Attenzione
«A rischio la storia stessa della Normale»
La protesta dei ricercatori precari contro la 133 Marcocci: i tagli possono stravolgere la struttura
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PISA. Anche studenti e ricercatori della Scuola Normale Superiore, in questi giorni, hanno manifestato la loro contrarietà alla legge 133. Hanno sfilato in corteo insieme a tutto il mondo universitario e appeso alla facciata del Palazzo alla Carovana striscioni di protesta. Si sono riuniti in assemblee e sono decisi a fare sentire ancora la loro voce. Abbiamo incontrato Giuseppe Marcocci, assegnista di Storia, uno dei giovani ricercatori precari normalisti impegnati nella contestazione.
Perché la Scuola Normale ha deciso di uscire allo scoperto?
«Non potevamo restare senza fare nulla di fronte ad un attacco così generalizzato contro un sistema pubblico e democratico dell’istruzione, come la legge 133, che colpisce in pieno anche la Scuola Normale come qualsiasi altra università. La protesta ha spinto prima gli studenti e ora anche i ricercatori a mobilitarsi attivamente. I ricercatori oltre a partecipare a vario titolo alle assemblee degli studenti avevano anche già avviato una prima sottoscrizione del documento prodotto dall’assemblea degli studenti del 14 ottobre».
Avete fatto una stima dei tagli che comporterà la 133?
«A partire dal 2009, in Normale, ci sarà una riduzione del bilancio del 15% che comporterà un taglio di 5 milioni e 400mila euro in tre anni. Tagli che ricadranno sulla ricerca».
Con quali effetti?
«Ci sarà una drastica riduzione della capacità di ricerca sia dei laboratori della Scuola sia della ricerca individuale sui cui fondi ricadono anche le possibilità di attivare assegni, borse e progetti di ricerca».
Oltre ai tagli al bilancio, ci saranno anche conseguenze sull’organico?
«Certamente. L’anno critico per i ricercatori a tempo indeterminato sarà il 2015, ma già dal prossimo anno sarà difficile attivare borse e assegni. Nel giro di pochi anni, il personale della ricerca sarà dimezzato anch’esso passando dalle attuali 90 figure a 45 fra strutturati per ciascuna delle due classi, Lettere e Scienze. Dalla quota dei 45, tuttavia, dobbiamo escludere tutte quelle figure che hanno un contratto di collaborazione o a progetto. Figure che non vengono neanche più contemplate e sulle quali esiste un totale silenzio in Normale».
Con questo quadro che si prospetta, qual è il futuro di voi ricercatori?
«Il futuro è, ahimè, già scritto. Per coloro che vogliono continuare questo lavoro, non resta che andare all’estero perché il reclutamento nell’università è bloccato dal sistema localistico-clientelare e la via dell’insegnamento nelle scuole secondarie appare sempre più precluso».
Ci sono timori per lo stesso futuro della Scuola Normale?
«La Scuola ha sempre unito formazione e ricerca. Se il lavoro dei seminari non sarà più lo stesso, senza la presenza dei ricercatori che vi portano le novità dei loro studi, anche il futuro della Normale può prendere una strada diversa dalla sua storia».
E il possibile passaggio in Fondazioni pone altri limiti all’autonomia e al tradizionale sistema della Normale?
«I rischi sono evidenti. Il timore è vedere speso il prestigio della Scuola al servizio di logiche di mercato, con un condizionamento della libertà di ricerca da un lato e dall’altro con la fine della selezione democratica del corpo studentesco che potrebbe trovarsi a sostenere rette che non tutti possono permettersi».
Voi precari della Nomale, oltre a quanto fatto fino ad ora, avete in mente altre azioni di protesta? Per esempio, all’università i vostri colleghi si sono astenuti dalle commissioni d’esami?
«La fisionomia della Normale che non prevede attività didattica per i ricercatori e i precari, impedisce di aderire a iniziative importanti di questo genere».
È possibile una protesta che entri nel vivo dell’attività in Normale?
«Sarebbe auspicabile che all’interno della didattica si trovassero soluzioni che introducano la protesta nella Scuola. In tal senso, una possibile proposta è quella di estendere anche alla Normale la rete dei tavoli di lavoro sulla riforma dell’università che sta partendo in tutte le facoltà dell’ateneo pisano. Inoltre, per decidere le forme di lotta, sarebbe importante una maggiore rapidità nella comunicazione fra le diverse componenti della Scuola: oltre a studenti e ricercatori, anche docenti e amministrativi. Infine, servirebbe una maggiore rapidità anche nella convocazione delle riunioni degli organi collegiali, possibilmente aperti a tutti, data la particolare gravità del momento».
