Sicurezza
VITA DA ROM
«Vogliamo un futuro in Italia»
Angela Feo
Sei mesi dopo lo sgombero del campo rom sull'Aurelia, tra le erbacce restano piccoli cumuli di macerie. Le baracche dove vivevano una ventina di rom non esistono più, ma dallo smembramento del campo sono nati almeno altri quattro insediamenti non autorizzati, più piccoli, più precari, più isolati
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PISA. Sei mesi dopo lo sgombero del campo rom sull'Aurelia, tra le erbacce restano piccoli cumuli di macerie. Le baracche dove vivevano una ventina di rom non esistono più, ma dallo smembramento del campo sono nati almeno altri quattro insediamenti non autorizzati, più piccoli, più precari, più isolati. Nascosti tra la boscaglia o in terreni lontani da palazzi e quartieri, ai margini della città.
Patru, 29 anni, Daniela, 26 e i loro tre bambini, insieme a altri sei rom rumeni, vivono in uno di questi. Hanno scelto di non aderire al programma dei rimpatri, grazie al quale avrebbero ricevuto un contributo variabile da 500 a 1500 euro per tornare in Romania.
E adesso le loro condizioni abitative sono peggiorate. Niente roulotte o baracche, ma tende. Niente più generatore per la luce elettrica, ma il fuoco e i fari delle auto per illuminare il campo. Accedono all'acqua grazie alla gentilezza di un pisano che gli permette di usare la sua fistola per riempire le taniche. Qualche bombola di gas per cucinare. Nel poco spazio all'interno delle tende, ordinatissime, Daniela ha persino appeso delle decorazioni natalizie. «Faccio quello che posso per rendere tutto più gradevole».
Quando piove, tutto intorno alle tende diventa fango. Dopo aver visitato il loro accampamento è difficile capire che cosa li trattenga qui e perché non abbiano deciso di aderire al programma dei rimpatri messo in atto dal Comune di Pisa. «Noi viviamo a Pisa da 10 anni - racconta Patru -. Quando arrivai non parlavo l'italiano e passavo la mia giornata a chiedere soldi ai semafori. Poi ho imparato la lingua, ho cominciato a lavorare come muratore. Adesso ho imparato un mestiere, il mio capo si fida di me e ho un contratto regolare a tempo determinato qui a Pisa. Guadagno 1000 euro al mese, in Romania sarebbe impensabile. Il nostro terzo figlio, Francesco, è nato qui due anni fa. E noi siamo cittadini europei, non clandestini. Nella città dove siamo nati, vicino a Segarcea, non ci sono possibilità di lavoro. Lì, dopo un mese, non sapremmo di che vivere. Per noi i contributi per il rimpatrio sono elemosina. I nostri compagni che sono partiti col programma di rimpatrio? Presto torneranno qui».
Ogni mattina Daniela si sveglia alle 6. Fa un'ora di strada a piedi e accompagna i due figli più grandi, 8 e 9 anni, alla scuola elementare del Cep. Sa che l'istruzione è l'unica chance di un'integrazione per Marinè e per Bianca. «Forse le persone credono che siamo dei barbari - dice Daniela - che ci piaccia stare in mezzo allo sporco, in luoghi insicuri per noi e per i nostri figli. Ma non abbiamo alternative. Il mercato degli affitti privati è troppo caro, non abbiamo neanche i soldi per la caparra. E non abbiamo possibilità di accedere alle case popolari».
È umido. Di fronte alle tende i bambini aprono i loro quaderni su un tavolino all'aperto, in mezzo al nulla. E Patru, quando torna dal lavoro, prima che faccia buio si siede con loro: «Continuo ad imparare anch'io, insieme ai miei figli. Spero che prima o poi potremo farlo sotto un tetto».
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