Sicurezza
Braglia, il condottiero della promozione
Francesco Loi
Non è stato solo l’allenatore, ma un’icona per l’ambiente nerazzurro
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PISA. Il Condottiero, con la C maiuscola. Definizione automatica, per non dire scontata. Ma Piero Braglia è stato proprio questo, tutto questo, per il Pisa dei miracoli. Dunque, non soltanto l’allenatore, ma l’icona attorno alla quale l’intero ambiente si è stretto dopo la paura della retrocessione in serie C2, scongiurata da un gol di Eddy Baggio ai playout nell’incredibile e romanzesca partita di ritorno con la Massese. Quel giorno volarono sul prato dell’Arena decine e decine di seggiolini, apice di una protesta rabbiosa che la città riversò sulla squadra. Il Pisa per ripartire aveva bisogno di un personaggio forte in cui specchiarsi, nel quale riporre la fiducia dopo una stagione tanto disastrata. E lo ha trovato in Braglia, che infatti ha sempre detto: «Siamo ripartiti proprio dai quei seggiolini: per questo quello che abbiamo fatto è stato ancora più difficile e ancora più bello». Piero Braglia, diciamola tutta, ha fatto da garante nei confronti della città, soprattutto a vantaggio del presidente Covarelli e della società, usciti da un campionato nel quale avevano pagato tutto il loro noviziato.
IL GARANTE. Invece la simbiosi chimica tra il mister e la piazza è decollata praticamente subito, sin dalla costruzione di una squadra che ha puntato su giocatori di categoria, molti indicati dallo stesso Braglia e capaci di integrarsi al meglio con le “scoperte” di Petrachi. Il tecnico, in particolare, ha voluto nello spogliatoio elementi su cui puntare ad occhi chiusi, per averli già avuti alle sue dipendenze e avendone così sperimentato lo spessore umano e temperamentale prima ancora di quello tecnico. Non è stato però tutto semplice. La squadra è decollata progressivamente e con Covarelli c’è stato un clamoroso screzio già alla prima giornata, dopo un insipido pareggio nel solleone di Pizzighettone. Il presidente aveva osato criticare la squadra a partita appena finita, parlando “a caldo” con i giornalisti prima ancora di confrontarsi con l’allenatore ed i giocatori. Apriti cielo: Braglia si è scagliato contro il suo datore di lavoro, dicendo in sostanza che non si doveva permettere più. Da quel giorno il rapporto tra i due ha fatto un deciso salto di qualità, tanto che Braglia ha elogiato spesso Covarelli chiedendogli di «stare sempre vicino alla squadra, perché i giocatori hanno bisogno del loro presidente». E Covarelli ha fatto decisamente tesoro di queste esperienze.
IL GRUPPO. Il lavoro fuori dal campo è proceduto di pari passo con quello di allenatore vero e proprio. Piero Braglia ha schierato il suo Pisa, salvo rarissime eccezioni, secondo il modulo prediletto: il 3-4-3. Uno schema, per come è stato interpretato dalla squadra, solo all’apparenza sbilanciato, ma che in realtà prevede reparti sempre vicini l’uno con l’altro e tutti i giocatori, attaccanti compresi, pronti a lottare e ripiegare verso la retroguardia. In più, grande attenzione agli episodi, carattere e personalità, se non addirittura cattiveria agonistica. Pari a quella dello stesso tecnico, più volte squalificato. «Devo essere così - il suo motto - la squadra è in questo che si riconosce». Ma il capolavoro Braglia lo ha costruito soprattutto nei momenti difficili, quando non si è mai nascosto, mettendoci sempre la faccia, difendendo il suo spogliatoio a spada tratta; e, se c’era qualcosa da rimproverare a qualcuno dei suoi, era lo stesso tecnico a farlo, precedendo e smorzando polemiche pericolose. Non può quindi stupire che a tirare il gruppo siano stati i suoi “senatori”, quelli fortemente voluti d’estate per costruire senza perder tempo lo zoccolo duro della nuova squadra; non può stupire che Ferrigno, per esempio, abbia giocato anche con una costola incrinata e che Biancone non si sia fermato nemmeno alle prese con uno stiramento.
