Il Tirreno

Pisa

Donna e anche rettore, la sfida sta qui

Antonio Valentini
Donna e anche rettore, la sfida sta qui

Maria Chiara Carrozza: onestà e democrazia in vetta alle priorità

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PISA. È un direttore acqua e sapone, Maria Chiara Carrozza. Semplice e timida, non risponde certo all'ìcona del barone universitario vecchia maniera. Eppure, se volesse, avrebbe di che essere sussiegosa: benché non sia l'unico rettore donna in Italia (l'Università per stranieri di Perugia è retta da Stefania Giannini, pure lei laureata a Pisa, conosciuta al Sant'Anna per aver insegnato al master in diritti umani), è sicuramente il più giovane. I suoi 42 anni le consentono un atteggiamento informale, maglione e pantaloni sportivi in quel tempio accademico fatto di polsini inamidati e seriose grisaglie. Si è laureata in fisica quando aveva 25 anni e si è perfezionata in ingegneria nella Scuola quando ne aveva 29, dopo aver frequentato il liceo scientifico Ulisse Dini, a Pisa. Dirige l'Arts Lab di Pontedera, dove va in treno.

 È soddisfatta per la sua elezione?
 
«Si sono soddisfatta. Ho cercato di stendere un programma con degli obiettivi, di proporre un metodo "nuovo" nel senso che vorrei una maggiore condivisione delle problematiche della Scuola, dei metodi per la soluzione dei nodi importanti per la crescita. Ho visto che c'è stata una buona risposta, sono soddisfatta».

 Qual è la prima cosa che ha fatto, appena saputo l'esito dello scrutinio?
 «Ho pensato. Mi sono fermata un attimo a riflettere sull'importanza della responsabilità cui andavo incontro e mi sono ricordata degli insegnamenti di mio padre, il quale mi diceva che è importante il senso dello Stato, del servizio per lo Stato. Servire per un'università pubblica in questo ruolo impegnativo richiederà tutti i miei sforzi».

 Essere donna le dà un responsabiltà maggiore?
 
«Donne o uomini abbiamo tutti delle responsabilità importanti nei confronti delle persone, di chi paga le tasse e quindi ci permette di vivere, di svolgere il nostro lavoro. Essere donna non è che mi dia una responsabilità maggiore; direi che porto la mia sensibilità, la mia esperienza personale, anche di madre. Pure gli uomini hanno le loro responsabilità, portano le loro esperienze personali, il loro essere uomini».

 Cos'ha messo al vertice delle priorità?
 
«L'onestà e la democrazia, la crescita e l'unità della Scuola. Cercare di coniugare le esigenze, le varie specificità di tutte le componenti per arrivare al raggiungimento di quel ben comune che è importante per tutti».

 Perché si è candidata, rompendo così una tradizione della Scuola che ha sempre avuto un candidato unico alle elezioni per direttore?
 
«L'ho fatto perché penso che sia giunto il momento per la mia generazione di dare un contributo alla crescita della Scuola. Siamo tutti riconoscenti e consapevoli che chi ci ha preceduto ha permesso di raggiungere questo livello. Credo che ora sia il momento, non dico di prendere il testimone, ma di portarlo insieme, per innovare, rigenerare il Sant'Anna e interpretarne la grandezza in maniera diversa. Più che per rompere la tradizione mi sono candidata per proseguire nel lavoro d'innovazione della Scuola».

 Tra gli obiettivi del suo programma c'è la valorizzazione del ruolo degli allievi. Fino a ora non le è parso valorizzato a sufficienza?
 
«La Scuola è grande perché grandi sono i suoi allievi. Ha allievi eccellenti che ottengono risultati eccellenti e quindi direi che nel mio programma punto alla loro valorizzazione. Vediamo che cosa possiamo pensare insieme per perseguire l'eccellenza e quindi per crescere i nostri talenti. Non c'è rottura con il passato, ma continuità, interesse a trovare strumenti nuovi per la loro valorizzazione. Non vorrei che la mia candidatura, la mia interpretazione della direzione della Scuola fosse vista come elemento di rottura. È viceversa un elemento di crescita, di evoluzione».

 Cosa pensa dell'idea di una scuola Sant'Anna riformata sul modello della graduate school?
 
«Questo è un argomento importante su cui ci dobbiamo confrontare. Non posso esprimere ora un pensiero, diciamo così, in generale. Credo che il graduate program, dalla laurea magistrale al dottorato di ricerca, costituisca un'opportunità per la Scuola. Quindi il mio obiettivo è quello di coniugare la nostra tradizionale offerta, il famoso modello delle scuole pisane, con la nuova opportunità dei graduate program. Cioè l'idea è quella di sperimentare delle forme nuove, pur consapevoli che l'arma vincente fino a ora è stata questo modello pisano di continuità: dalla laurea di primo livello, al secondo livello, al dottorato di ricerca».

 In questa ottica come sarebbe superabile il nodo rappresentato dagli studenti di medicina e giurisprudenza per i quali non sono previste lauree di I livello?
 
«Non credo che sia un nodo, un ostacolo. L'importante è valorizzare queste lauree, tenere conto che esistono anche diversità nei vari settori in cui la scuola è rappresentata e cercare d'individuare obiettivi comuni per tutti. Oggettivamente gli studenti di medicina hanno un percorso un po' diverso dagli altri e quindi dobbiamo trovare delle risposte specifiche».

 Perché lei chiede, attraverso la comunicazione, che la Scuola abbia il giusto riconoscimento internazionale? Fino a oggi non l'ha avuto?
 
«Sono ottimista sul riconoscimento internazionale della Scuola e quindi possiamo dire che abbiamo ottenuto dei risultati promettenti. Certamente dobbiamo attivare internamente quegli strumenti di valutazione, di raccolta della nostra produzione scientifica, didattica che ci permettano di fotografare ciò che siamo. Anche per valutare, per migliorarci e per comunicare quanto abbiamo ottenuto».

 Ora che è stata eletta, come pensa di ricomporre le due anime della Scuola?
 
«La Scuola non è che abbia due anime, ne ha molte. Ha tante specificità. La mia candidatura e il mio programma non sono di spaccatura; non credo che ci siano anime da ricomporre. Ritengo che siano importanti, ora, obiettivi comuni che ci permettano di perseguire unità di intenti. La scuola è cresciuta, sono aumentati i docenti e i ricercatori ed è fondamentale ritrovare questo spirito unificante che ci ha sempre caratterizzato. Io sono convinta che lo riavremo. Ho avuto già risposte positive, perché la scuola sa fare quadrato intorno alle proprie risorse. E lo dimostrerà».

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