Il Tirreno

«Il Salivoli è la mia vita e questi 42 anni alla guida della società sono stati meravigliosi»

Francesca lenzi
«Il Salivoli è la mia vita e questi 42 anni alla guida della società sono stati meravigliosi»

Gilberto Allori, 85 candeline, dal 2014 non è più il presidente ma prima di ogni decisione tutti si chiedono: «Gibo approverebbe?» 

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Francesca lenzi

Quando al Salivoli fanno una riunione, per un torneo o per decidere qualcosa, la domanda, pronunciata ad alta voce, o anche solo ragionata, è sempre la stessa: «Gilberto approverebbe?».

Non è più presidente dal 2014 e ormai, per problemi fisici, non va nemmeno più al campo, ma Gilberto Allori è ancora il faro di una società nata tanto tempo fa attorno a un pallone e alla voglia di prenderlo a calci in un posto che sapesse di famiglia e di casa.

“Gibo” lunedì scorso ha spento 85 candeline. Metà della propria vita trascorsa alla guida del Salivoli e, se gli chiedi come sono stati questi 42 anni e spicci da presidente, lui ti risponde di botto «Meravigliosi». Una parola liberata in un colpo solo, quasi troncata dalla commozione che ha la curva di un sorriso sincero e il sapore delle lacrime belle.

«Dico la verità – afferma Allori – Senza questi 42 anni col Salivoli non sarebbe stata vita. Non mi pento di nulla. Ho avuto e ho una bella famiglia, mia moglie Miriana e i figli Cinzia e Roberto. La mia vita di 85 anni è stata bella. Lo è anche adesso che non sto bene. L’artrosi deformante alla spina dorsale mi ha levato le gambe. Cammino con questo (indica il deambulatore di fianco alla poltrona, ndc). Non posso andare nemmeno al campo. E mi dispiace perché mi manca tanto. Però con quello lì (punta il dito sul pc portatile, ndc) mando alle squadre del Salivoli, anche quelle del settore giovanile, qualche parolina di incoraggiamento tramite Facebook. E se a volte esce fuori un po’ di malinconia, penso al domani dove starò meglio».

Ha lasciato la presidenza del Salivoli proprio 5 anni fa.

«Passai la mano e volevo farlo indipendentemente dalla malattia. Ma poi sai come me ne sono accorto di averla? Un giorno mi arrivò un pallone fuori dal campo. Io lo presi e lo ritirai dentro, e la gamba mi si rigirò così. E cascai per terra. Da quel giorno lì iniziai a zoppicare da una gamba, e piano piano uscì fuori il problema. A ogni modo, non ho lasciato a persone che hanno fallito. Anzi, hanno migliorato la situazione e la stanno ancora migliorando. Perciò non ho alcun pentimento. E pensare che tutto iniziò nel 1966 al Vallone».

Cioè?

«Mi ero da poco trasferito al villaggio dei Cavalleggeri. C’erano questi ragazzetti che giocavano nel piazzale. Facevano chiasso e davano noia agli operai che dormivano dopo il turno di notte. Così li portammo al Vallone per giocare a calcio. Si chiese al Comune se ci faceva un campetto e ne venne fuori uno da 40x20. Fino al 1970 siamo stati quindi nel Vallone, prima di iniziare a lavorare là di sopra. Sul campo vero e proprio poi diventato del Salivoli. Prima però c’è stata la parrocchia».

In che senso?

«Eh, il prete, Don Vito, non vedeva più la domenica mattina i ragazzi in chiesa. Si domandò il motivo e alla fine scoprì questa attività nel Vallone. Venne così a guardare e decise di fare una squadretta anche lui. Cominciò così la grande battaglia, fra la parrocchia e i rangers del Salivoli. E la parrocchia perdeva tutte le volte. In ogni caso, anche i giovani piombinesi che non abitavano in zona vennero a sapere di questa attività. Cominciarono pure a passare per dare un’occhiata e durante la settimana venivano a iscriversi. Parlo dei tempi in cui avevamo già iniziato a giocare in Federazione, e facevamo pagare tremila lire a ragazzo per tutto l’anno. Si andò avanti bene. Anche perché il Piombino a quei tempi lasciava perdere molto il settore giovanile. Fu quell’errore a permetterci di sollevare il Salivoli. Poi è arrivata la guerra (sorride, ndc)».

Perché?

«Beh, da subito, fin dal presidente Finucci trovai un accordo per 5 anni. In pratica ci pagavano l’iscrizione ai campionati. Il primo ragazzo ad andare nel Piombino fu Andrea Cinquemani. Non lo scrivere, ma ci dettero un pallone per lui (ride, ndc). Però, dai, ci pagavano l’iscrizione. E il rispetto era quello che contava. Anche con il Venturina quando c’era l’Andreoni. Purtroppo poi, e anche tuttora, le società, diciamo d’élite, credono di avere il diritto di poter avere tutto e di annientare le società più piccole».

Un accordo è quindi impossibile?

«Noi abbiamo sempre cercato di trovarlo. In passato l’abbiamo fatto con il Finucci, poi con il Camarri. Poi col dottor Fregosi. Insomma, accordi con il Piombino abbiamo sempre cercato di averli, ma duravano poco perché volevano tutto e noi si spariva. Nel passato però c’era rispetto, e ti chiedevano un giocatore, magari, che gli serviva in un certo ruolo. Ma te, piccola società, mica sparivi. No, continuavi a lavorare. Vabbè. Ripeto, il Salivoli, quando c’ero io, ma anche dopo di me, ha sempre cercato un accordo con il Piombino. E va fatto, perché siamo tutt’e due a rimetterci, ché i ragazzi vanno fuori città a giocare».

Parliamo del Gilberto calciatore.

«Cominciai a giocare nel Piombino nel 1948, fino al ’53, nel momento migliore, con la squadra in serie B. Per due anni su tre conquistammo la Coppa Toscana. Una volta ce la fregò Pistoia. Ancora adesso mi porto dietro bellissimi ricordi. Quando poi andò via mister Mochi, e dopo tre anni nel Castagneto, smisi di giocare per motivi di salute. Non andavo nemmeno più al campo, perché a veder giocare gli altri mi veniva da piangere».

Da Gilberto presidente, invece, qual è stato il momento più bello?

«Quando portai Andrea Luci a San Vincenzo a firmare il contratto per la Fiorentina. Aveva 11 anni e mezzo».

Luci, il più famoso, ma sono tanti i ragazzi che hanno cominciato qui e, negli anni, restano legati al Salivoli. Come mai?

«Li trattiamo con amore, li coccoliamo. Non soltanto quelli che giocano bene, ma tutti».

Il Salivoli. Cosa rappresenta nella sua vita?

«Il mio secondo amore. Prima mia moglie Miriana, e poi il Salivoli».

E se le dico “calcio”, a cosa pensa?

«Io stavo in via Cavour da piccolino. Davanti all’ospedale vecchio c’erano le macerie. Noi ragazzini, oltre a fare le mezzane da vendere ai muratori per tirare su i soldi per i vizi, si fece anche un campetto. Ora c’hanno fatto un parcheggio, ma prima era tutto un palazzo venuto giù. Spostammo la roba, ripulimmo un pezzo di area, e ci giocavamo con un pallone fatto di calze e carta. Ricordo che il babbo voleva trovarci a casa alle cinque quando usciva dal lavoro. Ma noi tre figli, io, Pierluigi e Mauro, eravamo sempre fuori. Alle macerie. Loro a fare qualcosa, io a giocare a calcio». —



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