Gioco
Il calvario del Papa: «Ho perso le motivazioni»
Troppi infortuni e l’attaccante dice basta: «Resto innamorato del calcio e della maglia nerazzurra. Il futuro? Vediamo»
Nato a Piombino, ma calcisticamente cresciuto nel Salivoli, Alberto Papa, attaccante classe 1992, ha sfiorato – e qualcosa in più – il calcio che conta, con il provino a Firenze (insieme ad Alessio Fatticcioni), l’anno nelle giovanili della Sampdoria e le stagioni in D col Cecina. Poi il ritorno a Piombino in Prima categoria. Il coro «Papone portaci in Promozione» fu di buon auspicio e in di due anni i nerazzurri volarono in Eccellenza. Al grido di «Siamo venuti fin qua per vedere segnare Papa» (con l’accento sulla “a” per motivi di rima), Alberto è rimasto fino all’ultima stagione di Miano. E l’era Ferroni l’ha vissuta a distanza, con la maglia del Venturina. «Scelsi Venturina per avere più possibilità di giocare ma, a posteriori, non è stata una decisione felice».
Perché?
«Perché noi piombinesi arrivati quell’anno, quando i risultati sono venuti un po’ meno, siamo stati considerati, anche se non apertamente, colpevoli dell’andamento negativo della squadra».
Parli dei tifosi?
«Parlo della società. L’aria intorno a noi era pesante. Per capirsi, dirigenti anche importanti, al campo a fatica ci salutavano. Niente da dire invece sui ragazzi. Nonostante la mancanza di risultati, avevamo anche fatto gruppo. Insomma, aria pesante. Poi anche i tifosi, eh. Basti pensare ai cori contro i piombinesi in occasione della gara di playout. Detto questo, l’anno scorso io ho fatto un brutto campionato e non voglio scaricare colpe su altri. Però ci sono state pure altre situazioni che non hanno portato alla salvezza».
E sei tornato a Piombino.
«Sono tornato perché Piombino è casa mia. Quando Andrea Gherardini, che è anche un amico, mi ha chiamato, ho detto subito di sì. Ero contento che avesse pensato a me per questo nuovo corso. All’inizio ero carico. Però alla fine sono stati più gli allenamenti che ho saltato di quelli fatti. Mi spiego: subito dopo una settimana di preparazione mi si infiammò il tendine di Achille e mi fermai un mese. Superato quello, ho giocato 2-3 partite, anche bene. Poi è arrivata la domenica in casa con la Cerretese e, durante il riscaldamento, altro infortunio: stiramento. Da lì un calvario. Contratture ripetute e la società giustamente ha pensato di tutelarsi col mercato di dicembre. Perciò anche la fiducia nelle mie condizioni fisiche è venuta meno. Ho quindi preferito fermarmi per questa seconda parte del campionato».
Colpa quindi dell’arrivo di Morelli col mercato di dicembre?
«No, assolutamente. Da parte della società non c’è stato nessun tipo di problema. Anzi, la ringrazio, a partire da Andrea, per avermi dato la possibilità di tornare a Piombino. È stata una scelta personale. Non avevo più motivazioni né la spinta per mettermi in gioco. Non lo so spiegare a parole. Io gioco da quando ho 4 anni e ora ne ho 28. Mi piace, ovviamente, ma ho attraversato questo periodo nel quale ho visto calare il desiderio di giocare a pallone. Mi ero intristito. Mi spiace aver lasciato i miei compagni, che sono fratelli. Li sento ovviamente ancora, ma al campo non ci sono più andato».
Fa male?
«Un pochino».
Il futuro?
«Ancora non ci penso. La porta è comunque spalancata».
Per il Piombino o in generale per il calcio?
«Beh, per il Piombino certamente. Sono interista e piombinese, nerazzurro al 100%. Poi ovviamente sarà la società a decidere per il meglio. E senza dubbio anche per il calcio».
I momenti più belli nel Piombino?
«La vittoria dei due campionati, con la scalata dalla Prima categoria all’Eccellenza. Ricordo lo spareggio a Volterra con la Cuoiopelli e la tribuna tutta piena di tifosi. Belli anche la vittoria che ci portò in Promozione, a Cascine di Buti, e lo spareggio a Gavorrano con mister Miano contro il Roselle. Sono ricordi emozionanti, frutto dell’interesse che quel gruppo era riuscito a riportare sulla squadra. Un gruppo formato perlopiù da piombinesi. Di nascita o d’adozione, come Pellegrini, Rizzato, Del Gratta. Un gran gruppo davvero».
Dopo le giovanili nella Sampdoria e nella Primavera del Livorno, tornare a Piombino è stato un passo indietro?
«Giocare al Magona ha un fascino particolare. E, da piombinese, fare il sottopassaggio dà un’emozione forte. È chiaro che per tutti il sogno è diventare calciatore professionista, ma Piombino per me è sempre stata casa e il fatto di aver contribuito a riportarlo in categorie migliori non me l’ha mai fatto vivere come una retrocessione. Sono contento di quello che ho fatto e da ragazzo ho vissuto belle esperienze. Ricordo quando ero alla Sampdoria una partitella di allenamento con la prima squadra. Finì 2-2, con gol di Pazzini e Cassano e doppietta di Papa».
È scontato dire che il momento più bello per un attaccante è fare gol?
«Sì, ma è anche vero. L’attaccante vive per quello. Prima di tutto c’è la squadra, ok, ma quando vedi la palla che entra in porta e gonfia la rete, beh, è tanta roba». —
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