Attenzione
«Ora il calcio è in secondo piano»
Mister Madau e il lockdown del Piombino: «Non ne parliamo, ma il campionato lo vogliamo finire»
PIOMBINO
È proprio vero che una cosa non ti sembra così bella fin quando non te la tolgono. La felicità ha tante facce. Può essere anche un pallone che rotola tra i fili d’erba. Una corsa a perdifiato e un calcio verso la rete. Roba semplice e banale, che poi banale non è per nulla. Da più o meno un mese quel pallone non rotola più. O almeno, continua a ruzzolare solo sui campi famosi o giù di lì, quelli dove girano i soldi e dove il calcio non è solo passione, ma anche lavoro. Per tutti gli altri c’è stato lo stop, il consiglio di stare a casa e di fare attività fisica solo individualmente e a distanza. Insomma, tutta una roba diversa dal pallone. D’altra parte il virus viaggiava, e viaggia ancora, troppo veloce. Al di là delle regole e delle decisioni, dei grafici e dei numeri, c’è comunque tutto un mondo, quello del calcio dilettantistico, congelato nel tempo e nello spazio, in attesa di un ritorno sui campi ancora difficile da prevedere. Il Piombino, come ogni altra società, ha bloccato le attività, affidando ai ragazzi di ogni categoria un programma da seguire individualmente. Non è la stessa cosa, certamente. E a mancare non è solo lo sport ma anche tutto quello che c’è intorno.
«Da quanto siamo fermi? Da una marea di tempo – dice Manuel Madau, allenatore della prima squadra nerazzurra – Con i ragazzi ci sentiamo per messaggio, ci aggiorniamo sulle novità, se ci sono, ma non parliamo di calcio. Quello, ora come ora, è in secondo piano. Discutiamo di cosa guardare in tv, su Netflix e simili. Ho consigliato pure io qualche serie interessante. Di calcio no, non parliamo. Anche perché di cosa dovremmo parlare? Viviamo nel mistero di quando ripartiremo. Il preparatore atletico Livio Mattanini ha dato ai ragazzi un programma da seguire, ma io non li marco stretti. Adesso è importante la salute, che stiano bene, e che abbiano possibilità di lavorare. Comunque al momento mi sembrano tranquilli. Sono giovani, la vivono in modo differente. A ogni modo, viviamo in stand-by tutti. Mi sento anche con il direttore generale, con la dirigenza ma, ripeto, di calcio parliamo poco. Ci sono cose più serie, come chi non sta lavorando, o chi si è preso questo maledetto virus. Speriamo fra un mesetto di tornare a parlare anche di calcio. Ma poi chi lo sa? Qualcuno fa varie previsioni, ma non è facile. Di sicuro c’è soltanto che dobbiamo finire il campionato. Questo è il nostro obiettivo. A marzo si percepiva l’eventualità che non si potesse riprendere a giocare. Stavolta si è deciso con i giocatori al momento dello stop di fissare come obiettivo la fine del campionato. Sarà in dieci partite, terminerà ad agosto, non importa, ma saremo pronti. Quanto a me, il campo un po’ mi manca, è normale. Più del campo, mi manca il rapporto giornaliero con i giocatori. Poi ci si abitua a tutto, ma a volte quando sono a casa mi dico che non vedo l’ora di ricominciare. Se hanno fatto bene a fermarci? Mah, non lo so. Penso di sì, e comunque accetto ogni decisione. Credo non fosse possibile continuare. E vedo anche la serie D alle prese con tante partite rinviate. Perché il virus si sta diffondendo e, se non trovano una cura o altri rimedi, è inutile andare avanti, che la salute viene prima di tutto». —
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