Il Tirreno

Pisa

Io barone? No, sono solo un medico

Antonio Valentini
Io barone? No, sono solo un medico

Il professor Taddei non dimentica il maestro: devo tutto a Salvetti

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PISA. Cinquant'anni, pisano doc, due figli di 21 e 18 anni. Dal primo novembre direttore del dipartimento medico. Il professor Stefano Taddei fa parte di quel gruppo di persone che bruciano le tappe. Laurea a 25 anni, specializzazione a 29, a Houston come ricercatore quando ne aveva 34, professore associato di medicina interna a 43, professore ordinario a 49. È un prodotto del vivaio, si direbbe usando un gergo calcistico. Lui lo sa e ne va orgoglioso: «Devo tutto al mio maestro, il professor Antonio Salvetti. Ne sono stato il braccio destro. Continuo la sua opera. Mi guiderà».

 Appunto. Non si sente sovrastato dalla responsabilità di prenderne il posto?
 «Più che sovrastato, mi sento stimolato. Sostituirlo è un grande impegno, ma conto di partire dalla grossa eredità che mi lascia e spero di avere il suo aiuto, di trovarlo al mio fianco soprattutto all'inizio».

 Cosa le ha insegnato di più Salvetti?
 
«Tre cose: l'amore per la professione, la dedizione all'attività clinica e di ricerca e l'umanità nel trattare coi colleghi e coi pazienti».

 Ora che è stato investito dell'incarico di direttore del dipartimento medico, continuerà a dedicarsi ai malati oppure si metterà dietro a una scrivania?
 
«Sono un clinico medico, ci tengo a sottolinearlo e l'attività sul malato è prioritaria. C'è tempo per fare tutto, ma il rapporto coi pazienti rappresenterà sempre una parte essenziale del mio lavoro»

 Continuerà a stare in corsia?
 
«Certo che sì. Avrò validi collaboratori. Credo molto nell'attività integrata, nella collaborazione, in un modello nuovo della medicina, ma di sicuro continuerò a occuparmi in prima persona dell'attività clinica».

 Nel linguaggio comune della sua generazione, mi riferisco agli anni in cui lei era giovane studente universitario, quelli come lei erano chiamati "baroni". Lei sente un "barone"?
 
«No, nel modo più assoluto. I tempi cambiano. Oggi esistono funzioni di responsabilità e di coordinamento. Trovarsi in certi ruoli significa prendere decisioni che devono essere condivise».

 Cosa è cambiato nella sanità pisana da quando lei ha iniziato a lavorarci?
 
«L'avvento dell'ospedale-azienda ha creato un modo diverso d'intendere la sanità. L'ospedale prima era un luogo fatto di cliniche, ora è una realtà complessa che deve rispondere alle esigenze del cittadino erogando prestazioni di altissima qualità clinica e scientifica. Nello stesso tempo deve avere rigore nell'utilizzo delle risorse, che non sono infinite e, dunque, sono preziose. Un'azienda moderna deve riuscire a quadrare il cerchio, ponendo attenzione ai problemi di salute in senso lato delle persone, offrendo un'altissima professionalità e, al tempo stesso, operando così da salvaguardare le risorse: i cittadini pagano per il nostro lavoro».

 Prima non era così?
 
«Prima la sanità costava meno perché era più semplice. C'era il clinico che visitava il paziente e poco più. Oggi, oltre alle qualità cliniche necessarie, c'è un apparato tecnologico e terapeutico molto complesso, con opportunità superiori e più costose rispetto a prima. Serve un sistema integrato».

 Vuol dire che oggi prevale il gioco di squadra?
 «Esatto. Anche se non dobbiamo disconoscere le qualità dei grandi clinici che ci hanno permesso di andare avanti».

 È difficile raggiungere uno standard pari al suo?
 «Non è difficile. Più difficile è giudicare il proprio lavoro. Io sono laureato da un quarto di secolo e posso dire di essermi sempre dedicato a questo. Ho avuto fiducia nelle persone che mi hanno guidato e ho seguito i consigli dei miei maestri, e questo mi ha portato a insistere a fare un certo tipo di lavoro. Alla fine, in apparenza, ciò ha pagato. Sono stato costante, ma ho potuto esserlo perché avevo alle spalle il professor Salvetti».

 Il nuovo incarico rappresenta il giusto merito alla sua carriera?
 
«Non lo so. Penso che sia più una scommessa che un giusto merito. E poi, all'inizio non si può dire che sia meritato: il giudizio si potrà dare solo alla fine dell'incarico. Per ora è una scommessa».

 Cosa le piacerebbe fare durante il suo mandato di direttore dipartimentale?
 
«Il nostro è un dipartimento integrato in medicina interna, con una componente universitaria e una ospedaliera. Mi piacerebbe sviluppare le due facce diverse, ma complementari, di questo tipo di organizzazione. Visto il tasso d'invecchiamento della popolazione, l'internista sta tornando a essere un medico di riferimento. Per questo serve un filo diretto con i medici di base affinché si rapportino all'internista che lavora in ospedale. Nel dipartimento ci sono pure le punte di diamante, come l'ipertensione (dalla quale derivo) la dermatolgia, il metabolismo, l'immunoallergologia, la medicina dello sport: queste attività devono essere messe in condizione di progredire, rappresentando una grossa attrattiva verso persone provenienti da fuori regione».
 «Per cui: da un lato bisogna interagire con la medicina di base, dall'altro bisogna portare avanti le grosse attività assistenziali di ricerca».

 Lei potrebbe dare tre consigli a una matricola di medicina che vuole raggiungere il suo livello?
 
«I tre consigli che potrei dare sono: studiare, lavorare e applicarsi molto. Poi credere in quello che si fa, poiché gli studenti tendono più a orientarsi su ciò che è più conveniente; in realtà bisogna avere il coraggio di scommettere su quello che si vuole fare. La terza cosa: non avere paura quando c'è l'occasione di andare all'estero e nello stesso tempo si deve aspettare, saper cogliere il momento opportuno. In fin dei conti lavoriamo ogni giorno e abbiamo scatti improvvisi. Poi è il caso di credere nella sorte o nel buon Dio. In fondo la vita, a volte, è strana».

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