Il dolore
CONDANNATO DAL GIUDICE
Compra all'asta due quadri d'autorema poi sparisce
Antonio Scuglia
Diciamolo pure: piacerebbe a tutti - o quasi a tutti - partecipare a un'asta, magari fare partire le offerte («100 euro!», «105!», «110!»...) e poi ghiacciare i partecipanti: «Io ne offro 10mila!». Quindi, uscire con discrezione dalla sala prima di essere costretti a pagare davvero. Però non si può fare
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PISA. Diciamolo pure: piacerebbe a tutti - o quasi a tutti - partecipare a un'asta, magari fare partire le offerte («100 euro!», «105!», «110!»...) e poi ghiacciare i partecipanti: «Io ne offro 10mila!». Quindi, uscire con discrezione dalla sala prima di essere costretti a pagare davvero. Però non si può fare, a maggior ragione nelle aste in cui l'offerta va presentata prima in busta chiusa.
Un romano però lo ha fatto, ai danni di una sala d'arte pisana, comprando due quadri d'autore al prezzo di 8mila euro circa più i diritti (in tutto 9.500 euro) e poi tralasciando di pagare e ritirare la merce, nonostante i ripetuti solleciti.
Quali che siano stati i motivi di questo comportamento, all'uomo la vicenda è sostata più di tremila euro.
La sala d'arte lo ha infatti citato in giudizio davanti al giudice di pace, difesa dall'avvocato Franco Franconi. La causa è stata discussa davanti al giudice Flavio Ceccarini (sentenza 127/2009).
E' stata accolta nella sua totalità la ricostruzione dei fatti della parte attrice: alla fine di marzo 2008 era pervenuta alla Sala d'arte, che effettua la vendita di opere d'arte per conto terzi, una scheda di partecipazione a un'asta, sottoscritta dal convenuto e con la quale si richiedeva l'aggiudicazione di un quadro di Karpoff: "Senza Titolo" e uno di Monachesi: "Agrà". L'uomo si era aggiudicato entrambi i lotti e nei giorni successivi la Sala d'arte gli aveva inviato via e-mail il dettaglio delle opere con indicate le modalità di pagamento. Ma da qual momento in poi, dall'altra parte silenzio assoluto, nonostante i vari solleciti, nemmeno davanti alla successiva lettera di intimazione del legale con la richiesta del pagamento dei diritti d'asta perduti. A quel punto è stato necessario andare davanti al giudice, e il convenuto anche lì è rimasto zitto, anzi addirittura contumace.
Il magistrato ha quindi accolto la domanda, corroborata da documenti e prove testimoniali: la scheda con l'offerta, a suo tempo debitamente sottoscritta, costituisce scrittura privata tacitamente riconosciuta. Di qui la condanna: 1.659 euro più gli interessi di risarcimento per l'inadempienza contrattuale e 1.404 euro più Iva e interessi vari per le spese legali.
Un romano però lo ha fatto, ai danni di una sala d'arte pisana, comprando due quadri d'autore al prezzo di 8mila euro circa più i diritti (in tutto 9.500 euro) e poi tralasciando di pagare e ritirare la merce, nonostante i ripetuti solleciti.
Quali che siano stati i motivi di questo comportamento, all'uomo la vicenda è sostata più di tremila euro.
La sala d'arte lo ha infatti citato in giudizio davanti al giudice di pace, difesa dall'avvocato Franco Franconi. La causa è stata discussa davanti al giudice Flavio Ceccarini (sentenza 127/2009).
E' stata accolta nella sua totalità la ricostruzione dei fatti della parte attrice: alla fine di marzo 2008 era pervenuta alla Sala d'arte, che effettua la vendita di opere d'arte per conto terzi, una scheda di partecipazione a un'asta, sottoscritta dal convenuto e con la quale si richiedeva l'aggiudicazione di un quadro di Karpoff: "Senza Titolo" e uno di Monachesi: "Agrà". L'uomo si era aggiudicato entrambi i lotti e nei giorni successivi la Sala d'arte gli aveva inviato via e-mail il dettaglio delle opere con indicate le modalità di pagamento. Ma da qual momento in poi, dall'altra parte silenzio assoluto, nonostante i vari solleciti, nemmeno davanti alla successiva lettera di intimazione del legale con la richiesta del pagamento dei diritti d'asta perduti. A quel punto è stato necessario andare davanti al giudice, e il convenuto anche lì è rimasto zitto, anzi addirittura contumace.
Il magistrato ha quindi accolto la domanda, corroborata da documenti e prove testimoniali: la scheda con l'offerta, a suo tempo debitamente sottoscritta, costituisce scrittura privata tacitamente riconosciuta. Di qui la condanna: 1.659 euro più gli interessi di risarcimento per l'inadempienza contrattuale e 1.404 euro più Iva e interessi vari per le spese legali.
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