Lutto
In due anni ci ha riportato tra i cadetti
Massimo Berutto
L’impresa di Covarelli dopo i fallimenti di presidenti più celebrati e facoltosi
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PISA. È riuscito dove presidenti più celebrati e facoltosi hanno solo sognato di arrivare. Due anni sono bastati a Leonardo Covarelli per trasferire nel calcio i successi già raccolti in ambito imprenditoriale, nel ramo immobiliare fra le mura della natia Perugia e non solo. Una stagione per passare dalle stalle alle stelle, riuscendo a schiodare dalla C1 una società che aveva lasciato la B tredici anni or sono. La fiamma dell’entusiasmo di un ragazzo poco più che quarantenne è bastata per bruciare le tappe ed incendiare di passione un’intera città. Un posto al sole, nel calcio che conta e popola le trasmissioni televisive delle emittenti nazionali, non più sotto la plumbea ombra dell’anonimato.
Come recita un famoso adagio “Sbagliando si impara”, e forse Covarelli aveva preso questo detto anche troppo alla lettera. Per apprendere com’è fatto il mondo del calcio, ha scelto (non certo consapevolmente) di sbagliare in abbondanza nella prima stagione, per poi trarne l’insegnamento e metterlo completamente a frutto nel secondo campionato da patron del Pisa. Ricordiamo ancora come il nuovo proprietario fece la sua prima apparizione nella nostra città: prima una voce, gentile ma determinata, dall’altro capo del telefono, che poi si è incarnata del tutto inaspettatamente nella figura di uomo giovane, anche più di quanto dica l’anagrafe, ben diverso nella fisionomia e nei modi da tutti quelli che lo avevano preceduto. Arrivando in una città conosciuta solo per motivi di lavoro e da tifoso avversario al seguito dell’amato Perugia, comprensibile essere vittima di qualche sospetto, avere spiegazioni da dare, per far capire il motivo che può spingere a decidere di fare calcio proprio sotto la Torre pendente.
I primi compagni di strada sono il procuratore Accardi e l’ex calciatore Onorati, che costruiscono insieme al nuovo mister Domenicali una squadra di illustri sconosciuti (salvo Pasino, e poi Baggio), chiamati a sopperire all’inesperienza con l’entusiasmo e lo spirito di sacrificio. Il progetto iniziale, un azzardo in piena regola, abortisce già dopo la prima giornata, a San Giovanni Valdarno contro la compagine di un certo Piero Braglia (forse un segno del destino). Il mite Covarelli si trasforma in un moderno Mangiafuoco, fagocitando uno dietro l’altro i tre responsabili della conduzione tecnica. Ogni trasmissione televisiva è un annuncio che fa tremare la terra sotto i piedi. In autunno il presidente nerazzurro sceglie Gianluca Petrachi per correggere la rotta, compiendo il primo passo per assemblare quello che sarà il team vincente. Ma serviranno molte altre scosse di assestamento prima che il terremoto possa terminare. Nello schiacciasassi finiscono altri due allenatori (Toma e Mariani, oltre che di nuovo Domenicali), dirigenti, medici, preparatori atletici, giocatori, e chi più ne ha più ne metta. Un cavillo regolamentare impedisce l’errore più grave: la cessione di Baggio, che una volta riabilitato prende per mano la squadra portandola in salvo quando era ad un millimetro dal baratro.
Il mese di aprile è la seconda tappa fondamentale: Toma e Petrachi tornano in sella, e scelgono come compagni di strada mister Mileti e soprattutto Marco Scarpelloni, secondo tassello del Pisa che verrà. Dopo la salvezza ottenuta all’ultimo tuffo e i seggiolini gettati in campo nel match di ritorno con la Massese, Covarelli si prende un periodo di riflessione meditando sull’opportunità di proseguire o cedere la mano. Forse un atto dovuto, prima di riprendere la sfida con il solito entusiasmo ed un po’ di consapevolezza in più. Stavolta la scelta dell’allenatore è tutt’altro che avventata: Braglia in C1 è una garanzia, e ha la personalità giusta per ricaricare la piazza. La metamorfosi di Covarelli è ormai in atto. Il “vecchio” presidente fa ancora in tempo ad assistere alla partita di Pizzighettone, concludendola con l’ennesima esternazione televisiva, a cui Braglia risponde per le rime.
La differenza di età e di esperienza calcistica sembra ribaltare i ruoli di presidente e allenatore, ma Covarelli con intelligenza riesce a non fermarsi al significato letterale delle parole. Un confronto che aiuta la farfalla ad uscire dal bozzolo. Un rapporto che poteva troncarsi sul nascere si salda definitivamente. L’andamento del campionato concede poche occasioni per criticare ed intervenire, ed il presidente lascia briglie sciolte ad un tecnico forse un po’ ruvido, ma imbattibile in queste categorie. Covarelli si tira indietro volentieri, lasciando i meriti a tecnici e giocatori, conquistato domenica dopo domenica dalle imprese e dai sacrifici di Ferrigno e compagni. L’interesse della squadra al di sopra di tutto, gli aspetti personali sacrificati in nome di quello collettivo. Il mercato di gennaio (in particolare la discussa cessione di Puggioni) potrebbe far deragliare un treno diretto verso il Paradiso, ma il capostazione stavolta è attento, pronto ad agire sulle leve, a mediare, a sfumare, a fare da cuscinetto, per tenere insieme uno staff che tanto bene ha fatto.
