Il Tirreno

Pisa

I precari: esami e lezioni a rischio

Giovanni Parlato
I precari: esami e lezioni a rischio

«L'ateneo ha pensato solo alle promozioni e non ad assumere»

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PISA. I circa duemila ricercatori precari dell’università da ieri hanno cominciato la loro protesta. Al momento silenziosa, ma non è escluso che possa assumere ben altri toni e modi. «Dipende se ci daranno ascolto» dice Carmelo Calabrò, assegnista di Scienze politiche. «Non escludiamo - aggiunge il ricercatore - azioni di ostruzionismo come interruzioni di lezioni e sessioni di esame». Il rinnovato braccio di ferro fra rettorato da una parte e precari dall’altra nasce da una questione concreta: lo sforamento del 90% del fondo ordinario statale per il pagamento delle retribuzioni del personale, docente e non docente, a tempo indeterminato. Da ciò deriva che «il nostro ateneo non potrà usufruire di un finanziamento speciale che ammonta, complessivamente per tutte le università italiane, a 20 milioni di euro. Per la parte pisana, questo avrebbe voluto dire l’assunzione di trenta ricercatori a tempo indeterminato.

Solo altri tre atenei sono andati oltre il limite del 90%: Firenze, Trieste e la Federico II di Napoli». I precari hanno spiegato le ragioni della loro protesta in un manifestino che ieri è stato distribuito ai rappresentanti del Senato Accademico che erano in riunione. «Dal 1995 al 2006 - sostengono i ricercatori - la spesa per il personale è pressoché raddoppiata, dai 239 miliardi delle vecchie lire ai 240 milioni di euro. Ben più del 94,6%, alla faccia dell’inflazione. Il numero dei dipendenti dell’ateneo è cresciuto invece solo di 101 unità, poco meno del 3%». «Questi numeri vogliono dire semplicemente - spiega Calabrò - che i soldi sono andati nella massima parte in promozioni interne a scapito di poche assunzioni. Ora, il fatto che l’ateneo abbia sforato il tetto massimo e non potrà usufruire del fondo speciale non si ripercuote contro coloro che sono i responsabili di questa gestione, ma colpisce i soggetti deboli, cioè noi, i precari. Diventiamo noi le vittime di questo sistema». Ai ricercatori precari domandiamo cosa si aspettano dai rappresentanti del Senato Accademico.

«Con oggi è iniziata la nostra protesta - è la risposta -. Stiamo cercando di programmare una serie di iniziative che ancora non sono state decise nello specifico. La nostra mobilitazione andrà verso scelte di carattere sindacale. Il 13 novembre ci sarà il consiglio d’amministrazione e quel giorno sarà un’altra tappa della nostra protesta. Siamo in una posizione di confronto. Se non ci ascolteranno avvieremo proteste eclatanti. La nostra attività di ricerca non si limita, appunto, alla ricerca, ma investe più settori dell’università, dalla didattica alle sessioni d’esame. Vogliamo essere ascoltati. Siamo persone che hanno una media di 35 anni e non si può formare una famiglia e non può chiedere un mutuo. E, allo stato attuale, non avrà neanche una pensione. E a 40 anni si è fuori dal mondo del lavoro».

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