Sicurezza
Accoltellarono un 17enne, in cella confessano: "ci servivano soldi"
Due minori hanno ammesso le loro responsabilità in cella per l'episodio dell'aggressione a un coetaneo in centro a Pisa
PISA. Confessione piena davanti al gip del Tribunale per i due minorenni livornesi, ma di origine straniera, arrestati dalla polizia con l’accusa di aver accoltellato un 17enne in via Turati il 15 giugno e il 28 agosto aver rapinato un ragazzo in piazza Garibaldi.
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Assistiti dai rispettivi avvocati hanno ammesso le proprie responsabilità. Come motivazione «hanno genericamente dichiarato di averlo fatto perché bisognosi di soldi» fa sapere la questura.
L’episodio di via Turati aveva creato apprensione per la brutalità del gesto con una sproporzione tra il tentativo di rapina ai danni di uno studente e la reazione dei banditi alla resistenza del loro bersaglio.
La rete di telecamere cittadine è stata utile per individuare i due livornesi, ma anche la testimonianza del ferito ha avuto il suo ruolo per arrivare all’identificazione degli autori. Le immagini dei due tra la stazione e il centro sono state provvidenziali per collocarli nei tempi giusti della tentata rapina.
Vengono ripresi mentre uno dei due ripone dentro al marsupio un oggetto simile a un coltello, mentre il complice, con il braccio destro, sembrerebbe mimare all’altro, con un gesto, l’accoltellamento appena compiuto. Alla vittima vengono mostrate delle foto e lui riconosce entrambi i suoi assalitori.
Ad agosto la scena si ripete e ancora una volta in mezzo ci sono i due aspiranti criminali. Si staccano da un gruppo più numeroso, avvicinano il bersaglio con una scusa e poi gli sfilano il portafogli. Lui reagisce e viene preso a botte. Anche lì ci sono telecamere e stavolta un buon numero di testimoni. E c’è un dettaglio: uno dei due indossa una maglietta di una squadra da calcio, con il nome del calciatore sulle spalle.
La stessa maglietta che si vede in alcune foto che ha postato sui social. Ed è proprio così che viene riconosciuto con certezza. Ieri davanti al giudice non hanno provato ad accampare scuse: «Sì, siamo stati noi».
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