Il dolore
La uccide e chiede il sussidio perché vedovo
Candida Virgone
L'università in cui lavorava la moglie temporeggia: aspettiamo la sentenza definitiva
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PISA. Si può ammazzare la moglie a martellate e poi chiedere il sussidio per la di lei dipartita? Si può, si può. Incredibile, ma vero, lo ha fatto il professore universitario assolto venerdì mattina in tribunale dal gup di Pisa perché ritenuto totalmente infermo di mente e dunque incapace di intendere e di volere. Giancarlo Serri, 56 anni, stimato geologo, ha inoltrato la richiesta all’università di Parma, di cui erano dipendenti sia lui che la moglie, Carmen Liliana Moldoveanu. Quella moglie massacrata con quaranta martellate all’alba del 3 giugno del 2006 e morta a soli 43 anni dopo nove giorni di agonia. La richiesta l’ha inoltrata, pare, all’insaputa dei suoi legali, mentre era recluso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, dove è stato ricoverato dopo l’omicidio e dove è tornato l’altra mattina dopo il rito abbreviato che si è svolto davanti al gup Leonardo Degl’Innocenti e al pm Giovanni Maddaleni. Lui, aullese, era docente di geologia presso quell’ateneo, lei ricercatrice.
Secondo lo statuto dell’università parmense, in casi di incidente, invalidità o morte di un dipendente, i parenti hanno diritto ad un sussidio, che viene elargito una tantum e che in questo caso sarebbe di 1.800 euro. Qual è stata la sorpresa della mamma della vittima, la signora Emilia (che nel dibattimento si è costituta parte civile, assistita dall’avvocato Domenico Cardile, del foro di Bologna), quando, avanzata la sua legittima richiesta, si è sentita rispondere che la stessa domanda era stata presentata dal marito, l’uxoricida, che come tale ha più diritto dei genitori? E non è stata solo sorpresa, ma anche indignazione e rabbia. L’avvocato Cardile a quel punto ha fatto presente all’università di Parma il paradosso grottesco che si concretizzava in quell’atto, visto che il professor Serri la moglie l’aveva ammazzata a martellate. E l’ateneo che ha deciso? Che sì, l’avvocato aveva ragione, e che quindi la commissione preposta alla delibera sospendeva per il momento la pratica in attesa del definitivo giudizio penale. Che non si sa come considerare.
Perché in base alla legge Pecorella, di un anno e mezzo fa, le sentenze di assoluzione sono inappellabili e dunque definitive, mentre la Cassazione questa inappellabilità l’ha messa pienamente in discussione. Sembrerebbe abbastanza. Invece no. C’è anche l’eredità della povera docente, qualche risparmio conservato in banca, che la madre ha richiesto, ma che per legge, anche questa, andrebbero direttamente al coniuge piuttosto che non ai genitori. La parte civile ha chiesto quindi a Serri e ai suoi legali (il docente è difeso dall’avv. Roberto Valettini del foro di Massa e dal prof. Tullio Padovani, di Pisa) la rinuncia dell’omicida all’eredità, perché la povera madre possa avere i beni della figlia. A tutti - avrebbe detto la povera signora Emilia - ma non certo a lui. La questione dell’eredità è oggetto di una trattativa, in atto fra la difesa e la parte civile, per quantificare il risarcimento e nell’ambito di questa si è trattato sia della rinuncia, che del ritiro della domanda per entrare in possesso del sussidio.
Domanda che il professor Serri, pur totalmente infermo di mente e incapace di intendere e di volere, dimostrando grande lucidità per le cose più pratiche e spicciole, ha avanzato. I due insegnavano e vivevano a Parma, con l’anziana madre di lui, Edda Barberini, ma ogni tanto venivano a Pisa, città in cui cui Giancarlo aveva studiato ed aveva avuto i primi incarichi e a cui erano legatissimi. L’omicidio era avvenuto nell’appartamento al numero 6 di via De Ruggiero, a Cisanello.
Secondo lo statuto dell’università parmense, in casi di incidente, invalidità o morte di un dipendente, i parenti hanno diritto ad un sussidio, che viene elargito una tantum e che in questo caso sarebbe di 1.800 euro. Qual è stata la sorpresa della mamma della vittima, la signora Emilia (che nel dibattimento si è costituta parte civile, assistita dall’avvocato Domenico Cardile, del foro di Bologna), quando, avanzata la sua legittima richiesta, si è sentita rispondere che la stessa domanda era stata presentata dal marito, l’uxoricida, che come tale ha più diritto dei genitori? E non è stata solo sorpresa, ma anche indignazione e rabbia. L’avvocato Cardile a quel punto ha fatto presente all’università di Parma il paradosso grottesco che si concretizzava in quell’atto, visto che il professor Serri la moglie l’aveva ammazzata a martellate. E l’ateneo che ha deciso? Che sì, l’avvocato aveva ragione, e che quindi la commissione preposta alla delibera sospendeva per il momento la pratica in attesa del definitivo giudizio penale. Che non si sa come considerare.
Perché in base alla legge Pecorella, di un anno e mezzo fa, le sentenze di assoluzione sono inappellabili e dunque definitive, mentre la Cassazione questa inappellabilità l’ha messa pienamente in discussione. Sembrerebbe abbastanza. Invece no. C’è anche l’eredità della povera docente, qualche risparmio conservato in banca, che la madre ha richiesto, ma che per legge, anche questa, andrebbero direttamente al coniuge piuttosto che non ai genitori. La parte civile ha chiesto quindi a Serri e ai suoi legali (il docente è difeso dall’avv. Roberto Valettini del foro di Massa e dal prof. Tullio Padovani, di Pisa) la rinuncia dell’omicida all’eredità, perché la povera madre possa avere i beni della figlia. A tutti - avrebbe detto la povera signora Emilia - ma non certo a lui. La questione dell’eredità è oggetto di una trattativa, in atto fra la difesa e la parte civile, per quantificare il risarcimento e nell’ambito di questa si è trattato sia della rinuncia, che del ritiro della domanda per entrare in possesso del sussidio.
Domanda che il professor Serri, pur totalmente infermo di mente e incapace di intendere e di volere, dimostrando grande lucidità per le cose più pratiche e spicciole, ha avanzato. I due insegnavano e vivevano a Parma, con l’anziana madre di lui, Edda Barberini, ma ogni tanto venivano a Pisa, città in cui cui Giancarlo aveva studiato ed aveva avuto i primi incarichi e a cui erano legatissimi. L’omicidio era avvenuto nell’appartamento al numero 6 di via De Ruggiero, a Cisanello.
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