Il dolore
“Mi ispiro a Cohen, Dylan e De Gregori Ma anche ad Ariosto»
Stefano Bertini, giovane musicista sanvincenzino, ci parla del suo album d’esordio “Autopsicografia”
SAN VINCENZO. È uscito Autopsicografia, disco d’esordio di Stefano Bertini, musicista sanvincenzino classe 1988 e studente di filosofia all’Università di Pisa. Registrato nel mese di giugno 2016 nello Studio Volta Recordings di Simone Fedi, l’album comprende otto canzoni arrangiate insieme al cugino Ariele D’Angelo, al fratello Andrea, a Jacopo Lomi e Niccolò Rinaldi. Tra citazioni letterarie e brillanti colpi di genio, Bertini ci porta in una dimensione complessa e riflessiva capace di emozionare e di descrivere la nostra contemporaneità. Alcuni pezzi sono già usciti in forma di video sulla pagina Facebook del giovane autore, che presenterà ufficialmente il suo lavoro sabato 25 alla biblioteca comunale.
A cosa si rifà il titolo del suo primo album?
«Il titolo del disco è preso da una poesia di Fernando Pessoa, uno fra i più grandi poeti di sempre».
L’opera risuona di un’enorme eco poetica che tributa il suo omaggio in primis al poeta Ludovico Ariosto nella canzone intitolata Furens.
«Sono le prime dieci strofe del Canto I dell’Orlando furioso, arrangiate in chiave rock. Quando al liceo classico scoprii i versi di Ariosto decisi di musicarli per memorizzarli meglio».
Ascoltando le canzoni si capisce che è un lettore forte. “Incubo” è una ballata in stile gucciniano ma anche “Soqquadro” ha un testo intenso e profondo.
«Sì, leggo moltissimo. Incubo è la storia di un uomo che viaggia nella notte e non sa più molto bene quale sia la sua libertà. In questa canzone ci sono molti versi di cui sono fiero: “Il mito eterno cuce e scuce / l’incubo chiuso è cominciato /diaspora fratta nel cono a luce / sogno ferito e frammentato. // Penombre perse in intervallo / statue di sabbia secolari / imperi bronzei, dèi in metallo / vivono ancora sogni ignari”. Di Soqquadro mi è molto difficile parlarne. La strofa più chiara è quella su Cristo: “Venga avanti chi crocifisse / della pietra il primo abbandono / verbo di sangue al legno trafisse / un soqquadro di ombre e perdono / e spuntato da un asso di quadri follemente fuggiva”».
Quali sono i suoi riferimenti musicali?
«Leonard Cohen e Bob Dylan. Cohen è immenso tanto nelle canzoni quanto nelle poesie, capace di raggiungere immagini omeriche penetranti e incisive. Lo stesso vale per Dylan. Cito anche altri nomi essenziali: De Gregori, De André, Guccini e Battiato. Prima di Cohen e Dylan, questi cantautori mi hanno aperto un mondo su un certo modo di scrivere e su come la canzone potesse rappresentare uno strumento efficace e significativo».
Torniamo alle sue canzoni. “The lonely woman card” e “The inner spider” sono in inglese. Come mai e di che cosa parlano?
«La prima l’ho scritta per una persona, conosciuta nell’estate del 2014. I versi si presentarono in inglese e così continuai in questa lingua. The inner spider affronta il tema della depressione. Confesso che ci sono almeno due riferimenti letterari che l’hanno ispirata: da un lato il racconto di David Foster Wallace intitolato Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta e dall’altro It, l’immenso romanzo di Stephen King».
C’è anche una bellissima ballata dal titolo “Le centosettanta parole di una canzone”.
«Un testo doloroso che narra quasi in fotogrammi di una storia d’amore finita ma mai conclusa. Non volevo intitolarla con il nome della ragazza cui era dedicata e decisi così di contare le parole che la componevano: centosettanta in tutto».
Federico Creatini
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