LA STORIA. Questo di Pisa è senza dubbio il tassello più luccicante della carriera di Piero Braglia, nato a Grosseto nel 1955, centrocampista di buon livello negli anni Settanta con Fiorentina e Catanzaro. Appese le scarpette al classico chiodo, ha cominciato subito a fare l’allenatore. Dopo alcuni anni nell’Interregionale, nel 1994/95 è arrivata la sua prima panchina tra i professionisti. Un successo, perchè riuscì a portare il Montevarchi dalla C2 alla C1. Nella successiva e poco fortunata stagione in C1, Braglia venne sostituito. Negli anni seguenti varie esperienze (positive e negative) sulle panchine del Pontedera, della Carrarese, del Foggia. Poi due campionati con il Chieti in C1, ottenendo in entrambe le occasioni una tranquilla salvezza (e lanciando giocatori come il nazionale Quagliarella). Quindi la B raggiunta con il Catanzaro ed i playoff clamorosi, un anno fa, con la Sangiovannese. Pochi sanno che, per quel successo a Catanzaro, Braglia deve... ringraziare Gianni Simonelli, il tecnico che negli ultimi anni aveva portato il Pisa più vicino alla B. Infatti, l’allora ds del Catanzaro aveva deciso di ingaggiare proprio l’ex nerazzurro. Il quale però, dopo la delusione della fatal Bergamo, e nonostante fosse stato tentato per un po’ di cambiare aria, alla fine decise di restare a Pisa.
Improta quindi chiamò Braglia costruendo le premesse per il salto tra i cadetti, alla guida di un Catanzaro che, in realtà, lo aveva chiamato ad inizio stagione per programmare una C2 vincente dopo la sconfitta patita in finale playoff con l’Acireale. Ma poi c’era stato il ripescaggio e così la possibile vincente in C2 si era trasformata nella vera vincente in C1. Risultato ottenuto con uno strepitoso girone di ritorno. A fine stagione però tutto venne cambiato, la squadra per la B rivoluzionata. Tanto che, secondo alcuni, il destino di Braglia era segnato prima ancora che cominciasse il campionato. Dopo 5 partite la società decise di sostituirlo nonostante avesse totalizzato 4 punti. Braglia è rimasto fermo fino al giugno seguente, quando è arrivata la chiamata della Sangiovannese. E già quello nel Valdarno era sembrato un miracolo: niente però in confronto a questo sotto la Torre. Raggiunto al culmine di una stagione tortuosa, piena di ostacoli, sviste arbitrali, infortuni e poi i playoff in costante salita. Ma trionfare così è ancora più bello.
IL GARANTE. Invece la simbiosi chimica tra il mister e la piazza è decollata praticamente subito, sin dalla costruzione di una squadra che ha puntato su giocatori di categoria, molti indicati dallo stesso Braglia e capaci di integrarsi al meglio con le “scoperte” di Petrachi. Il tecnico, in particolare, ha voluto nello spogliatoio elementi su cui puntare ad occhi chiusi, per averli già avuti alle sue dipendenze e avendone così sperimentato lo spessore umano e temperamentale prima ancora di quello tecnico. Non è stato però tutto semplice. La squadra è decollata progressivamente e con Covarelli c’è stato un clamoroso screzio già alla prima giornata, dopo un insipido pareggio nel solleone di Pizzighettone. Il presidente aveva osato criticare la squadra a partita appena finita, parlando “a caldo” con i giornalisti prima ancora di confrontarsi con l’allenatore ed i giocatori. Apriti cielo: Braglia si è scagliato contro il suo datore di lavoro, dicendo in sostanza che non si doveva permettere più. Da quel giorno il rapporto tra i due ha fatto un deciso salto di qualità, tanto che Braglia ha elogiato spesso Covarelli chiedendogli di «stare sempre vicino alla squadra, perché i giocatori hanno bisogno del loro presidente». E Covarelli ha fatto decisamente tesoro di queste esperienze.
