Il Tirreno

Pisa

L’INTERVISTA

Meno male che sono in pensione

Davide Guadagni
Lia Marianelli, preside storica del liceo Dini di Pisa, ora in pensione
◗
Lia Marianelli, preside storica del liceo Dini di Pisa, ora in pensione

Avete presente il concetto di preside in pensione? Ecco, ora davanti a me siede una preside in pensione che è mille miglia lontana da quel pensiero. Bella donna, caschetto biondo, jeans, sorriso solare. Lia Marianelli ha un'età indefinita ma, qualunque sia, la porta benissimo

4 MINUTI DI LETTURA





PISA. Avete presente il concetto di preside in pensione? Ecco, ora davanti a me siede una preside in pensione che è mille miglia lontana da quel pensiero. Bella donna, caschetto biondo, jeans, sorriso solare. Lia Marianelli ha un'età indefinita ma, qualunque sia, la porta benissimo. Il fare suadente, l'eloquio piano e il proverbiale: «Chiamami Lia», continuano a esercitare una seduzione, quella che le ha consentito di passare indenne da più di 40 anni di vita scolastica, di cui 22 da preside del prestigioso liceo scientifico "Dini" di Pisa.
E' in pensione dal giugno scorso e per la prima volta, dopo otto lustri e passa, si trova a vivere il primo giorno di scuola da casa. Siamo qui proprio per capire con lei quale scuola si è aperta lunedì, con che differenze rispetto al passato e con che prospettive.

Quando il suo primo giorno di scuola da insegnante?
«Le mie prime supplenze risalgono all'anno 67-68».

E ti pareva.
«Anni complicati».

Immagino. Lei poi era una pasionaria, ci risulta.
«Sì, ma in qualche modo sono sempre riuscita a coniugare il mio impegno con il mio lavoro. Quelli furono anni di repressione. Il 68, che era esploso nelle università, arrivò solo dopo nelle scuole superiori dove si respirava ancora l'aria del decennio precedente. Essere insegnante era un privilegio, essere preside era un potere assoluto. I supplenti, ad esempio, li sceglieva il preside. Il mio - ironia della sorte fui chiamata proprio al Dini - si chiamava Lamberto Naldini ed era un grand'uomo, per fortuna. Usava una campanella che ho ritrovato quando fui nominata preside».

Se la campanella parlasse, cosa racconterebbe?
«Di tutto. Dopo la stagione delle lotte, si avviò - a metà degli anni 70 - quella della speranza. La scuola sancì la rappresentanza. I decreti delegati prevedevano le assemblee, le elezioni. Provavamo ad aprirci alla società. Un tentativo che la sinistra considerava timido ma che, comunque, rappresentò un cambiamento».

Un cambiamento che si compì?
«Confusamente. Gli anni 80 furono quelli della sperimentazione e degli organi collegiali. E qualcuno, un po', esagerò. Gli indirizzi delle scuole superiori diventarono troppi, incerti, a volte strampalati. La riforma che era stata traguardata agli anni 90, infatti, non fu mai compiuta. Poi, ci siamo un po' "appulendati"».

Appulendati?
«Sì, la spinta al cambiamento si è esaurita, il susseguirsi di governi e di ministri che mutavano indicazioni a ogni piè sospinto, hanno reso la famosa riforma una chimera a tutt'oggi irraggiungibile. Quindi il pensiero complessivo ha lasciato il posto a iniziative e gestioni che non riguardavano più la scuola in senso lato, ma la scuola che ognuno di noi gestiva. Io ad esempio ho partecipato con grande entusiasmo alla sperimentazione dei licei scientifici ma poi ho dovuto constatare che il cambiamento non può avvenire così e mi sono seduta».

Sulla poltrona della presidenza del suo vecchio liceo?
«Sì, ma le assicuro che non sono stata mai ferma. Ho fatto in modo che la mia scuola formasse, fosse seria e, se vogliamo, tradizionale ma, al contempo, fosse aperta alla società e a qualunque attività. Al "Dini" oggi si fanno corsi sulla legalità, si impara il cinese e c'è un coro invidiabile. Il mio riferimento sono sempre stati i ragazzi, per me erano loro la stella polare, e li ho sempre avuti al mio fianco».

Lei ci sta facendo il quadro di una scuola che è rimasta ferma alla riforma Gentile dove i tanti tentativi successivi sono risultati sterili se non velleitari.
«No, della riforma Gentile la scuola ha completamente perso i connotati classisti e ha sbaragliato la rigidità dei percorsi. E' vero però che ogni ministro ha tentato, in buona fede o per vanagloria, di lasciare una propria impronta, senza tenere di gran conto di quel che aveva fatto chi lo aveva preceduto. Questo ci ha portato fin qui».

E oggi come siamo messi?
«Mica bene. La ministra Gelmini riesce a non farmi rimpiangere di aver smesso, non so dove porterà la scuola italiana e non sono per nulla ottimista. C'è un cambiamento della società che la scuola dovrebbe contribuire a governare e che, invece, non sa recepire».

Beh, Internet ha cambiato le carte in tavola...
«E non sempre positivamente. Abbiamo il problema dell'aggiornamento degli insegnanti. Abbiamo il problema di nozioni trovate in modo sbrigativo in rete. Abbiamo il problema che il lavoro di insegnante è diventato più faticoso, mal pagato, incerto. I ragazzi hanno perso la certezza del lavoro e hanno perso per strada il concetto dei valori».

Insomma, quest'anno la campanella non suona con allegria.
«No. Anche perché i problemi della società, di cui la scuola è un osservatorio precoce, incombono. Oggi per esempio assistiamo ad un fenomeno di alcolismo precoce che dà segni preoccupanti».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa