La protesta
Sinibaldi, il sogno è finalmente realtà Il rallista ha domato il deserto della Dakar
Il piombinese e il pilota romagnolo Schiumarini sono riusciti ad arrivare in fondo alla corsa leggendaria Neanche la rottura del motore nel terribile deserto saudita li ha fermati: «Una gioia immensa»
Paolo Barlettani
“Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nei sogni va intravista la realtà”. È questa una celebre frase del campione di Formula Uno Ayrton Senna, che ben si adatta al pilota piombinese Stefano Sinibaldi. Che il sogno sportivo della sua vita lo ha appena coronato: portare a termine la Dakar 2022 attraversando le terribili distese del deserto dell’Arabia Saudita.
La Dakar, un nome che anche ai profani dei motori risuona leggendario, perché è il rally più affascinante, famoso, massacrante del mondo e Sinibaldi – nel ruolo di navigatore del pilota romagnolo Andrea Schiumarini, a bordo del Mitsubishi Pajero Wrc numero 268 – è riuscito a tagliare il traguardo. Per dare un’idea dell’eccezionale impresa basta citare qualche numero: 8.375 chilometri da percorrere, dei quali 4.258 di prove speciali, 12 tappe in 14 giorni, 1.065 concorrenti su 578 veicoli tra auto, moto, quad, camion, 63 nazioni rappresentate, e due soli equipaggi automobilistici interamente italiani. Il piombinese classe 1969 (ma venturinese d’adozione visto che insieme alla famiglia gestisce l’apprezzato bistrot Mezzo Km) ha un curriculum di tutto rispetto, avendo corso gare di campionati mondiali, duecento da navigatore e cento da pilota, e vanta già due partecipazioni alla Dakar del 2016 in Argentina-Bolivia e del 2019 in Perù. In entrambe le circostanze però fu costretto al ritiro dopo poche tappe per problemi alle vetture ma stavolta, grazie all’apporto dell’efficiente squadra toscana R-Team Ralliart Off Road Italia ha completato l’intero tragitto.
«È stata un’avventura nel vero senso della parola – spiega Sinibaldi appena sceso dall’aereo che ieri lo ha riportato in Italia – difficile anche trovare le parole per rendere l’idea della bellezza dei paesaggi, della fatica e del livello di concentrazione che richiede. Non puoi mai abbassare l’attenzione perché le insidie si possono nascondere dietro ogni buca o sotto ogni roccia, ma la soddisfazione è immensa».
E subito dopo il prologo di 19 km, già alla seconda tappa, sono iniziate le difficoltà: «Abbiamo rotto il differenziale anteriore – spiega – e così siamo stati costretti ad affrontare gli ultimi 66 km di dune al rimorchio del camion assistenza, e per di più di notte. Tutto ok poi fino alla quinta tappa, quando abbiamo avuto un problema al cambio che ci ha impedito di usare la seconda marcia su dune di sabbia alte anche oltre venti metri, ma nonostante questo Andrea è stato molto bravo, tanto che siamo saliti intorno alla cinquantesima posizione nella classifica generale». Ma il bello, se così si può dire, doveva ancora arrivare. Nella tappa successiva al giorno di riposo nella capitale Riad, dopo soli 5 km il motore si è rotto in maniera irreparabile, tanto che la vettura è stata portata al gancio per 700 km, lasciando col fiato sospeso tutti coloro che seguivano la corsa dall’Italia attraverso i social: «L’ottava tappa è stata un’autentica odissea – riprende Sinibaldi – Come si fa a spiegare cosa significa percorrere 700 km in 11 ore su e giù per canyon e avvallamenti tra sabbia e pietre, tirati da un camion? Siamo arrivati a notte fonda e ci siamo salvati perché i nostri meccanici hanno lavorato l’intero giorno successivo sostituendo il motore prelevandolo da un altro Pajero al seguito della squadra. Abbiamo saltato un giorno di corsa e preso una penalità pesantissima di 50 ore che ha compromesso la nostra classifica ma ci ha consentito di riprendere il cammino».
Problemi di ordinaria amministrazione nelle tre frazioni conclusive: «Nella penultima ci siamo aiutati a vicenda con l’altra auto italiana per non correre inutili rischi – dice il navigatore – e in quella conclusiva si è staccato un manicotto per cui l’abitacolo si è riempito di fuliggine e abbiamo tagliato il traguardo tutti neri in viso, ma la soddisfazione è inimmaginabile. Anche solo per aver potuto competere con squadre e case automobilistiche che hanno a disposizione risorse finanziare astronomiche». Ma come era la vita a parte il tempo trascorso in auto? «La partenza di solito era verso le 9,30 di mattina – spiega Sinibaldi – e una volta siamo arrivati al bivacco alle 3 di notte. Fondamentale è stato disporre di un camper per poter riposare anche poche ore». Conclusa l’edizione numero 44 della Dakar, quali sono i prossimi obiettivi: «Intanto riposarmi perché sono sfinito – conclude Sinibaldi – e poi riprendere il lavoro al ristorante. Per quanto riguarda i prossimi impegni non abbiamo deciso niente, di sicuro mi rimetterò il casco ma ora mi voglio godere riposo e famiglia».
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