Sicurezza
Le due vite sportive di Manuel: calcio e basket
Minuti è un caso unico: a Piombino ha giocato a pallacanestro fino alla serie B ed è stato capitano dell’Atletico
PIOMBINO
Trova una passione e coltivala, dicono. C’è chi però è troppo ingordo e allora esagera. E le passioni diventano due. Forti e diverse allo stesso momento, tanto che si fa fatica a capire quale sia la preferita. Anche a distanza di anni, guardandole con quel distacco indispensabili per vederle a fondo. Manuel Minuti è un ingordo che di passioni sportive ne ha coltivate due: calcio e basket. Non necessariamente in questo ordine. Nato il 30 aprile del 1980 a Piombino, allena adesso l’Under 14 della Pallacanestro piombinese. «Prima dello stop dovuto al coronavirus non avevamo ancora perso una partita ed eravamo in lizza per le final four – dice – È una squadra forte, con bimbe valide e volenterose». Prima di loro tanti anni da giocatore, sia di basket che di calcio, nelle formazioni cittadine e non solo. E negli ultimi tempi il ruolo da coach, sia femminile che maschile.
Cos’è nato prima, calcio o basket?
«Da bimbetto giocavo solo e sempre a pallone, ma un giorno arriva a casa un volantino della pallacanestro e da lì inizia la mia storia cestistica. Ho fatto tutta la trafila delle giovanili nel Basket Piombino, cominciando con il coach Daniele Bolioli. Eravamo una squadra forte, tanto da fare i campionati anche con quelli più grandi di noi. Avevo più o meno dieci anni e, come la maggior parte del team, ero mancino. Ecco la cosa strana di quella squadra, fatta prevalentemente di mancini. Ci siamo divertiti ottenendo buoni risultati, arrivando per due anni di fila secondi al torneo internazionale di Torino».
Poi?
«Poi ho giocato con Gianni Montemurro, facendo i primi allenamenti con la serie B. C’erano lo Spina, il Bufalini, e soprattutto Luca Martinelli. Giocando in difesa, lo ricordo perché era quello che adocchiavo di più. In mezzo a tutta quella gente di esperienza, feci il mio esordio a Barra, Napoli. Prima di quel match andai a Cassino, ma non giocai. Invece quella volta entrai in campo e segnai pure un canestro. A quel tempo avevo sempre la borsa al palazzetto, e ogni volta che Gianni mi chiamava io ero pronto. E non era un sacrificio, ma semplicemente passione. Comunque, nella mia esperienza con la pallacanestro piombinese, ci fu una parentesi a Venturina, in D, con una squadra piena di giovanissimi e un coach, Roberto Vadacca, che ha cambiato il modo di giocare di tanti di noi».
Quindi il ritorno a Piombino.
«Sì, con Enrico Fabbri per il mio miglior anno in B. Ricordo poco della cronistoria, perché sono dell’idea che si debba sempre guardare avanti. In ogni caso, dopo c’è stata la C1 con Renati, e poi ho smesso perché era troppa la voglia di provare a giocare a calcio».
A quanti anni?
«Ne avevo 19 e cominciai nel Salivoli, prima che il direttore sportivo del Piombino, Corrado Ottanelli, mi chiamasse. Una proposta irrifiutabile indossare la maglia della mia città. Era la Seconda categoria e come allenatore avevamo Favilli. Adesso posso dire che, senza i problemi di spogliatoi che ci furono, avremmo vinto il campionato a mani basse. Feci bene. La prima partita non giocai, dalla seconda in poi non ho mai saltato».
In che ruolo?
«Ala sinistra. Correvo tanto, ma segnai anche cinque gol. Il primo contro il Castiglioncello. Infilai il pallone all’incrocio su una ribattuta da calcio d’angolo. E il primo gol con il Piombino non si dimentica, al pari del primo canestro in serie B con la pallacanestro. Insomma, ci sono rimasto 5 anni in nerazzurro, nonostante qualche proposta anche per categorie superiori. Come nel caso del Venturina in Eccellenza. Mi chiamò Simone Poli, ma un po’per lavoro e un po’perché avevo già deciso di smettere con il calcio, rifiutai. Però ricordo la bella sensazione di essere capitano. Lo fui per 3 stagioni. Ed essere capitano nel calcio non è la stessa cosa che nel basket. È più sentito. Anche l’arbitro ti considera diversamente e ogni settimana venivo chiamato dal giornalista Valerio Riparbelli per un commento sulla partita. Ho anche vissuto il fallimento della società e il nome che porta oggi la squadra fu scelto da me. Il presidente mi chiamò nell’ufficio e mi propose tre nomi: Atletico, Real, il terzo nemmeno lo ricordo».
