Il Tirreno

Torna a casa la fuoriclasse del pattinaggio Moira Tolomei fonda un centro sportivo

Francesca Lenzi
Torna a casa la fuoriclasse del pattinaggio Moira Tolomei fonda un centro sportivo

Rientra a Piombino l’allenatrice che, da atleta, in soli otto anni collezionò una valanga di titoli fino all’oro mondiale di Colorado Springs 

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PIOMBINO

21 titoli italiani, 14 europei, argento americana al mondiale, vari argenti e bronzi sia agli italiani che ai campionati europei e, soprattutto, la medaglia d’oro al mondiale. Iin soli otto anni. Tanto è durata la carriera da atleta di Moira Tolomei, classe 1973, talento cristallino sui pattini a rotelle. Svogliata in allenamento, incontenibile in gara, fino alla memorabile vittoria nei 10mila metri su pista a Colorado Springs nel 1993. Due anni dopo Moira smette di gareggiare. Smette proprio con il pattinaggio, fino al 2008 quando torna in campo nel ruolo di allenatrice dei Pattinatori piombinesi con i quali vince in un decennio una ventina di titoli italiani assoluti, 11 argenti, 14 bronzi, più 4 titoli italiani per americana a squadre, 8 bronzi e altrettanti argenti, sempre in americana.

Due anni fa lascia Piombino e lavora coi Pattinatori savonesi, e oggi il ritorno nella città natale, con la nascita del Centro sportivo pattinaggio Tolomei.

«Fino al 2018 ho curato l’organizzazione e le attività sportive dell’Asd Pattinatori piombinesi, portando la squadra verso i posti alti della classifica nazionale e consentendo ad alcuni atleti di accedere alle squadre nazionali d’Italia – spiega Moira – Poi, per divergenze tecniche, economiche e umane ho preferito distaccarmi dalla società e muovermi su altre strade, che mi hanno dapprima consentito di partecipare all’attività dell’Asd Savonesi e poi a dar vita a una nuova squadra in Piombino, il Centro sportivo pattinaggio Tolomei Asd, per offrire alla gioventù della mia cittadina un’attività sportiva dinamica, attuale, in un ambiente sereno, ben controllato e di grande allegria. Ho avuto sempre al mio fianco, come guida tecnico-metodologica, l’allenatore federale Alfonso Zenga, che ringrazio per avermi spronato sempre nche nei momenti difficili. Questa nuova società ha come presidente Claudia Ticciati, mamma di un’atleta che alleno; il vice-presidente è il mio babbo, poi ci sono Simonetta Messina, Nicola Simonetti e, appunto, Zenga. Ho tante idee e voglia di realizzarle, nello sport che ha dato più titoli alla città di Piombino».

Come nasce la sua avventura nel pattinaggio?

«Ho iniziato a pattinare appena nata. Zio Elio pattinava, il primo a Piombino, e mise i pattini anche al mio babbo Sergio e lui ha costruito il Circolo Acciaierie, poi è andato ai Falchi, ed è stato il mio allenatore quando passò a Cecina. Ho cominciato a gareggiare e vincere nel 1987, ma i primi pattini me li hanno messi a 18 mesi. Erano scarpe ortopediche, prima di mio fratello – più grande di quattro anni – poi passate a me. Babbo ci aveva attaccato una piastrina con le ruotine».

Il pattinaggio come sport di famiglia?

«Sì, ma fino a un certo punto. Anche mia figlia Giulia ha provato per un po’. Alla sua prima gara, gareggiammo insieme. Però poi nel tempo ha lasciato. Non era il suo sport».

Torniamo alla sua carriera, invece, che raggiunge il culmine nel 1993 negli Stati uniti.

«Sì. Vinsi il mondiale e l’argento nell’americana. Coi pattini a quattro ruote, chiudendo di fatto la storia del pattinaggio a rotelle. Mi allenavo sia coi pattini classici che con quelli in linea e dal 1994 rimasero questi ultimi».

Perché il ritiro così presto?

