Il Tirreno

Pisa

INCHIESTA/I QUARTIERI DI PISA

Amata da D’Annunzio e dalla borghesia pisana poi l’erosione e il declino

di Giuliano Fontani
Amata da D’Annunzio e dalla borghesia pisana poi l’erosione e il declino

Boccadarno è un luogo dell’anima e oggi come allora ispira la passione per il mare e la barca

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MARINA. Boccadarno è il luogo dell’anima. È così, da sempre, per i pisani e anche per i marinesi. L’ultimo anelito repubblicano ha le sembianze struggenti dell’Alcyone d’annunziano: «Nostra spiaggia pisana, amor di nostro sangue... O ferma creatura nella qual si compiacque un’arte che non langue, non trema e non s’offusca, terra lieve e robusta... » Da dove cominciare? Da quando i bagnanti pisani che arrivano con il tram a vapore fin dal 1892, e con un vaporino a ruote, Galileo Galilei, affollando la spiaggia soprattutto nei giorni festivi. Nel 1889 c’era addirittura il Club Arno, che organizzava gite sui barconi verso Boccadarno con servizio a bordo di buffet.

Un antenato del bateau-mouche della Senna. Al tempo dei Lorena i pisani andavano a fare il bagno in San Rossore, al Gombo. Ma poi dovettero lasciare la spiaggia granducale, nel frattempo passata ai Savoia e la modesta locanda della famiglia Ceccherini. Lo ricorda Nino Costa, il pittore romano che dopo essersi legato a Corot si unì ai Macchiaioli e finì per influenzare assai il Fattori: «Vittorio Emanuele II, innamoratosi del bel luogo, ne volle allontanare il pubblico e vi innalzò un comodo ed elegante chalet per la sua Rosina. I pisani ebbero in seguito i loro bagni marini a Boccadarno».

Lo storico Emilio Tolaini scrive che dal 1783 al 1850 la spiaggia di Marina, nel solo tratto di costa dal Bagno Gorgona (dove c’era l’Ospizio Marino) alla foce, era aumentata di 165mila metri quadri. Ma dopo la costruzione della diga foranea di Livorno, ordinata nel 1852 da Leopoldo II e condotta a termine in dieci anni da Vittorio Emanuele II, ebbe inizio il fenomeno d’erosione che fino al 1909 distrusse 133mila metri quadri di spiaggia. Ormai il mare aveva cominciato a battere la strada litoranea di Marina, che fino a oggi è stata mantenuta artificialmente, e quando il mare cominciò a divorare il litorale, gli stabilimenti chiusero o si trasferirono nella vicina Tirrenia. È il caso, tanto per fare un nome, del Bagno Roma di Gastone Fontani. Enrico, il figlio, racconta del nonno Dante, che a Marina di Pisa aveva il Bagno Polare e con i nipotini si vantava degli anni felici in cui con la sua barchetta trasportava la regina Elena dalla tenuta di San Rossore al Bagno Polare, dove veniva ricevuta in gran pompa.

I Ceccherini, a Boccadarno, furono in grado di costruire (grazie anche al risarcimento di 41mila lire) un ricco stabilimento in riva al mare, sulla rotonda. Le stampe dell’epoca riproducono l’immagine di un edificio fondato sulle palafitte. Nel frattempo sul lungomare di Marina, un pisano, Vittorio Ascani, noto per essere uno dei migliori elementi della locale squadra del «Tiro al bersaglio », impiantava un albergo così elegante da fare invidia a quelli di Viareggio. Scriveva l’«Elettrico» nell’agosto 1889: «Con 30 camere, saloni da pranzo e da trattenimenti, con ottimi cuochi e svegli camerieri, Vittorio Ascani può offrire i migliori servizi anche agli ospiti più esigenti. Il cuoco Antonio Marconcini e il capo cameriere Fortunato Antonini sembrano stati al servizio alle cene dell’epicureo Lucullo...» Venne così il tempo in cui gli aristocratici e i campioni della borghesia pisana accorrevano tutti a Boccadarno per le sabbiature. E D’Annunzio la scelse per curarsi le ferite tra le braccia delle sue donne di turno. Ai Bagni Ceccherini invece non c’era promiscuità. Le cabine per le femmine erano su un lato, controllate da una figlia del proprietario, e quelle per i maschi sul lato opposto, controllate altrettanto rigorosamente dalla moglie di Beppe Ammannati.

In compenso erano permessi tutti i peccati di gola. Giuseppe Viviani, il grande incisore di Marina, che qui ha sofferto anni di fame, raccontava di essere stato perseguitato dalla celebrità di Beppe Castaldi, il gestore del ristorante dei Bagni Stella Polare. Celebre soprattutto per il suo cacciucco. Secondo Viviani proprio questo piatto gli meritò la commenda. E finì con l’esser chiamato Commendator Cacciucco. Viviani lo riferiva, precisava, per sentito dire: «Negli anni trascorsi a Marina, quando le mie incisioni non le voleva nessuno, ero così povero che il cacciucco dei ristoranti sotto casa mia non l’ho mai potuto assaggiare. Ma il suo profumo m’inebriava ». Con l’erosione della spiaggia cominciò il declino marino e Boccadarno si trovò, quasi inconsapevolmente, a tentare la carta dell’industria. Prima la Gallinari, poi la Cmasa, infine la Motofides, del gruppo Fiat. Erano i tempi degli idrovolanti che ammaravano proprio davanti alla curva della Gallinari, nello specchio d’acqua diviso con le bilance da pesca, i famosi retoni di Poldo Antonelli, dell’avvocato Piccioli, dei Mariani (che mantennero fino agli anni Ottanta il passo di barca con San Rossore), dei Bagnolesi, di Tito. Personaggi di una Marina che non c’è più, anguillari, gamberai di presacchio, giacchiatori, muscolai, bertibellai, nassaioli, salpatori, ceaioli con la ripaiola. Gente abbrustolita dal solleone, con il volto scavato da quell’aria di ragia che ispirava D’Annunzio. E poi personaggi un po’ felliniani, vitelloni affabulatori, scansafatiche capaci di grande autoironìa, cacciatori di bionde e di more: «Piove sulle tue ciglia nere, sì che par tu pianga ma di piacere», versi del Vate complici galeotti insieme agli incandescenti tramonti. E questa è la Marina che sopravvive.

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