In questo momento, voi normalisti, vi sentite più vicini alla città, alla stessa università di Pisa?
«Chi è in Normale sia come ricercatore che come studente vive un rapporto con l’università pubblica quotidianamente molto stretto. Parte della carriera dei ricercatori passa o è passata e passerà per le università così come gli studenti della Normale sono studenti dell’università di Pisa».
Perché la Scuola Normale ha deciso di uscire allo scoperto?
«Non potevamo restare senza fare nulla di fronte ad un attacco così generalizzato contro un sistema pubblico e democratico dell’istruzione, come la legge 133, che colpisce in pieno anche la Scuola Normale come qualsiasi altra università. La protesta ha spinto prima gli studenti e ora anche i ricercatori a mobilitarsi attivamente. I ricercatori oltre a partecipare a vario titolo alle assemblee degli studenti avevano anche già avviato una prima sottoscrizione del documento prodotto dall’assemblea degli studenti del 14 ottobre».
Avete fatto una stima dei tagli che comporterà la 133?
«A partire dal 2009, in Normale, ci sarà una riduzione del bilancio del 15% che comporterà un taglio di 5 milioni e 400mila euro in tre anni. Tagli che ricadranno sulla ricerca».
Con quali effetti?
«Ci sarà una drastica riduzione della capacità di ricerca sia dei laboratori della Scuola sia della ricerca individuale sui cui fondi ricadono anche le possibilità di attivare assegni, borse e progetti di ricerca».
Oltre ai tagli al bilancio, ci saranno anche conseguenze sull’organico?
«Certamente. L’anno critico per i ricercatori a tempo indeterminato sarà il 2015, ma già dal prossimo anno sarà difficile attivare borse e assegni. Nel giro di pochi anni, il personale della ricerca sarà dimezzato anch’esso passando dalle attuali 90 figure a 45 fra strutturati per ciascuna delle due classi, Lettere e Scienze. Dalla quota dei 45, tuttavia, dobbiamo escludere tutte quelle figure che hanno un contratto di collaborazione o a progetto. Figure che non vengono neanche più contemplate e sulle quali esiste un totale silenzio in Normale».
Con questo quadro che si prospetta, qual è il futuro di voi ricercatori?
«Il futuro è, ahimè, già scritto. Per coloro che vogliono continuare questo lavoro, non resta che andare all’estero perché il reclutamento nell’università è bloccato dal sistema localistico-clientelare e la via dell’insegnamento nelle scuole secondarie appare sempre più precluso».
Ci sono timori per lo stesso futuro della Scuola Normale?
«La Scuola ha sempre unito formazione e ricerca. Se il lavoro dei seminari non sarà più lo stesso, senza la presenza dei ricercatori che vi portano le novità dei loro studi, anche il futuro della Normale può prendere una strada diversa dalla sua storia».
E il possibile passaggio in Fondazioni pone altri limiti all’autonomia e al tradizionale sistema della Normale?
«I rischi sono evidenti. Il timore è vedere speso il prestigio della Scuola al servizio di logiche di mercato, con un condizionamento della libertà di ricerca da un lato e dall’altro con la fine della selezione democratica del corpo studentesco che potrebbe trovarsi a sostenere rette che non tutti possono permettersi».
Voi precari della Nomale, oltre a quanto fatto fino ad ora, avete in mente altre azioni di protesta? Per esempio, all’università i vostri colleghi si sono astenuti dalle commissioni d’esami?
«La fisionomia della Normale che non prevede attività didattica per i ricercatori e i precari, impedisce di aderire a iniziative importanti di questo genere».
È possibile una protesta che entri nel vivo dell’attività in Normale?
«Sarebbe auspicabile che all’interno della didattica si trovassero soluzioni che introducano la protesta nella Scuola. In tal senso, una possibile proposta è quella di estendere anche alla Normale la rete dei tavoli di lavoro sulla riforma dell’università che sta partendo in tutte le facoltà dell’ateneo pisano. Inoltre, per decidere le forme di lotta, sarebbe importante una maggiore rapidità nella comunicazione fra le diverse componenti della Scuola: oltre a studenti e ricercatori, anche docenti e amministrativi. Infine, servirebbe una maggiore rapidità anche nella convocazione delle riunioni degli organi collegiali, possibilmente aperti a tutti, data la particolare gravità del momento».
In questo momento, voi normalisti, vi sentite più vicini alla città, alla stessa università di Pisa?
«Chi è in Normale sia come ricercatore che come studente vive un rapporto con l’università pubblica quotidianamente molto stretto. Parte della carriera dei ricercatori passa o è passata e passerà per le università così come gli studenti della Normale sono studenti dell’università di Pisa».
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