Sicurezza
PISA
«Atenei destinati a peggiorare»
Giovanni Parlato
Il consiglio di amministrazione deciderà l'indirizzo strategico e potrà essere presieduto da un privato e non dal rettore
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PISA. Il disegno di legge di riforma dell'università che ha ricevuto il via libera dal Consiglio dei ministri e si appresta ad iniziare il suo iter alle Camere, fa storcere il naso ai presidi del nostro ateneo. Ne parliamo col prof. Eugenio Ripepe, nuovo preside di Giurispridenza.
Qual è il giudizio di fondo?
«La dico in maniera secca, magari brutale. Io credo che sia un'impresa di notevole rilievo perché riesce a peggiorare un sistema universitario che sembrava insuscettibile di peggioramento. Il sistema non è che andava malissimo, questa riforma riesce a fare qualcosa di difficile da pensare cioè a peggiorarlo ulteriormente».
Ma la Crui ha dato un giudizio complessivamente positivo.
«Evidentemente alla Crui sono poco interessati all'autonomia universitaria, per esempio. Qui si realizza, una cosa tipica italiana, l'autonomia eteronoma cioè una finta autonomia, oppure se vogliamo è un decentramento centralizzato nel senso che in pratica tutto quello che le università possono fare deve essere deciso a livello centrale. Il che può anche andare benissimo però non deve essere spacciato come qualcosa che tende a garantire l'autonomia. Sono polemico, ma vorrei che si riflettesse su queste cose».
Il fatto di introdurre nel cda il 40% dei membri esterni va su questa linea?
«Non propriamente. Evidentemente, hanno pensato che l'università è una cosa troppa seria per lasciarla a persone universitarie. Questo consiglio d'amministrazione è una delle modifiche più rilevanti e sostanziali. A parte l'ingresso di persone esterne all'università, non è detto che il cda sia presieduto dal rettore, perché il rettore diventa uno dei componenti di diritto. Il presidente può essere un privato il quale potrà indirizzare la strategia di università in un senso non propriamente pubblico. E il consiglio decide l'indirizzo strategico».
Per quanto riguarda la ricerca?
«Qui il vero problema è la mancanza di fondi. La riforma prevede che l'attuazione di questa legge non deve comportare in pratica nessun onere. In pratica, non dovrà costare nulla. Una riforma a costo zero».
C'è qualcosa da salvare in questo disegno di legge?.
«Le buone intenzioni, quelle ovviamente non si possono non salvare. Qualche singolo aspetto isolato, ma pensare che così si possa veramente salvare l'università è incredibile».
Per dare una scossa cosa ci sarebbe voluto?
«C'è un problema sostanziale tra i tanti ed è quello del valore legale dei titoli di studio. Secondo me va salvaguardato, ma non si può salvaguardare con l'aziendalizzazione. Inoltre, avrebbero dovuto preoccuparsi del raccordo tra la scuola media superiore e l'università».
E il rapporto col ministero dell'Economia a cui, prima o poi, dovrà bussare la Gelmini?
«È sconcertante perché non solo le università non avranno autonomia, ma non lo avrà nemmeno il ministero dell'università. Questo significa che l'università si occuperà soprattutto di conti economici. Si rischia un commissariamento, un ministero dimezzato».
Qual è il giudizio di fondo?
«La dico in maniera secca, magari brutale. Io credo che sia un'impresa di notevole rilievo perché riesce a peggiorare un sistema universitario che sembrava insuscettibile di peggioramento. Il sistema non è che andava malissimo, questa riforma riesce a fare qualcosa di difficile da pensare cioè a peggiorarlo ulteriormente».
Ma la Crui ha dato un giudizio complessivamente positivo.
«Evidentemente alla Crui sono poco interessati all'autonomia universitaria, per esempio. Qui si realizza, una cosa tipica italiana, l'autonomia eteronoma cioè una finta autonomia, oppure se vogliamo è un decentramento centralizzato nel senso che in pratica tutto quello che le università possono fare deve essere deciso a livello centrale. Il che può anche andare benissimo però non deve essere spacciato come qualcosa che tende a garantire l'autonomia. Sono polemico, ma vorrei che si riflettesse su queste cose».
Il fatto di introdurre nel cda il 40% dei membri esterni va su questa linea?
«Non propriamente. Evidentemente, hanno pensato che l'università è una cosa troppa seria per lasciarla a persone universitarie. Questo consiglio d'amministrazione è una delle modifiche più rilevanti e sostanziali. A parte l'ingresso di persone esterne all'università, non è detto che il cda sia presieduto dal rettore, perché il rettore diventa uno dei componenti di diritto. Il presidente può essere un privato il quale potrà indirizzare la strategia di università in un senso non propriamente pubblico. E il consiglio decide l'indirizzo strategico».
Per quanto riguarda la ricerca?
«Qui il vero problema è la mancanza di fondi. La riforma prevede che l'attuazione di questa legge non deve comportare in pratica nessun onere. In pratica, non dovrà costare nulla. Una riforma a costo zero».
C'è qualcosa da salvare in questo disegno di legge?.
«Le buone intenzioni, quelle ovviamente non si possono non salvare. Qualche singolo aspetto isolato, ma pensare che così si possa veramente salvare l'università è incredibile».
Per dare una scossa cosa ci sarebbe voluto?
«C'è un problema sostanziale tra i tanti ed è quello del valore legale dei titoli di studio. Secondo me va salvaguardato, ma non si può salvaguardare con l'aziendalizzazione. Inoltre, avrebbero dovuto preoccuparsi del raccordo tra la scuola media superiore e l'università».
E il rapporto col ministero dell'Economia a cui, prima o poi, dovrà bussare la Gelmini?
«È sconcertante perché non solo le università non avranno autonomia, ma non lo avrà nemmeno il ministero dell'università. Questo significa che l'università si occuperà soprattutto di conti economici. Si rischia un commissariamento, un ministero dimezzato».
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