Il Tirreno

Pisa

I precari: ci saranno mai concorsi per noi?

Giovanni Parlato
I precari: ci saranno mai concorsi per noi?

I ricercatori a tempo determinato scrivono al rettore Chiedono un incontro per programmare il futuro. Breccia: abbiamo meno tutele di chi lavora nei call center

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PISA. L’università di Pisa ha calcolato che, in base ai decreti governativi, nell’arco di cinque anni ci saranno 400 docenti in meno rispetto agli attuali 1.800. Un dato che preoccupa, e non poco, i ricercatori precari che sognano un giorno di diventare titolari di una cattedra. A Pisa, in base al referendum di tre anni fa, dovrebbero (perché non c’è un numero ben preciso) essere fra i 3.000 e i 3.200. I più combattivi di questa categoria hanno scritto una lettera al rettore in cui chiedono un incontro per discutere cosa ne sarà di loro, se mai ci saranno i concorsi, se si può affrontare il tema delle tutele. Un gruppo di ricercatori precari, ieri mattina, ha consegnato alla segreteria del rettore Marco Pasquali la lettera che qui pubblichiamo. «È stata protocollata e aspettiamo una risposta via email al nostro indirizzo di posta elettronica», dice Alessandro Breccia, uno dei ricercatori che da ottobre sta portando avanti una battaglia dal sapore di Davide contro Golia.

La legge 133 sui tagli ha fatto stringere ancora la cinghia ai vari atenei. E Pisa si trova nella difficile situazione che non può bandire concorsi per avere superato la soglia del 90% del Fondo del finanziamento ordinario (Ffo) quale spesa da destinare alla voce personale (ovvero stipendi). Da una parte, i ricercatori precari guardano a Roma, ai tagli del governo, e in questa battaglia sono insieme all’ateneo di Pisa con cui hanno condiviso le proteste di queste settimane. Ma dall’altra parte, guardano ai piani alti del Palazzo alla Giornata di lungarno Pacinotti. «Perché ci sono problemi strutturali nel nostro ateneo - sottolinea Breccia - che abbiamo segnalato da tempo». Una doppia battaglia, quindi, da portare avanti su un doppio fronte.

Se le manifestazioni di piazza di settembre e ottobre si sono concentrate sui decreti ministeriali, adesso la controparte è il rettorato. «Le parole della prorettrice De Francesco - afferma Breccia - preannunciano anni di grave difficoltà con una contrazione dei servizi e una riduzione delle risorse come dell’offerta didattica». È chiaro che le giovani leve si domandando quanto spazio ci sia per loro. «Noi chiediamo al rettore un confronto - spiega ancora il ricercatore -. La nostra università soffre di elementi strutturali che riteniamo siano da affrontare. I docenti pisani hanno un’età avanzata e, negli anni, hanno beneficiato di un avanzamento di carriera a danno del reclutamento dei ricercatori. Negli ultimi otto anni, il numero dei ricercatori è diminuito, ovvero la base che dovrebbe fare da fondamento alla struttura piramidale si è ristretta. Ciò vuol dire perdere giovani che portano entusiasmo e nuove idee».

Breccia si sofferma sullo sforamento del 90% del Ffo chiedendo «trasparenza sul bilancio. Per esempio: quanto è stata superata questa soglia? E vorremmo sapere quanti e quali concorsi verranno fatti nei prossimi anni. Vorremmo programmare la nostra esistenza. Non vogliamo sanatorie, ma percorsi chiari basati sul merito. La nostra è una richiesta di civiltà».

Il ricercatore precario ricorda che a Pisa sono 17 le forme contrattuali diverse. «Credo che borse di studio inferiori a un anno non servano», dice Breccia che auspica «un maggiore ordine nella giungla dei contratti» rilevando che «noi siamo meno tutelati, con tutto il rispetto, di chi lavora nel call center». A questo punto si apre il capitolo, importante, delle tutele. «Non tutti i precari - afferma Breccia - hanno la pretesa di entrare in pianta stabile, ma almeno vorremmo che il nostro lavoro fosse garantito, che fosse riconosciuto, tutelato». Un lavoro tutelato come gli altri lavoratori: usufruire della malattia come della maternità come dei contributi. Diversi ricercatori hanno capito che non avranno un futuro e guardano altrove. Vorrebbero che il loro passaggio in ateneo non fosse pari a dei lavoratori-fantasma.

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