IL GRUPPO. Il lavoro fuori dal campo è proceduto di pari passo con quello di allenatore vero e proprio. Piero Braglia ha schierato il suo Pisa, salvo rarissime eccezioni, secondo il modulo prediletto: il 3-4-3. Uno schema, per come è stato interpretato dalla squadra, solo all’apparenza sbilanciato, ma che in realtà prevede reparti sempre vicini l’uno con l’altro e tutti i giocatori, attaccanti compresi, pronti a lottare e ripiegare verso la retroguardia. In più, grande attenzione agli episodi, carattere e personalità, se non addirittura cattiveria agonistica. Pari a quella dello stesso tecnico, più volte squalificato. «Devo essere così - il suo motto - la squadra è in questo che si riconosce». Ma il capolavoro Braglia lo ha costruito soprattutto nei momenti difficili, quando non si è mai nascosto, mettendoci sempre la faccia, difendendo il suo spogliatoio a spada tratta; e, se c’era qualcosa da rimproverare a qualcuno dei suoi, era lo stesso tecnico a farlo, precedendo e smorzando polemiche pericolose. Non può quindi stupire che a tirare il gruppo siano stati i suoi “senatori”, quelli fortemente voluti d’estate per costruire senza perder tempo lo zoccolo duro della nuova squadra; non può stupire che Ferrigno, per esempio, abbia giocato anche con una costola incrinata e che Biancone non si sia fermato nemmeno alle prese con uno stiramento.
LA STORIA. Questo di Pisa è senza dubbio il tassello più luccicante della carriera di Piero Braglia, nato a Grosseto nel 1955, centrocampista di buon livello negli anni Settanta con Fiorentina e Catanzaro. Appese le scarpette al classico chiodo, ha cominciato subito a fare l’allenatore. Dopo alcuni anni nell’Interregionale, nel 1994/95 è arrivata la sua prima panchina tra i professionisti. Un successo, perchè riuscì a portare il Montevarchi dalla C2 alla C1. Nella successiva e poco fortunata stagione in C1, Braglia venne sostituito. Negli anni seguenti varie esperienze (positive e negative) sulle panchine del Pontedera, della Carrarese, del Foggia. Poi due campionati con il Chieti in C1, ottenendo in entrambe le occasioni una tranquilla salvezza (e lanciando giocatori come il nazionale Quagliarella). Quindi la B raggiunta con il Catanzaro ed i playoff clamorosi, un anno fa, con la Sangiovannese. Pochi sanno che, per quel successo a Catanzaro, Braglia deve... ringraziare Gianni Simonelli, il tecnico che negli ultimi anni aveva portato il Pisa più vicino alla B. Infatti, l’allora ds del Catanzaro aveva deciso di ingaggiare proprio l’ex nerazzurro. Il quale però, dopo la delusione della fatal Bergamo, e nonostante fosse stato tentato per un po’ di cambiare aria, alla fine decise di restare a Pisa.
Improta quindi chiamò Braglia costruendo le premesse per il salto tra i cadetti, alla guida di un Catanzaro che, in realtà, lo aveva chiamato ad inizio stagione per programmare una C2 vincente dopo la sconfitta patita in finale playoff con l’Acireale. Ma poi c’era stato il ripescaggio e così la possibile vincente in C2 si era trasformata nella vera vincente in C1. Risultato ottenuto con uno strepitoso girone di ritorno. A fine stagione però tutto venne cambiato, la squadra per la B rivoluzionata. Tanto che, secondo alcuni, il destino di Braglia era segnato prima ancora che cominciasse il campionato. Dopo 5 partite la società decise di sostituirlo nonostante avesse totalizzato 4 punti. Braglia è rimasto fermo fino al giugno seguente, quando è arrivata la chiamata della Sangiovannese. E già quello nel Valdarno era sembrato un miracolo: niente però in confronto a questo sotto la Torre. Raggiunto al culmine di una stagione tortuosa, piena di ostacoli, sviste arbitrali, infortuni e poi i playoff in costante salita. Ma trionfare così è ancora più bello.
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