Il Tirreno

Roberto Bedini, il professore abituato a sfidare qualunque ostacolo

Francesca Lenzi

Atleta, insegnante, allenatore e infine biologo. Sempre con successo «Lo sport e la scienza sono diversi, ma per me hanno lo stesso valore» 

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L’intervista

C’è qualcosa di innaturale nell’andare incontro a un ostacolo. È come se venisse meno quel senso di autoconservazione innato nell’essere umano. È decidere di prendere la strada più difficile, e quell’ostacolo superarlo invece che girargli intorno. È guardare davanti e non avere paura di cadere. Già di per sé la corsa è fatica. È essere soli lungo una pista. La corsa a ostacoli è qualcosa di più. Lo sa bene Roberto Bedini, dal 1987 a capo dell’istituto di biologia ed ecologia marina di Piombino, ma anche ex professore di educazione fisica, allenatore e tecnico della nazionale italiana, responsabile delle corse a ostacoli. Lo scorso settembre Bedini ha ricevuto nella sede provinciale di Livorno del Coni la palma al merito per i risultati ottenuti nella carriera da allenatore. Una carriera che l’ha visto portare sul gradino più alto del podio tanti atleti, soprattutto piombinesi, reclutati a scuola nel periodo dell’insegnamento. Tanti atleti che continuano a detenere record nazionali, come Marco Marini, Saverio Ragonesi, Riccardo Conforti, Andrea Pantani, Sandro Giomi, Antonella Squillace, e ovviamente Dario Volturara, pluricampione italiano e 3° classificato ai campionati europei del 1989. E poi Mirella Montanari, Manola Mambrini, Manrico Bastianini, Luigi Bertocchi. L’elenco sarebbe lungo.

Bedini, da dove parte la sua storia nell’atletica?

«Da lontano. Sono nato nel 1946 a Torre Annunziata. Mio padre, piombinese, era là per fare il militare e conobbe mia madre. Sono venuto via da piccino e ho iniziato a correre nei campionati studenteschi. Come tutti cominciai con la campestre, arrivando clamorosamente secondo, dopo un ragazzo che correva da una vita. A quel punto la Libertas Livorno mi tesserò. Inizialmente facevo mezzofondo, ma per un problema di allergia ai pollini cambiai specialità e arrivai agli ostacoli, i 400. Da juniores finii fra i 40 migliori d’Italia e, grazie alla federazione, andai a studiare a Formia alla scuola nazionale di atletica leggera. Prima di me c’era già stato Paolo Merlini e dopo di me Domenico Fontanella, il campione più campione fra tutti noi».

Da Livorno a un certo punto tornò a Piombino.

«Sì. Quando nacque la società Acciaierie. Comunque ho vinto cinque campionati universitari di fila e partecipato ad alcuni meeting, mentre a Piombino, ai Diaccioni dove c’era una pista indoor a tre corsie, feci il record toscano nelle 50 yards. Da che ero partito dal mezzofondo, pian piano accorciavo la distanza (ride, ndr). E poi avevo vinto ai campionati italiani con la Libertas nel 1969 nei 110 ostacoli. Non ero un campione, ma ero abbastanza forte».

Finita la carriera da atleta, iniziò quella da allenatore?

«Intanto presi a insegnare educazione fisica nel liceo. Nel frattempo però feci nascere l’Atletica Portuali Piombino che in un paio di anni raggiunse risultati notevoli. E poi l’insegnamento, già. Ero appena uscito dal liceo scientifico e due anni dopo ci rientravo da professore. A quei tempi era possibile. E mi ritrovai a insegnare in quinta a studenti in alcuni casi più grandi di me. A scuola, ad esempio, conobbi Manrico Bastianini. Quando passai alle medie mi resi conto di poter essere seguito ancora di più e far crescere in quei ragazzi la passione per l’atletica. Alla fine ho smesso di insegnare nel 2000, dopo vari incarichi all’università di Pisa in biologia sistematica. Quando Berlinguer nel fece la riforma e a pagarmi avrebbe dovuto essere l’università e non più il ministero, lasciai. Avrei dovuto altrimenti tornare a fare l’insegnante di educazione fisica. Non che mi facesse schifo, ma ormai ero andato avanti e il mio mondo era la biologia. Così andai in pensione».

Ma con l’atletica non ha mai smesso.

«Quella è rimasta sempre. Come tecnico della nazionale iniziai nel 1983 per finire nel 1991. E comunque, l’atletica si è fermata nel mio cuore».

Biologia o atletica?

«È una bella gara. Hanno per me lo stesso valore, anche se sono due campi diversissimi. Vediamo se riesco a spiegarmi. L’aspetto che mi è sempre piaciuto dello sport era il legame con gli atleti. Essere al campo tutti i giorni ad allenarli e poi seguirli nelle gare. Alla fine si diventa una specie di famiglia e i ragazzi sono una parte di te. La biologia è differente. Anche qui ho raggiunto un certo livello, ma sono io e la ricerca scientifica. Io che classifico gli animali, io che studio. Manca il rapporto umano».

C’è un atleta in particolare che le è rimasto nel cuore?

«Non si può fare un nome soltanto. Posso dire però di aver avuto un grandissimo dispiacere quando morì Luigi Bertocchi. Andai anche a Nembro – ben prima del coronavirus – per partecipare a un convegno in sua memoria. È chiaro che non è uguale con tutti gli atleti. Fra chi ho allenato penso che Sandro Giomi abbia raggiunto i risultati migliori considerando l’altezza simile alla mia, bassa per un ostacolista. Quello che mi ha dato poi più soddisfazioni è stato Dario Volturara, per i risultati tecnici, ma il mio affetto è stato lo stesso per tutti».

Il momento più bello?

«Da atleta quando ho vinto i campionati italiani con la Libertas. Da allenatore il terzo posto di Volturara ai campionati europei con l’altezza massima di un metro e sei centimetri, prima che venisse abbassata per gli under 19 a un metro. Una bella differenza. Dario è quindi il miglior tempo fatto da un italiano agli europei».

Gli ostacoli da atleta e da allenatore. È diverso?

«È molto diverso. Nel mio caso, ad esempio, mi allenavo a Livorno da solo quando gareggiavo per la Libertas. Da allenatore invece vedevo i ragazzi ogni giorno, c’era un rapporto differente. Ricordo che una volta a Dario Volturara venne l’idea di smettere di studiare e io lo massacrai perché continuasse. E ora mi ringrazia. Mi piace dare agli atleti quei consigli che vengono dall’età, perché io ci sono passato prima di loro».

Cosa prova quando vede una pista?

«Beh, ricordo il giorno in cui, arrabbiandomi proprio con Volturara durante una seduta d’allenamento, decisi di mostrargli il giusto movimento. Agganciai un ostacolo e caddi per terra. Era il capolinea e non ho più dimostrato nulla (ride, ndr). Scherzi a parte, ora come ora le emozioni sono un po’ meno rispetto al passato, adesso c’è la biologia e alcuni progetti importanti».

Cosa crede di aver dato all’atletica?

«È una bella domanda. Sai qual è la risposta più bella?»

Quale?

«Ho dato all’atletica quello che l’atletica ha dato a me. Una grandissima passione ricevendo in cambio tante soddisfazioni. È nel mio carattere, se faccio una cosa do il 100%, altrimenti non la faccio nemmeno. E ho sempre preteso il massimo dai miei atleti». —

Francesca Lenzi

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di Redazione web