Sicurezza
Quasi solo catene e grandi marchi: corso Italia non è più pisano
Quasi scomparse le attività familiari. L’80 per cento delle insegne attive fa capo a multinazionali o franchising
PISA. Immaginiamo di tirare una linea – arbitraria, ma ragionevole – per dividere corso Italia a metà, e di farlo per questa ragione in piazza del Carmine. A est e ovest di questo confine, equamente suddivisi, avremo circa una trentina di negozi che fanno riferimento a franchising o multinazionali del settore. Per i negozi a conduzione familiare ne conteremo circa quattro per ogni lato del confine. Una sproporzione evidente.
L’ottanta per cento dei negozi presenti nel salotto dello shopping pisano sono catene, affiliazioni commerciali a un marchio o giganti del settore (tipo Zara, H&M e via dicendo). Un’avanzata evidente, sotto gli occhi di tutti, che ha trasformato il centro storico e il settore del commercio da anni a questa parte, omologando il risultato estetico e di offerta a quello di tanti altri centri storici in Italia.
Non si tratta soltanto di un fenomeno negativo, per quanto vada per la maggiore questa lettura. La presenza di marchi consolidati spesso si traduce in aperture più stabili, senza l’effetto apertura-chiusura tipico di molte attività; e c’è poi la questione occupazionale, con contratti garantiti nel rispetto delle regole, pur tra i chiaroscuri di un contratto nazionale, quello del commercio, che è al centro di un serrato dibattito tra associazioni datoriali e sindacati di categoria.
A Pisa però il colpo d’occhio è impressionante. Il rapporto tra negozi a gestione familiare e quelli legati a un marchio è di uno a quattro. Sono 64 i negozi in franchising o di multinazionali, 16 il resto. Da questo conteggio sono esclusi bar e attività di ristorazione in genere.
I numeri raccontano qualcosa sulla propensione nel fare un investimento autonomo, senza affiliarsi a una struttura esistente, da parte dei possibili imprenditori pisani. Una trasformazione che parte da lontano e che ha probabilmente cause molteplici: l’avvento del commercio online, la trasformazione della logistica, i cambiamenti delle abitudini d’acquisto e non da ultimo gli effetti della perdurante pandemia. E se in altre zone della città in diversi hanno investito in attività di ristorazione, bar e intrattenimento, in corso Italia la tendenza è al contrario: di recente qui hanno chiuso due bar.
A fare un’analisi del tema è Francesco Mezzolla, responsabile centro storico di Confesercenti Toscana Nord e titolare di Eredi Vincenti in corso Italia e di Cibus in via San Martino. Insomma, uno di quelli che non è stato travolto dalla “franchisizzazione”. «L’asse tra stazione e Ponte di Mezzo – premette Mezzolla – è considerato, da chi fa gli studi di fattibilità per le grandi catene, una delle strade d’Italia più interessanti nel rapporto popolazione e afflussi. Basta guardare borgo Stretto: lì non c’è attrattiva, perché è chiuso, ci sono i portici. Corso Italia è un asse naturale, a prescindere dalla pandemia».
Due sono gli elementi determinanti secondo Mezzolla: lo scorrimento e le dimensioni dei locali. Corso Italia le ha entrambe e questo i grandi gruppi lo apprezzano. «Io non credo che sia un male» continua. «La piaga del commercio a Pisa deriva dal fatto che non c’è stato un ricambio generazionale nelle famiglie di commercianti. Chi aveva la bottega, non avendo continuità, si è assicurato una vendita affittando, se proprietario, o prendendo una buonuscita, se conduttore. Dispiace che manchi questo ricambio, ma preferisco che vengano le catene, purché siano negozi decenti, rispetto a improvvisazioni di personaggi che aprono e dopo sei mesi chiudono. L’investimento di un franchising tiene conto di parametri economico-finanziari che poi lo giustificano. Sono altresì fermamente convinto che i negozi di vicinato legati al nome del conduttore mantengono appeal, ma questo a Pisa sta scomparendo».
Di rischio omologazione parla Federico Pieragnoli, direttore di Confcommercio Provincia di Pisa. «Per evitare l'omologazione, e per garantire un'offerta commerciale plurima e diversificata, è necessario che i centri storici delle nostre città siano popolati non da una unica tipologia, ma da una pluralità di forme distributive. Il pluralismo distributivo è sempre stato visto come una storia di contrapposizione tra grandi e piccoli, mentre per noi di Confcommercio è un grande valore in grado di rispondere alle diverse esigenze dei consumatori e assicurare ottimi livelli di servizio I centri urbani, per continuare ad essere attrattivi commercialmente, richiedono la coesistenza e l'equilibrio tra negozi di vicinato e catene commerciali, attività familiari e attività in franchising, alimentari e attività no food. È necessaria una efficace politica di agevolazioni fiscali, con una revisione delle formule contrattuali per rendere i canoni commerciali più accessibili».
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