Sicurezza
Porta a Lucca, i vip abitano ancora qui
Nati decine di piccoli locali, molti dei quali riconvertiti in pub, pizzerie, trattorie e fast food
PISA. Dicevi Porta a Lucca e sapevi dove iniziava e dove finiva. Dall’arco, all’incrocio tra via Contessa Matilde e via Luigi Bianchi in avanti, verso nord, fino a una rete metallica che separava i campi e la ferrovia. Anche oggi Porta a Lucca inizia lì, solo che non si sa dove finisce. Il confine si è allungato, fino alla sala del regno dei Testimoni di Geova. La toponomastica testimonia le novità: via Borsellino, via Falcone... E dall’altra parte dei binari il villaggio dei Passi.
Dicevi Porta a Lucca e sapevi che ci abitava. Industriali, direttori di banca, medici dell’ospedale e professori dell’università, magistrati e professionisti affermati. Quelli che oggi si chiamano vip: grandi ville, case basse contornate dal giardinetto, qualche raro palazzo un pò più alto, neppure una casa popolare. Anche oggi a Porta a Lucca abitano le classi più agiate, per dirla con i termini di una volta, con qualche commerciante in più.
Non importa aggiungere che in quaranta anni i cambiamenti ci sono stati, nel tessuto sociale come nella struttura urbanistica, anche se le strade sono sempre quelle di una volta. Dall’album storico però mancano molti dei vecchi personaggi e dei negozi che hanno scandito la vita del quartiere. Non c’è più il vecchio Bruno Landini, quello che dette il nome alla fiaschetteria e poi all’attuale ristorante. Era una mescita di vini molto apprezzata dagli sportivi, quelli che frequentavano l’Arena Garibaldi dopo le partite del Pisa e quelli che uscivano dal “Palloncino”, che era lo stadio della palla con il bracciale, proprio sotto le Mura, con tanto di betting per le scommesse. Non c’è più il “bar Sport”, aperto dall’indimenticabile Antongiovanni e condotto per decenni da Learco Gamba, con i tifosi nerazzurri che si scaldavano con il “poncino” mentre aspettavano che la grossa radio posta vicino al banco comunicasse i risultati delle altre squadre.
Non c’è più neppure Franco, “Il fiorentino”, piccolo, rotondo, pimpante e sferzante nelle sue battute mentre sfilava i polli dallo spiedo, manca all’appello anche il Cantini, un altro vinaio di buona fama, il ristorante di “Enzino” e i preti che hanno fatto la storia della chiesa di Santo Stefano, da don Fontana a don Luigi, che hanno visto crescere generazioni di ragazzi nell’oratorio della chiesetta, molti dei quali bravi e fortunati nella vita, altri assai meno, come Roberto Pampanini, una delle prime vittime della piaga dei tempi moderni.
Non ci sono più neppure Ficelli, il salumiere, e la famiglia di Giampiero Corsi, il lattaio, ritrovo preferito soprattutto dai giovani durante l’estate per il cono di gelato con la panna. C’è ancora la famiglia Melai, il ciclista, perché a riparare le biciclette è rimasto il figlio e ci sono i Bracci, quelli del negozio di generi alimentari, attività portata avanti dal figlio insieme alla moglie. E c’è Armando Nannini, con i figli, al banco della sua storica mesticheria. Insomma qualche bottega in meno e qualche banca in più, anche se il quartiere ha sfruttato commercialmente la presenza della scuola di paracadutismo, soprattutto nel primo tratto della via Lucchese. Non c’è più il circolo “Volere è potere”, con il pallaio delle bocce, ma ci sono ancora gli eredi del vecchio Colombo Doveri, il fotografo, l’uomo dei momenti felici del Pisa e dei giuramenti dei parà. C’è ancora, all’angolo, la pasticceria, ma a gestirla non è la famiglia Lenzini, così come è cambiata anche la gestione di decine di piccoli locali, molti dei quali riconvertiti in pub e pizzerie, trattorie e fast food. Il Sessantotto qui arrivò di striscio, portato una mattina dalla pistola che sparò sulla porta della villetta alle gambe del medico del carcere. Gli altri furono echi lontani, come quei colpi dei killer venuti da lontano contro il giovane fascista accusato di aver “tradito” la Primula nera Mario Tuti.
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