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Soldi ai senegalesi che lasciano Pisa

Soldi ai senegalesi che lasciano Pisa

Dopo il bonus ai rom che lasciano la città Pisa trova una soluzione simile anche per i senegalesi. Ma a chi sceglie di andare verrà insegnato anche a lavorare la terra. La comunità senegalese: "Ce ne andremo in molti qui non c'è lavoro"

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 PISA. Se prima era alla ribalta della cronaca per l’ordinanza antiborsone, ora Pisa risolve il problema dell’immigrazione in tutt’altro modo: diventa la città pilota nei progetti per favorire lo sviluppo dell’economia in Senegal grazie ai rimpatri assistiti e «produttivi». Dopo il progetto dei rimpatri assistiti per i rom, Pisa sta per varare un’altra iniziativa di rientro molto innovativa perché non si tratta solo di censire i senegalesi che vogliono tornare nel loro Paese per poi metterli su un bus o su una nave con una piccola somma di denaro in tasca. Ma è un progetto che prevede la possibilità di dare a questi immigrati un mestiere che consenta loro di vivere dignitosamente in Senegal. Insomma, l’aiuto per il rimpatrio è economico e di crescita professionale.

 Sembra l’uovo di Colombo, ma questo ambizioso e complesso progetto coinvolge oltre al Comune, anche la Regione Toscana, la Croce Rossa, la Comunità europea e il governo e l’ambasciata senegalese.
 «Se andrà come immaginato, di senegalesi a Pisa ne resteranno ben pochi», dice Matar Ndiaye, vice presidente della comunità senegalese che a Pisa conta quasi 2mila persone.
 I dettagli di questo rimpatrio assistito e produttivo, diverso da quello per i rom, per ora solo accennati in consiglio comunale, spiega lo stesso Ndiaye. «Ogni persona che vuol fare rientro - spiega - riempirà un’apposita scheda personale per dichiarare che tipo di lavoro si vorrebbe fare in Senegal e dopo si procederà a corsi di formazione lavorativa da fare a Pisa o in Toscana».

 Tanti già i senegalesi favorevoli al rientro, e tra loro la stragrande maggioranza vuole essere formata nel settore dell’agricoltura. «I miei connazionali - continua Ndiaye - hanno già la terra ma non la sanno lavorare e quindi è necessario che imparino, e qui possiamo farlo meglio». Una volta preparati professionalmente manca però ancora un anello alla catena dell’autodeterminazione economica in Senegal e cioè la vendita del prodotto. «Già - spiega Ndiaye - tutto potrebbe esser vanificato se i frutti del lavoro dei nostri contadini senegalesi dovessero rimanere invenduti». A meno che in qualche modo non vengano venduti qui, a Pisa o in Toscana. «La cosa non sembra impossibile - anticipa Ndiaye - perché ci sono catene di supermercati che acquistano prodotti come legumi ed ortaggi da cooperative di immigrati che lavorano nella terra d’origine».
 Dalla comunità senegalese fanno sapere che la stragrande maggioranza degli immigrati sarebbe disposta a tornare in patria perché a Pisa, dopo l’ordinanza antiborsone, di lavoro ce n’è ben poco. Forse qualche decina di senegalesi sarebbe disposto a rimanere all’ombra della Torre nel caso il Comune procedesse al rilascio di licenze di commercio per la vendita di prodotti artigianali ed alimentari. Ma qualcosa, è inutile nasconderlo, è cambiato.
 Del resto è anche vero che questo progetto è proprio figlio dell’ordinanza antiborsoni: da un lato rigidità sulle regole, dall’altro finanziamenti e aiuti concreti e soprattuto efficaci per arginare il fenomeno dell’immigrazione. Il censimento dei sengalesi che vogliono rientrare è partito due settimane fa e già mercoledì saranno completate le liste.

 «Siamo solo all’inizio di questo percorso ambizioso - spiega Ndiaye - ma temo che i tempi per realizzare tutto, siano lunghi». Pape Diop, presidente del coordinamento delle associazioni senegalesi in Toscana, è più positivo. «Questo progetto di rimpatrio produttivo serve non solo a far tornare in Senegal chi è a Pisa, ma servirà alle nuove generazioni: rimarranno in patria perché avranno un padre e una madre che insegneranno loro un mestiere».

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