Dicevamo del ritorno alla pallacanestro.
«Sì. Avevo 25 anni. Alla seconda stagione del mio rientro, mi ruppi il crociato. Tornai con la squadra in C2, quindi due anni di C1 con una seconda promozione. Però in B non giocai e scelsi Venturina in serie C».
Perché?
«Non ero più in grado di fare la B e poi avevo problemi con il lavoro. A Venturina avevo come coach Massimiliano Biancani e mi sono divertito tantissimo, prima di chiudere con lo sport giocato. Era il 2012 e verso ottobre Massimiliano mi richiamò per dare una mano. Accettai, ma a dicembre mi ruppi nuovamente il crociato e da lì festa finita. Intanto allenavo già da un paio di anni le giovanili a Piombino, passando poi, quando ci fu il boom di bambine, alla guida della squadra femminile. Ci sono stato 3 anni, con l’Under 14, l’Under 16 e la serie C. Per tre anni abbiamo giocato il trofeo delle regioni, avendo la fortuna anche di vincerlo. Poi ho ripreso il maschile, le annate 2001 e 2002, iniziando a dare una mano anche alla squadra della Promozione, muovendo i primi passi da coach nel senior, prima di approdare al basket Valdicornia in D. Una bella esperienza, in un campionato impegnativo, con la soddisfazione nel raggiungimento dei playoff. Credo di aver lasciato un bel ricordo».
E da questa stagione di nuovo alla guida del femminile.
«Sì, credo che il mio modo di fare si adatti meglio alle femmine, più vispe dei maschi in età di giovanili. Dai 10 ai 14 anni hanno un margine di miglioramento eccezionale e, in uno sport prettamente maschile come il basket, vedere i risultati che riescono a ottenere è una soddisfazione doppia. Inoltre ho un legame fortissimo con le bimbe che alleno, mentre i ragazzini sono più menefreghisti».
Cosa c’è nel futuro?
«Non lo so. Quello che so è che non posso stare senza allenare. Ora che ci troviamo tutti a casa per l’emergenza coronavirus me ne accorgo anche di più. Mi mancano le bimbe, il confronto, anche la ragazzina più svogliata. È una scelta di vita, alla fine. Si fanno tanti sacrifici per lo sport. Io, ad esempio, fin quando ho giocato non ho mai fatto tardi il sabato sera. Un paio di ore sul divano a guardare la tv e poi a letto presto. E non era un sacrificio, perché era la mia passione e per quella fai tutto. Sono sposato con Francesca e abbiamo due figli, Iside, 9 anni, che fa ginnastica artistica, e Bernardo, 4 anni. Farà lo sport che vorrà fare. Certo, dovesse piacergli il basket sarei contentissimo, ma deve avere la massima libertà».
Meglio il basket del calcio quindi?
«Allora… gli anni in cui ho giocato a pallone sono stati divertentissimi, però l’ambiente della pallacanestro è un’altra cosa. Si vive lo sport in modo diverso, lo vivi proprio come parola. C’è meno arrivismo e ci sono più valori. È anche il motivo per cui a 25 anni decisi di tornare al basket. Per andar via dalla cattiveria agonistica che nel calcio prima o poi ti viene per forza. Quindi dico più bella la pallacanestro per questo. Per l’atmosfera che si crea, per il giocare a stretto contatto con avversari e compagni, per il darsi una mano, perché in un gioco dove lo spazio è minore rispetto al calcio, il sostegno è fondamentale ed è la squadra a fare la differenza. Però le mie soddisfazioni me le sono tolte ovunque. Sai che mi dice il mio amico Umberto Barlettani ogni volta che lo incontro in giro? »
Cosa?
«Che sono l’unico a Piombino ad aver giocato sia nella squadra di calcio che in quella di basket. È una roba che mi rende orgoglioso».
Allora chiudiamo con questa domanda: fra campi e palazzetti, qual è il posto più bello nel quale giocare?
«Beh, l’emozione che ti dà il Magona quando esci dal sottopassaggio non te la dà nient’altro. Per un piombinese è una cosa speciale. Il rumore dei tacchetti, il profumo dell’erba… è una bellissima sensazione». –
Francesca Lenzi
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