Il Tirreno

Pisa

Io, cattolico, voglio il biotestamento

Candida Virgone
Io, cattolico, voglio il biotestamento

Intervista all’ex sindaco Floriani sul registro fine vita

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 PISA. Aumenta il numero dei firmatari della mozione approvata dal consiglio comunale di Pisa con cui si chiede l’istituzione di un registro pisano su biotestamento e finevita. A sottoscrivere l’opzione docenti universitari, amministratori pubblici, professionisti, pensionati, manager d’impresa, uomini e donne in ugual misura, dai trenta ai sessanta anni, con un’età media che si attesta intorno ai cinquanta.

Fra chi ha firmato per l’istituzione di un registro presso l’ufficio anagrafe di Palazzo Gambacorti - secondo una mozione proposta dal consigliere del Pd Luigi Branchitta, che è stato ovviamente il primo sottoscrittore insieme al suo gruppo - ci sono anche l’assessore regionale alla sanità, Enrico Rossi, l’ex presidente del Teatro, Ilario Luperini, sua moglie, il direttore del museo di San Matteo, Maria Giulia Burresi, il presidente del consiglio comunale, Titina Maccioni, che ricorda a sostegno di questa iniziativa, in linea con i dettami della Fondazione Veronesi, l’articolo 31 della Costituzione e lo schieramento controcorrente di un sacerdote fiorentino che condanna l’ingerenza della chiesa.

Titina Maccioni annuncia anche l’eventuale ricorso, a fine raccolta firme, di un referendum sulla questione, mentre la Provincia ha istituito una commissione per un comportamento omogeneo nei vari Comuni di fronte all’adozione del registro.
 
Fra i firmatari c’è anche un ex sindaco, Piero Floriani, docente di letteratura italiana alla facoltà di Lettere della nostra università, uomo della sinistra pisana da sempre, ma anche cattolico, quello che una volta si chiamava cattocomunista.

-Professor Floriani, perché ha firmato?
 
«Non ho fatto sforzi, la legge che si prospetta non mi piace e sono persuaso dell’utilità di questa richiesta. È un po’ come il registro delle unioni civili...».

 -Voluto soprattutto dalle coppie gay, ma poi sottoscritto appena da alcuni conviventi di fatto e da una sola coppia omosex, composta da donne...
 
«Sì, perché è un atto simbolico, di carattere politico, più che un’azione che ora possa avere conseguenze amministrative...».

 -Perché secondo lei si è arrivati a questo?
 
«È una storia nata, secondo me, sotto il segno di un’emozione più che di un ragionamento, intorno ad un evento che ha giustamente turbato le coscienze, anche di chi era favorevole alla sentenza della Cassazione...».

 -Un’emozione, ma anche un calcolo ideologico intorno ad una dolorosa vicenda umana...
 
«È un tema delicato, perché ogni forzatura dell’assoluta libertà di morte potrebbe anche essere interpretata male, però la stessa Costituzione garantisce che il cittadino possa rifiutare qualsiasi tipo di cura e lo può fare prevedendo su sé stesso qualsiasi eventualità. Ci deve essere una legge...».

 -Un esempio è quanto è avvenuto in Germania...
 
«Sono d’accordo con la formula tedesca, concordata anche con protestanti e cattolici».

 -Perché lei è anche cattolico e i cattolici sono divisi su questo interrogativo che ha spaccato le coscienze...
 
«Sì, sono cattolico, ma vorrei precisare che tutto ciò che non rientra nei dogmi, nei pronunciamenti solenni codificati come infallibili, non va avallato con encicliche o autorevoli prese di posizione. Il cristiano deve scegliere e operare secondo coscienza: resta fondamentale ascoltare e interloquire, avere un dialogo aperto».

 -Tutto questo una volta non accadeva, accade oggi grazie ad una cosa che si chiama accanimento terapeutico...
 
«È il trionfo della tecnologia, ma è giusto, assolutamente giusto, che i medici combattano la morte. Ma hanno anche, ovviamente, la capacità di capire quando è il caso o meno di andare avanti così».

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