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Pisa

Accattone, ma in attesa della pensione

Accattone, ma in attesa della pensione

Ex imprenditore chiede l’elemosina e non vuole che la figlia sappia. Altri 4 anni così e chiede solo qualche lavoretto onesto.

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PISA. A prima vista poteva sembrare quasi uno scherzo o più probabilmente una provocazione, quella architettata da un uomo estremamente ben curato e vestito che, ieri mattina, seduto su uno gabellino da campeggio di fianco all’ingresso delle Poste Centrali, era dedito all’accattonaggio. Ad accrescere curiosità e perplessità dei tantissimi passanti l’eloquenza della scritta tracciata a pennarello su di un pezzo di cartone: «Troppo vecchio per lavorare, troppo giovane per la pensione, help».

Un messaggio forte e chiaro dietro il quale si celava la storia, come abbiamo scoperto subito dopo, di uno di quei «giovani-anziani», come vengono oggi definiti i nuovi disoccupati over-50enni di cui si parla sempre di più, ma sempre troppo poco. R.G. (queste le sue iniziali e poi scoprirete perché non vuole che il nome sia pubblicato) che di anni ne ha già compiuti 60, ci parla volentieri esprimendosi con grande proprietà di linguaggio, con un accento che denota la sua origine emiliana (è originario della provincia di Ferrara). Una vita più o meno simile a molti altri suoi coetanei, con alti e bassi, ma mai con vere situazioni di indigenza. Una ferma nella Marina Militare, poi, per oltre un decennio, un discreto lavoro come assicuratore nel ramo vita. Nel frattempo mette su famiglia, si separa circa 20 anni or sono dalla moglie, ma “in maniera assolutamente non traumatica” afferma. A Roma apre un’azienda di marketing e comunicazione che funziona assai bene fino all’esplosione della web pandemia che ne provoca la chiusura.

Con i risparmi fatti e qualche lavoretto va avanti qualche anno, insufficienti però per fruire della pensione, che arriverà solo tra quattro anni. «Ho cercato in lungo e largo una qualsiasi occupazione, purché onesta, ma niente. In pratica sono costretto a stare sempre in giro in quanto nelle case alloggio di assistenza sociale, possono sistemarti solo per 12/15 giorni ogni tre mesi. Adesso sono ospitato a Lucca, poi dovrei recarmi a Spezia». «Nella mia condizione - aggiunge - ci sono migliaia e migliaia di persone in Italia e altre migliaia sono già a rischio, ma ben poco viene fatto per arginare questa emergenza. Ma non è sempre la latitanza delle istituzioni ad amplificare il problema. Siamo anche noi italiani che parliamo tanto di accoglienza ed umanità nei confronti degli extracomunitari, con molti dei quali condivido pasti e camerate, ma che poi, preferiscono far lavorare quest’ultimi perché possono essere buttati fuori in qualsiasi momento o peggio si possono far lavorare al nero. A tal proposito, proprio l’altra settimana, un lavoretto l’ho svolto a Rimini come lavapiatti in un ristorante. Tredici giorni per sostituire un bengalese».

R.G. ha perso quasi tutto ma non certo la dignità. «Mia figlia e la mia ex moglie non sanno delle mie attuali condizioni, per questo parlo volentieri ma non voglio apparire. Se qualcuno desidera aiutarmi, mi offra, un lavoro qualsiasi». Ieri ha già ricevuto in dono un cellulare, dove potrà almeno essere rintracciato per un’offerta di lavoro e il cui numero è a disposizione presso la nostra redazione (050-502202).

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