«Mah. Un po’ per gli infortuni, poi mi fidanzai, cominciai a lavorare. È andata così».

E nel 2008 il rientro da allenatrice.

«Sì, nei Pattinatori piombinesi fino al 2018. Poi sono andata a Savona con gli allenatori Matteo Polletti e Massimiliano Pittatore. Hanno accolto me e gli atleti che sono venuti via con me da Piombino in modo eccezionale».

Torniamo alla vita da atleta. Cosa non le piaceva?

«Allenarmi. Ero bighellona. Andavo con babbo a fare 50 km e non sapevo se girare a destra per Massa o a sinistra per Suvereto. Perché mi sono sempre allenata in strada. Non avevo mai voglia. E babbo mi diceva “O vieni piano o vieni forte, ma devi venire”. Poi mi sono resa conto che, se mi fossi allenata come ho allenato io i miei ragazzi, non ce ne sarebbe stato per nessuno».

Qual è stata allora la sua forza?

«La testa. Il 70% è la testa, il 30% è l’allenamento. L’unica paura che avevo in gara era che mi facessero cadere. Sempre nel 1993, andai all’europeo con un dito del piede rotto. Me lo ruppi due giorni prima di prendere l’aereo. Partii lo stesso, stando zitta e prendendo l’aspirina la sera, vinsi due titoli e quando mi tolsi il calzino avevo nero fino alla caviglia. È la testa quella. Feci anche corsi di training autogeno. Certo, dell’epoca, non quelli di oggi, ma aiutavano. Mi vedevo la gara prima di farla. Un’altra volta corsi col menisco rotto per tre mesi. Poi ne ho pagate le conseguenze negli anni successivi».

Cosa le piaceva di più da atleta?

«L’attesa no. Per niente. Mi piaceva la gara. Soprattutto la gara e eliminazione, una competizione molto di testa».

Ci racconta il mondiale del 1993? Pensava di poterlo vincere?

«No. Mi volevano addirittura mettere in riserva. Eravamo in sette. Sei gareggiavano e una faceva la riserva. Siamo stati 28 giorni negli Stati Uniti. Il problema era l’allenamento. Non mi concentravo e non davo il massimo. A un certo punto tirai fuori la grinta e riuscii a entrare in squadra. C’è da dire che il giorno in cui vinsi la 10.000, feci anche la 3.000, batteria, semifinale e finale. E arrivai quinta. Quel mondiale su 28 titoli, 25 li vinse l’America, uno l’Australia e l’Italia 2, grazie a me e a Marco Giannini, un ragazzo di Pescara».

E come andò la storia di quei diecimila?

«Subito dopo le gare dei 3.000 c’erano i 10.000 che mi sentivo di vincere. Però non me li volevano far correre e allora minacciai il commissario di sdraiarmi sulla pista. Feci un po’ di casino ma alla fine riuscii nell’obiettivo. Conclusi la giornata con 29 chilometri all’attivo. Comunque, dopo la vittoria nella batteria dei 10.000, chiamai a Piombino e dissi: “Babbo, io stasera vinco”. E lui mi rispose: “Vai e vinci”. E l’ho fatto».

Cosa provò all’arrivo?

«Dé, mi veniva da piangere perché non c’erano i miei genitori a vedermi vincere. D’altra parte era complicato arrivare fino in America. Babbo ero operaio, lavorava alla Lucchini. C’erano le mie amiche e basta».

La prima cosa fatta dopo la vittoria?

«Chiamai casa. A Colorado Springs erano le undici di sera. Casa a Piombino era ai Diaccioni, la torre di nove piani. Provai a chiamare i miei al sesto piano, ma il telefono non andava. C’era un guasto alla linea, venni poi a sapere, dal primo proprio fino al sesto piano. Allora chiamai una vicina, anche amica, che stava al settimo, Michela Papi. Le dissi: “Guarda che io ho vinto”. Lei urlava, e il mio babbo, che era a letto, venne a saperlo così, sentendo le grida di gioia di Michela al piano di sopra». —

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di Redazione web