Anche la sconfitta di Busto Arsizio, sebbene clamorosa negli sviluppi, stavolta non destabilizza l’ambiente, né fa scemare la fiducia del numero uno nerazzurro. Uno “stop and go” prima di lanciare la volata sul traguardo. Ormai il giovane presidente è diventato grande. Ora la sfida si rinnova, in una categoria sconosciuta ma affascinante, che richiederà un impegno superiore anche a livello economico. Il calcio non concede pause, e con lo champagne ancora nei calici si dovrà mettere mano ai programmi per la prossima stagione. Trattenere Braglia è il primo segnale.
Come recita un famoso adagio “Sbagliando si impara”, e forse Covarelli aveva preso questo detto anche troppo alla lettera. Per apprendere com’è fatto il mondo del calcio, ha scelto (non certo consapevolmente) di sbagliare in abbondanza nella prima stagione, per poi trarne l’insegnamento e metterlo completamente a frutto nel secondo campionato da patron del Pisa. Ricordiamo ancora come il nuovo proprietario fece la sua prima apparizione nella nostra città: prima una voce, gentile ma determinata, dall’altro capo del telefono, che poi si è incarnata del tutto inaspettatamente nella figura di uomo giovane, anche più di quanto dica l’anagrafe, ben diverso nella fisionomia e nei modi da tutti quelli che lo avevano preceduto. Arrivando in una città conosciuta solo per motivi di lavoro e da tifoso avversario al seguito dell’amato Perugia, comprensibile essere vittima di qualche sospetto, avere spiegazioni da dare, per far capire il motivo che può spingere a decidere di fare calcio proprio sotto la Torre pendente.
I primi compagni di strada sono il procuratore Accardi e l’ex calciatore Onorati, che costruiscono insieme al nuovo mister Domenicali una squadra di illustri sconosciuti (salvo Pasino, e poi Baggio), chiamati a sopperire all’inesperienza con l’entusiasmo e lo spirito di sacrificio. Il progetto iniziale, un azzardo in piena regola, abortisce già dopo la prima giornata, a San Giovanni Valdarno contro la compagine di un certo Piero Braglia (forse un segno del destino). Il mite Covarelli si trasforma in un moderno Mangiafuoco, fagocitando uno dietro l’altro i tre responsabili della conduzione tecnica. Ogni trasmissione televisiva è un annuncio che fa tremare la terra sotto i piedi. In autunno il presidente nerazzurro sceglie Gianluca Petrachi per correggere la rotta, compiendo il primo passo per assemblare quello che sarà il team vincente. Ma serviranno molte altre scosse di assestamento prima che il terremoto possa terminare. Nello schiacciasassi finiscono altri due allenatori (Toma e Mariani, oltre che di nuovo Domenicali), dirigenti, medici, preparatori atletici, giocatori, e chi più ne ha più ne metta. Un cavillo regolamentare impedisce l’errore più grave: la cessione di Baggio, che una volta riabilitato prende per mano la squadra portandola in salvo quando era ad un millimetro dal baratro.
Il mese di aprile è la seconda tappa fondamentale: Toma e Petrachi tornano in sella, e scelgono come compagni di strada mister Mileti e soprattutto Marco Scarpelloni, secondo tassello del Pisa che verrà. Dopo la salvezza ottenuta all’ultimo tuffo e i seggiolini gettati in campo nel match di ritorno con la Massese, Covarelli si prende un periodo di riflessione meditando sull’opportunità di proseguire o cedere la mano. Forse un atto dovuto, prima di riprendere la sfida con il solito entusiasmo ed un po’ di consapevolezza in più. Stavolta la scelta dell’allenatore è tutt’altro che avventata: Braglia in C1 è una garanzia, e ha la personalità giusta per ricaricare la piazza. La metamorfosi di Covarelli è ormai in atto. Il “vecchio” presidente fa ancora in tempo ad assistere alla partita di Pizzighettone, concludendola con l’ennesima esternazione televisiva, a cui Braglia risponde per le rime.
La differenza di età e di esperienza calcistica sembra ribaltare i ruoli di presidente e allenatore, ma Covarelli con intelligenza riesce a non fermarsi al significato letterale delle parole. Un confronto che aiuta la farfalla ad uscire dal bozzolo. Un rapporto che poteva troncarsi sul nascere si salda definitivamente. L’andamento del campionato concede poche occasioni per criticare ed intervenire, ed il presidente lascia briglie sciolte ad un tecnico forse un po’ ruvido, ma imbattibile in queste categorie. Covarelli si tira indietro volentieri, lasciando i meriti a tecnici e giocatori, conquistato domenica dopo domenica dalle imprese e dai sacrifici di Ferrigno e compagni. L’interesse della squadra al di sopra di tutto, gli aspetti personali sacrificati in nome di quello collettivo. Il mercato di gennaio (in particolare la discussa cessione di Puggioni) potrebbe far deragliare un treno diretto verso il Paradiso, ma il capostazione stavolta è attento, pronto ad agire sulle leve, a mediare, a sfumare, a fare da cuscinetto, per tenere insieme uno staff che tanto bene ha fatto.
Anche la sconfitta di Busto Arsizio, sebbene clamorosa negli sviluppi, stavolta non destabilizza l’ambiente, né fa scemare la fiducia del numero uno nerazzurro. Uno “stop and go” prima di lanciare la volata sul traguardo. Ormai il giovane presidente è diventato grande. Ora la sfida si rinnova, in una categoria sconosciuta ma affascinante, che richiederà un impegno superiore anche a livello economico. Il calcio non concede pause, e con lo champagne ancora nei calici si dovrà mettere mano ai programmi per la prossima stagione. Trattenere Braglia è il primo segnale.
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