Il dolore
pisa
Un incubo il viaggio in Messico
Candida Virgone
Manager infuriato col tour operator: sapeva e non ci ha avvisato
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PISA. «Nessuno ci aveva detto che quello che doveva essere un viaggio di piacere si sarebbe trasformato in un incubo. Dovevamo viaggiare con le mascherine, lavarci le mani di continuo, visitare solo quello che la guida suggeriva. Un giorno dopo l’arrivo avevano chiuso i siti archeologici. Avevano chiuso anche i musei e dalla reception dell’albergo ti consigliavano di non andare a pranzo o a cena fuori». «Era meglio - ci avevano detto - se mangiavi in hotel. Allora era meglio restare a casa...». In cosa si è tramutato l’agognato viaggio in Messico, in occasione dell’allarme mondiale per il possibile contagio di influenza suina, lo racconta un manager toscano. Quaranta anni, fiorentino di nascita, vive ad Empoli e dirige a Pisa la filiale di un’importante azienda nazionale. Ha scritto all’agenzia di viaggio e alla compagnia che gli hanno proposto e venduto il tour in Messico, chiedendo un risarcimento, ma è ancora in attesa di risposta. «Quando siamo partiti, io e mia moglie, - racconta il manager - non si parlava di pandemia. Era il 25 aprile. Ci hanno detto che era tutto a posto.
La verità l’abbiamo scoperta una volta arrivati a destinazione, perché il giorno successivo si era già capito che aria tirava. Appena uscivi, e per strada c’era pochissima gente, ti facevano mettere la mascherina al viso. I primi giorni eravamo proprio a Città del Messico: non ci si poteva allontanare dal tour proposto, passeggiare in città, si potevano visitare solo i luoghi consigliati. Il programma prevedeva una serie di gite che ventiquattr’ore dopo sono state tutte annullate: niente siti archeologici, niente musei (sigillati dalle autorità), niente luoghi affollati. Alla fine, non sapendo più che proporci, ci hanno chiesto se volevamo spostarci sulle coste e andare al mare. Ma noi avevamo atteso con gioia questo viaggio, che doveva essere un momento per allentare la tensione e non una fonte di ulteriore stress, come si è rivelato, per cui abbiamo deciso di rifiutare: il mare lo faccio a casa mia, quando voglio. Allora ho telefonato all’agenzia. Voglio rientrare: ho detto. Io e mia moglie abbiamo fatto i bagagli e siamo tornati a casa, tre giorni prima del solito.
Appena arrivati non era finita: ci aspettava la quarantena, sette giorni tappati in casa. Rientro al lavoro lunedì, forse più stressato di quando sono partito. E arrabbiato, come tutti gli italiani che erano nel mio gruppo, 18 persone in tutto, alcuni toscani. Ce l’ho soprattutto con l’agenzia e la compagnia, ma soprattutto con il tour operator messicano, lo stesso che vende il viaggio a tutte le compagnie in Italia: loro sapevano - è la conclusione - quel che stava accadendo e ci hanno fatto partire lo stesso...».
La verità l’abbiamo scoperta una volta arrivati a destinazione, perché il giorno successivo si era già capito che aria tirava. Appena uscivi, e per strada c’era pochissima gente, ti facevano mettere la mascherina al viso. I primi giorni eravamo proprio a Città del Messico: non ci si poteva allontanare dal tour proposto, passeggiare in città, si potevano visitare solo i luoghi consigliati. Il programma prevedeva una serie di gite che ventiquattr’ore dopo sono state tutte annullate: niente siti archeologici, niente musei (sigillati dalle autorità), niente luoghi affollati. Alla fine, non sapendo più che proporci, ci hanno chiesto se volevamo spostarci sulle coste e andare al mare. Ma noi avevamo atteso con gioia questo viaggio, che doveva essere un momento per allentare la tensione e non una fonte di ulteriore stress, come si è rivelato, per cui abbiamo deciso di rifiutare: il mare lo faccio a casa mia, quando voglio. Allora ho telefonato all’agenzia. Voglio rientrare: ho detto. Io e mia moglie abbiamo fatto i bagagli e siamo tornati a casa, tre giorni prima del solito.
Appena arrivati non era finita: ci aspettava la quarantena, sette giorni tappati in casa. Rientro al lavoro lunedì, forse più stressato di quando sono partito. E arrabbiato, come tutti gli italiani che erano nel mio gruppo, 18 persone in tutto, alcuni toscani. Ce l’ho soprattutto con l’agenzia e la compagnia, ma soprattutto con il tour operator messicano, lo stesso che vende il viaggio a tutte le compagnie in Italia: loro sapevano - è la conclusione - quel che stava accadendo e ci hanno fatto partire lo stesso...».
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