Il Tirreno

Pisa

È morto Ghelli, l’ultimo berlingueriano

Luca Daddi
È morto Ghelli, l’ultimo berlingueriano

Figura storica della sinistra pisana, era capogruppo del Pdci in Regione

5 MINUTI DI LETTURA





PONTEDERA. «Io sono espressione di due mondi che non esistono più: uno era il Pci; l’altro era il mondo della mezzadria cui apparteneva la mia famiglia, che viveva a Colleoli». Così scriveva Luciano Ghelli in “Caro Pci - Pisa Pontedera Firenze”, la sua biografia. Questo berlingueriano che ha fatto la storia della sinistra in provincia di Pisa (e non solo) se n’è andato per sempre. È morto all’ospedale di Pontedera dov’era stato ricoverato alcuni giorni fa ed era stato sottoposto a un intervento. Ieri il dramma: Ghelli è morto stroncato da una crisi cardiaca. Avrebbe compiuto 62 anni il 1º agosto. Ghelli, che era capogruppo del Pdci in consiglio regionale, era nato a Colleoli, frazione del comune di Palaia dove domani pomeriggio saranno celebrati i funerali. L’ora non è stata ancora fissata. Ghelli - che lascia la moglie, Grazia Fassorra, già preside all’Itc “Fermi” a Pontedera - cominciò a lavorare a 16 anni in una fabbrica metalmeccanica e si iscrisse al Pci dove ricoprì vari incarichi fino ad arrivare a essere segretario della Federazione pisana dal 1980 al 1988. Nel 1982 a Tirrenia fu organizzata la Festa nazionale dell’Unità, evento che per lui rappresentò l’impegno più esaltante.

Nel 1983 Ghelli entrò a far parte del comitato centrale del Pci e alla fine degli anni Ottanta lavorò al comitato regionale del partito a Firenze come membro della segreteria. Contrario allo scioglimento del Pci, fu coordinatore regionale della mozione due e, per la minoranza, entrò nella direzione nazionale del Pds. Nel 1993 aderì a Rifondazione, di cui divenne segretario regionale nel 1995. Fu anche candidato alla presidenza della Regione. Tre anni dopo, in profondo dissenso con la posizione di Bertinotti nei confronti del centrosinistra e del governo Prodi, uscì da Rifondazione e fu tra i fondatori del Partito dei Comunisti Italiani. Ghelli è sempre rimasto legato alla Valdera, a Colleoli in particolare. Località che dà anche il titolo all’ultimo capitolo del libro “Caro Pci”, scritto con Marco Carioni e pubblicato con Robin Edizioni l’anno scorso. Quel capitolo spiega, meglio di tanti trattati storici e sociologici, di quanto sudore e sfruttamento grondassero le nostre campagne pochi decenni fa. Le stesse campagne dove Ghelli incontrò il Pci: «La svolta che mi appassionò alla politica e alla lettura del giornale tutti i giorni avvenne verso il 1956-57, quando in “Doccia” - una casa isolata nella vallata tra Colleoli e Usigliano - venne ad abitare il mezzadro comunista Alamanno Pucci.

Pucci aveva quattro figliole tutte piccole e viveva nella miseria più nera; tuttavia si era abbonato all’“Unità”. Pucci diceva che era diventato comunista quando aveva visto che il cane della fattoria di Legoli mangiava pane e latte tutte le mattine e le sue figliole no». A differenza di quanti spesso amano dire d’aver dedicato la vita a un ideale, Ghelli ha sempre avuto l’onestà d’affermare il contrario: è il Pci che ha dato una vita a lui. «Spesso affiora in me un pensiero - si legge nel libro -: “se potessi rivivere cento volte, mi piacerebbe rifare sempre la stessa cosa: il funzionario comunista”». E ancora: «Devo dire di aver avuto dal Pci più di quello che avessi potuto anche lontanamente aspettarmi, ma di non essermi mai montato la testa e di aver sempre tenuto presente che come grado di istruzione ero appena arrivato alla quinta elementare». Riletto oggi, quel libro contiene parole che sono un testamento spirituale: «Alla fine di questo racconto, ritengo che il mio merito maggiore - e questo è certamente il mio orgoglio - sia quello di aver attraversato sconfitte amare e grandi sconvolgimenti come quelli dell’ultimo decennio del secolo scorso ed essere, nonostante ciò, rimasto comunista.

Mario Alicata disse, durante il terribile ’56, che per lui si trattò di diventare comunista una seconda volta. Anche per quelli della mia generazione è stato necessario rifare questa scelta e dico la verità: coloro che questa scelta non l’hanno fatta mi paiono personaggi tristi, perché, come sosteneva Enrico Berlinguer, penso anch’io che una delle cose più importanti della vita sia quella di rimanere fedeli agli ideali che furono della gioventù. Credo - e ne sono fortemente convinto - che per questi ideali valga la pena di continuare a battersi fino in fondo». Il nome di Ghelli è legato alle lotte operaie alla Piaggio: durante la crisi che alla metà degli anni Ottanta portò la cassa integrazione per migliaia di lavoratori, fu lui a pensare di occupare la fabbrica. Ma il progetto non arrivò mai agli organismi dirigenti del partito. Lui ricordava di averne solo parlato con alcuni compagni in incontri informali, ma di aver sempre trovato freddezza. E l’idea morì lì. Ghelli non si tirava mai indietro. Non l’aveva fatto nemmeno pochi giorni fa commentando la disfatta della Sinistra Arcobaleno alle elezioni. «Per la Sinistra - spiegò al nostro giornale - è stata una sciagura ampiamente annunciata. Io l’avevo detto.

D’altra parte abbiamo appoggiato il governo Prodi, che ha scontentato tutti, soprattutto i lavoratori». Questo governo - affermò - non ha fatto nessuna riforma, «né per i giovani, né per i lavoratori precari». «E poi - sottolineò - siamo colpevoli di aver fatto una unione senza identità». Per lui era stato anche un errore cancellare la falce e il martello: «Quel simbolo racconta una tradizione, ci avrebbe aiutato a prendere più voti. Ora dobbiamo ripartire: per me l’esperienza della Sinistra Arcobaleno è già finita. Occorre lavorare per l’unità dei comunisti. Ci vorranno dieci o vent’anni, ma questa è la strada».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa