La manifestazione
Mio figlio respinto? E partono gli insulti
I docenti protestano: minacce e aggressioni, nessuno fa autocritica
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PISA. Come, respingete mio figlio? È la domanda che ogni docente, alla fine dell’anno scolastico, si sente rivolgere dai genitori che si trovano davanti alla bocciatura del proprio erede. Perdere un anno scolastico è, per certe famiglie, motivo di riflessione. Per altre è viceversa occasione di rivalsa nei confronti dei docenti, autori di una mancata promozione per mille e un motivo, quasi mai legato al profitto. Le proteste spesso si trasformano in intemperanze che hanno i prof per bersaglio. Per questo alcuni docenti del classico intervengono. Sono i docenti Donati, Bontempelli, Pezzica, Giusti, Nenci, Giovetti, Bruselli, Ripoli, Vagelli, Fossati, Baragatti, De Cristofano, Pagnin, Costoloni, Chiummo, Pacella.
Ecco la loro lettera: «Siamo un gruppo di docenti del liceo classico “Galilei” che ha deciso di denunciare alla pubblica opinione quanto solitamente accade nella sua scuola, come nel resto delle scuole d’Italia, ad ogni fine di anno scolastico. Una volta reso pubblico il giudizio di fine anno, con l’assegnazione dei debiti e le poche non promozioni, succede invariabilmente che si presentino a scuola genitori infuriati, intenzionati ad usare quello che solo eufemisticamente si potrebbe chiamare colloquio di fine anno, per rinfacciare agli insegnanti quei risultati che siano loro sgraditi, con aggressioni verbali, pressioni, minacce. Nulla conta il fatto che nei mesi precedenti siano stati regolarmente e puntualmente informati dell’andamento scolastico dei loro figli. Non vogliono avere chiarimenti sull’operato degli insegnanti.
Vogliono risentirsi con loro e condizionarli in vari modi». «Che cosa sta succedendo, o che cosa è ormai successo alla scuola italiana? Il rapporto vitale della comunicazione fra docenti e discenti è stato ridotto entro gli stretti binari di un’arida somma dei crediti e dei debiti. Gli scrutini di fine anno sono stati degradati ad un’operazione di mera contabilità e l’istituzione scolastica espone i propri insegnanti a questo barbaro rito del “redde rationem”». «D’altra parte, fenomeni come quelli elencati sopra testimoniano una situazione d’allarme per quanto riguarda il rapporto che la società intrattiene con la scuola.
Vediamo genitori che, incapaci di accettare qualsiasi insuccesso dei propri figli, non appaiono tanto interessati alla loro formazione culturale quanto ad una prestazione comunque dichiarata positiva, in modo che non sia compromesso il quieto vivere familiare; vediamo ragazzi, con il cervello narcotizzato dai videogiochi, che si sentono violentati se devono studiare qualche ora al giorno e, quando si decidono a studiare, pretendono di avere un riconoscimento immediato del tempo speso al tavolino, come se quest’ultimo desse automaticamente diritto ad una valutazione positiva, indipendentemente da un’effettiva costruzione del sapere; vediamo un’arroganza e una maleducazione diffuse quanto e più dell’ignoranza. È una società imbarbarita, egoista e ripiegata sul proprio personale tornaconto quella che vediamo e che, giornalmente, cerchiamo di combattere col nostro mestiere di insegnanti, che rischia sempre più di perdere quel significato educativo e culturale che ogni società civile gli ha sempre riconosciuto».
Ecco la loro lettera: «Siamo un gruppo di docenti del liceo classico “Galilei” che ha deciso di denunciare alla pubblica opinione quanto solitamente accade nella sua scuola, come nel resto delle scuole d’Italia, ad ogni fine di anno scolastico. Una volta reso pubblico il giudizio di fine anno, con l’assegnazione dei debiti e le poche non promozioni, succede invariabilmente che si presentino a scuola genitori infuriati, intenzionati ad usare quello che solo eufemisticamente si potrebbe chiamare colloquio di fine anno, per rinfacciare agli insegnanti quei risultati che siano loro sgraditi, con aggressioni verbali, pressioni, minacce. Nulla conta il fatto che nei mesi precedenti siano stati regolarmente e puntualmente informati dell’andamento scolastico dei loro figli. Non vogliono avere chiarimenti sull’operato degli insegnanti.
Vogliono risentirsi con loro e condizionarli in vari modi». «Che cosa sta succedendo, o che cosa è ormai successo alla scuola italiana? Il rapporto vitale della comunicazione fra docenti e discenti è stato ridotto entro gli stretti binari di un’arida somma dei crediti e dei debiti. Gli scrutini di fine anno sono stati degradati ad un’operazione di mera contabilità e l’istituzione scolastica espone i propri insegnanti a questo barbaro rito del “redde rationem”». «D’altra parte, fenomeni come quelli elencati sopra testimoniano una situazione d’allarme per quanto riguarda il rapporto che la società intrattiene con la scuola.
Vediamo genitori che, incapaci di accettare qualsiasi insuccesso dei propri figli, non appaiono tanto interessati alla loro formazione culturale quanto ad una prestazione comunque dichiarata positiva, in modo che non sia compromesso il quieto vivere familiare; vediamo ragazzi, con il cervello narcotizzato dai videogiochi, che si sentono violentati se devono studiare qualche ora al giorno e, quando si decidono a studiare, pretendono di avere un riconoscimento immediato del tempo speso al tavolino, come se quest’ultimo desse automaticamente diritto ad una valutazione positiva, indipendentemente da un’effettiva costruzione del sapere; vediamo un’arroganza e una maleducazione diffuse quanto e più dell’ignoranza. È una società imbarbarita, egoista e ripiegata sul proprio personale tornaconto quella che vediamo e che, giornalmente, cerchiamo di combattere col nostro mestiere di insegnanti, che rischia sempre più di perdere quel significato educativo e culturale che ogni società civile gli ha sempre riconosciuto».
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