Gioco
La sfida del cuore di Aldo Agroppi «Piombino e Livorno, gente di scoglio»
L’esordio a quindici anni in nerazzurro fu l’inizio della carriera Poi gli anni da dirigente degli amaranto tra Serie B e Serie C
Luca Centini
PIOMBINO. «I livornesi? Sono tifosi di scoglio. Come i piombinesi, anche noi siamo di scoglio, mica come i viareggini, quella è rena. Tutta un’altra cosa». Così Aldo Agroppi, in due parole, spiega i concetti di livornesità e di piombinesità alla vigila di un derby che, per lui, avrà un sapore speciale. Da una parte i nerazzurri del Piombino, la squadra in cui Aldo ha giocato da bimbetto, esordendo in Serie C prima di iniziare la carriera con la maglia del grande Torino. Dall’altra gli amaranto del Livorno, la società che ha seguito da anni e per la quale ha lavorato da dirigente. «Non so se sarò presente al Magona, con questo tempaccio – racconta Agroppi – ma se avrò la possibilità non mancherò a questo appuntamento. Mi piacerebbe vivere l’aria del derby, ci saranno tifosi che arriveranno da Livorno e si respirerà un’aria nuova, che a Piombino non si respira da una vita. E poi è una sfida testa-coda: qui non si può nemmeno dire “meglio due feriti che un morto”, perché qui se perde il Livorno rischia di ripartire una contestazione già scattata dopo la partita precedente. Anche per noi piombinesi questa sarà una partita particolare, visto che siamo ancora a parlare di Piombino - Roma: sicuramente sarà un richiamo anche per la città».
Il cuore di Agroppi, ovviamente, batterà per il nerazzurro, la squadra della città in cui l’ex giocatore e allenatore di Serie A è nato e cresciuto. «Nel Piombino ho mosso i primi passi, basti pensare che da bambino ho fatto la mascotte del Piombino quando venivano al Magona le squadre di Serie B e Serie C – racconta – poi mi sono sentito realizzato quando alla fine del primo tempo potevamo entrare in campo da raccattapalle. Prima guai a calpestare quel prato, che era tra i più belli in assoluto: potevamo stare solo dietro porta. Ma all’intervallo qualche passo nel rettangolo verde lo facevamo».
Sul prato del Magona è iniziata la carriera calcistica di Agroppi, che ha militato nelle giovanili nerazzurre per poi esordire in prima squadra, nella stagione 1960-61 in Serie D. «Giocando nel Piombino ho conosciuto persone importanti per la mia crescita, Emo Capanna su tutti, e poi amici che ancora oggi rivedo e con i quali parliamo ancora di quei tempi – racconta – esordii in serie D quando avevo 15 anni. Una la giocai in Sardegna, facemmo 1-1 e feci il gol del pareggio, poi giocammo in casa con le Fiamme Oro e si vinse 3-0. L’ultima partita che ho giocato in nerazzurro la pareggiamo ad Avezzano». Da lì è iniziata la carriera di Agroppi nei campi del professionismo. Da giocatore, da allenatore e da dirigente. Una carriera che ha fatto tappa, come dirigente, anche all’Ardenza.
«Io mi sento anche livornese – racconta – abbiamo un po’ la stessa parlata, siamo sfacciati nel modo di porsi. Lo spirito che abbiamo noi livornesi e piombinesi non ce l’hanno mica in altre parti della Toscana. Le battute dei livornesi sono una roba unica. I tifosi faranno di certo spettacolo, ho visto di cosa sono capaci quando sono stato a Livorno per 4-5 anni. Sono degli specialisti». Quando Agroppi seguiva il Livorno da dirigente la squadra giocava a livelli ben diversi da quelli attuali. Erano gli amaranto che iniziarono la scalata verso la Serie A, allenati da tecnici del calibro di Carmignani, Iaconi, Donadoni e Mazzarri. «Mi sono divertito e sono stato bene – racconta – chi vive a Livorno gode e si diverte per delle battute che gli altri nemmeno capiscono- È una città importante, dove si è giocato in Serie A. Insomma, non so se sarà una bella partita, di sicuro sarà un bel richiamo. E siccome grandi richiami per il calcio di Piombino non ci sono più da tempo, approfittiamone e godiamoci il momento. Dobbiamo essere felici per questa partita, almeno all’inizio. Poi non so se qualcuno piangerà dopo il fischio finale, resta pur sempre uno scontro diretto nel quale nessuno non vorrà regalare niente. Se poi perdiamo, diremo “vabbè ha vinto il Livorno che almeno è un nostro cugino buono”».
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