campi del tennis club di Barbaricina non aveva altri luoghi dove far muovere le gambe e la fantasia dei suoi ragazzi.
Tornei giovanili d'inverno, che videro tra i protagonisti quel Marco Tardelli che poi sarebbe l'immagine stessa dell'Italia campione del mondo in Spagna. Marchino era di Porta a Piagge, pesava quanto una piuma, a vederlo correre sembrava che i suoi piedi dovessero uscire da un momento all'altro dalle scarpe che calzava, portava i calzettoni abbassati sulle caviglie, non perché era la moda lanciata da Sivori, ma perché non c'era verso che gli elastici si aggrappassero stabilmente a quegli stinchi ossuti. Lo chiamavano "Filo" per il fisico lungo e affusolato che inizialmente non gli dava molto credito agonistico, oppure "Becio" che ai pisani di golena non importa spiegare cos'è, infine "Schizzo", come la correzione alcolica del caffè e la rapidità dei gesti e dei movimenti.
E d'estate i tornei notturni, per amatori, con qualche vecchia gloria che rinverdiva i fasti di un tempo e soprattutto non si arrendeva all'imbiancatura della chioma. Da Beppe Cosma a Armando Picchi, per dirne soltanto due. I padri lanteriani videro lungo. La città cresceva sotto la spinta di un'università in grande espansione, la vecchia facoltà di agraria, dal Borghetto, cercava nuovi spazi sul viale, come quella di veterinaria e quella di economia, la caserma dei vigili del fuoco e il palazzo dei congressi. E loro, i frati, intuirono che il pensionato per studenti universitari stranieri e meridionali era un servizio e anche un affare, come il negozio degli elettrodomestici, la "Lanteriana".
Un altro imprenditore che capì il luogo, le sue potenzialità e la possibilità di sfruttarlo senza modificarne l'anima, fu il lattaio del quartiere, Donato Salvini, per tutti più semplicemente Gino, un uomo piccolo e tozzo, dai modi bruschi e genuini.
Correva l'anno 1957 ed era di maggio quando iniziò l'epopea di quello che sarebbe divenuto lo chalet Arno, feudo quasi dinastico dei Salvini, dal figlio Roberto ai nipoti Emiliano e Donato. La crescita della "baracchina" avvenne negli anni della contestazione studentesca. Qui si ritrovava, la sera, il nucleo storico di "Lotta continua": Sofri, Guelfi, Brogi, Morini, Lucarelli divennero habitué, con il loro seguito.
Alle Piagge mentre aumentavano gli studenti, diminuivano gli operai, ma in quegli anni si visse l'aura magica di un'unione tra lavoratori e intellettuali immaginata al potere.
Il viale ha rappresentato molto per intere generazioni di pisani, forse più di coloro che non abitavano alle Piagge degli stessi residenti, perché il lupo trasgredisce più volentieri lontano dalla tana. Il quartiere però è sempre stato vissuto, oltre che per le relazioni sentimentali, anche come ritrovo del tempo libero, del relax e della festa. Da quella religiosa di Sant'Ubaldo, il patrono del quartiere, con la fila delle bancarelle dei dolciumi che arrivano fino alla chiesa, il dolce effluvio di zucchero filato, le mandorle e le noccioline tostate dei croccanti, il cicaleccio dei brigidini spezzati che da queste parti, giust'appunto, sono chiamati cicalini. Fino alla festa politica dell'Unità, che portava sul grande palco della riva d'Arno i cantanti mitici degli anni Cinquanta e Sessanta.
Non sembrava un posto per lavorare e per faticare, Porta a Piagge. Ma non è per questo che chiuse la Richard Ginori, una delle fabbriche pisane più illustri, che se ne stava accanto alla chiesa con il campanile pendente dalla stessa parte della più famosa Torre. E' che tra la produzione di ceramiche (anche pregiate) e la speculazione edilizia prevalse quest'ultima.
Ammutolita la campanella che all'ingresso principale chiamava gli operai al lavoro, Porta a Piagge ha continuato a vivere a ridosso del viale, intorno a qualche laboratorio farmaceutico e soprattutto all'attività dei padri lanteriani. Furono loro, i frati, insieme ai salesiani del Cep, un punto di riferimento importante, veri e propri maestri dell'intrattenimento e dell'aggregazione giovanile. Il cinema e il campetto sportivo, in una Pisa che a parte l'Arena, l'Abetone e i privilegiati campi del tennis club di Barbaricina non aveva altri luoghi dove far muovere le gambe e la fantasia dei suoi ragazzi.
Tornei giovanili d'inverno, che videro tra i protagonisti quel Marco Tardelli che poi sarebbe l'immagine stessa dell'Italia campione del mondo in Spagna. Marchino era di Porta a Piagge, pesava quanto una piuma, a vederlo correre sembrava che i suoi piedi dovessero uscire da un momento all'altro dalle scarpe che calzava, portava i calzettoni abbassati sulle caviglie, non perché era la moda lanciata da Sivori, ma perché non c'era verso che gli elastici si aggrappassero stabilmente a quegli stinchi ossuti. Lo chiamavano "Filo" per il fisico lungo e affusolato che inizialmente non gli dava molto credito agonistico, oppure "Becio" che ai pisani di golena non importa spiegare cos'è, infine "Schizzo", come la correzione alcolica del caffè e la rapidità dei gesti e dei movimenti.
E d'estate i tornei notturni, per amatori, con qualche vecchia gloria che rinverdiva i fasti di un tempo e soprattutto non si arrendeva all'imbiancatura della chioma. Da Beppe Cosma a Armando Picchi, per dirne soltanto due. I padri lanteriani videro lungo. La città cresceva sotto la spinta di un'università in grande espansione, la vecchia facoltà di agraria, dal Borghetto, cercava nuovi spazi sul viale, come quella di veterinaria e quella di economia, la caserma dei vigili del fuoco e il palazzo dei congressi. E loro, i frati, intuirono che il pensionato per studenti universitari stranieri e meridionali era un servizio e anche un affare, come il negozio degli elettrodomestici, la "Lanteriana".
Un altro imprenditore che capì il luogo, le sue potenzialità e la possibilità di sfruttarlo senza modificarne l'anima, fu il lattaio del quartiere, Donato Salvini, per tutti più semplicemente Gino, un uomo piccolo e tozzo, dai modi bruschi e genuini.
Correva l'anno 1957 ed era di maggio quando iniziò l'epopea di quello che sarebbe divenuto lo chalet Arno, feudo quasi dinastico dei Salvini, dal figlio Roberto ai nipoti Emiliano e Donato. La crescita della "baracchina" avvenne negli anni della contestazione studentesca. Qui si ritrovava, la sera, il nucleo storico di "Lotta continua": Sofri, Guelfi, Brogi, Morini, Lucarelli divennero habitué, con il loro seguito.
Alle Piagge mentre aumentavano gli studenti, diminuivano gli operai, ma in quegli anni si visse l'aura magica di un'unione tra lavoratori e intellettuali immaginata al potere.
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