Il Tirreno

Pisa

Biotestamento, ora c’è un registro

Candida Virgone
Biotestamento, ora c’è un registro

Le volontà dei pisani sul fine vita si registrano all’urp del Comune

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Luigi Branchitta ha un desiderio legittimo: quello di essere il primo ad iscriversi al registro che in Comune raccoglierà le volontà dei cittadini sul «fine vita ». Branchitta è il consigliere Pd che ha presentato la mozione sul testamento biologico, votata all’unanimità in consiglio comunale, sottoscritta da 200 cittadini e che ha portato pochi giorni fa la giunta a deliberare l’istituzione della raccolta a Pisa. Il registro è il primo in Toscana e uno dei primi, dopo quello di Roma, in tutta Italia. Sarà istituito entro fine mese, a Palazzo Gambacorti, presso l’urp.

Un dibattito etico e medico acceso a livello internazionale quello sul testamento biologico, con posizioni diametralmente opposte a seconda dei diversi ruoli di chi si trova ad occuparsene. In questa pagina i pareri di un rianimatore, un cattocomunista, un sacerdote, un avvocato. «Per me - ha detto il professor Antonio Giunta, direttore dell’unità operativa universitaria di rianimazione dell’Aoup - è un passo in avanti utilissimo per sensibilizzare le persone e le famiglie sulla realtà che è la morte, una realtà inevitabile ma che oggi in sanità nessuno sente più come tale. Quando si parla di morte è come se si parlasse di bambini piccoli...

È utile anche perché a volte, quando può, il paziente comunica le sue decisioni con impeto, ma magari senza equilibrio, perché, depresso e pensando di essere gravissimo, può avere una percezione errata delle sue condizioni. Noi cerchiamo di mediare la volontà del paziente con la realtà clinica, di far sopravvivere chi può farlo in condizioni accettabili. Perché i parametri da seguire sono sopravvivenza e qualità della vita. La reazione dei familiari? Dipende dalla gravità del paziente.

C’è sorpresa e non rassegnazione se le cose non sono andate come previsto o come erano state prospettate. Frutto del consumismo, oggi nessuno vuol più morire, non si accetta il lutto ma neanche la convalescenza, bisogna star bene a tutti i costi, non è consentito lamentarsi. È brutto dirlo, ma nessuno vuole il cadavere in casa, e fuori dall’ospedale chi resta non vive il lutto, tende a voltare pagina.

In passato ho avuto dei dubbi, oggi meno e complessivamente questo come alcuni trapianti sono i passi avanti di una medicina consumistica. L’accanimento terapeutico? Un errore che abbiamo fatto tutti, illusi da una medicina eroica che doveva salvare più di quello che poteva. Il risultato? Una medicina difensiva in cui si fanno le cose per non essere accusati di non aver fatto abbastanza: finché la società parla di malasanità e i medici sono chiamati a rispondere, i pazienti non avranno fiducia in loro».

Piero Floriani, docente di letteratura italiana alla facoltà di Lettere, ex sindaco, uomo di sinistra ma anche cattolico, non ha dubbi. «Ho firmato la mozione di Branchitta - ha detto - perché la legge che si prospetta non mi piace. Ogni forzatura dell’assoluta libertà di morte potrebbe anche essere interpretata male, ma la stessa Costituzione garantisce che il cittadino possa rifiutare qualsiasi tipo di cura e lo può fare prevedendo su sé stesso qualsiasi eventualità. Ci vuole una legge tipo la formula tedesca.

Come cattolico penso che tutto ciò che non rientra nei dogmi, nei pronunciamenti solenni codificati come infallibili, non va avallato con encicliche o autorevoli prese di posizione. Il cristiano deve scegliere e operare secondo coscienza: resta fondamentale ascoltare e interloquire, avere un dialogo aperto».

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