Il Tirreno

l’intervista 

«Chiuderò la carriera al Magona, la mia casa»

Francesca Lenzi
«Chiuderò la carriera al Magona, la mia casa»

Luca Gherardini a tutto campo: la fallimentare era Ferroni, l’esilio non felice al Venturina e la gioia per il ritorno al Piombino

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Al Magona, negli ultimi anni, se ti alzavi in piedi recitando “O capitano, mio capitano”, erano in pochi a pensare alla citazione cinematografica dell’Attimo fuggente. I più, con quella frase, chiamavano a gran voce Luca Gherardini, capitano del Piombino per le prime quattro stagioni in Eccellenza. Nove anni con la maglia nerazzurra, tanto da far svanire nel tempo la memoria di una squadra senza “Bombetta”, giocatore dell’Atletico dalla Prima categoria all’Eccellenza. Eppure nella passata stagione ha indossato altri colori. Il bianco e il celeste del Venturina, come in precedenza già aveva fatto il fratello Andrea, adesso giovane direttore sportivo del Piombino al fianco dell’altrettanto giovane mister, Manuel Madau.

Ha giocato con entrambi Luca Gherardini, nato proprio nella città dello stadio Magona l’11 novembre 1988. I primi calci al pallone, però, li ha dati sul campo dei Veterani sportivi. Da lì in poi tante squadre: dopo Piombino, il Salivoli, quindi Cecina dagli Allievi alla Juniores, fino a qualche presenza nella prima squadra in serie D. Poi Massa Marittima, Gavorrano, Cascina, Albinia. L’anno scorso Venturina, e ora il ritorno in viale Regina Margherita per il decimo anno in nerazzurro. «E poi ci puoi scrivere “fine”».

In che senso? Smetti?

«Sì. Sarà il mio ultimo anno da giocatore».

Parliamo di ora. Sei tornato a Piombino. Contento?

«Molto».

Tornato per le persone che ci sono o per il progetto di una squadra che riparte da ragazzi del posto?

«Un po’ per tutt’e due le cose».

Come sta andando la preparazione?

«Bene. Oddio, mi son fatto subito male. Niente di che comunque, un normale affaticamento. Il gruppo è buono».

E pieno di giovani…

«Anche troppo giovani! Corrono come disgraziati. Io sono quello che corre meno».

Vabbè, starai fermo a centrocampo a smistare palloni.

«Sì, poi lo voglio sentire quell’altro!»

Chi?

«L’allenatore, Manuel. È un rompiscatole. Tosto. Però ci fa anche fare qualche risata, dai».

Avete giocato insieme in passato?

«Sì. a Massa e un anno anche a Piombino».

Conosci abbastanza bene anche il nuovo diesse.

«Come no. Una rogna pure lui».

Cosa ti aspetti da questa stagione?

«Mah. Arriviamo intanto il prima possibile a 40 punti, poi si vede, e quello che viene viene. Qualcosa di buono possiamo farlo. Non vincere il campionato, perché è un girone duro».

Ti spiace ripartire dalla Promozione e non dall’Eccellenza?

«No. Anche perché c’ero già l’anno scorso in Promozione, con il Venturina. E sono pure retrocesso. Parlando del Piombino, invece, credo servisse una bella scossa, per riportare i piombinesi a Piombino. Come è sempre stato, eccetto l’anno scorso».

Cosa ti portò la scorsa stagione a Venturina?

«Beh, chiesi al diesse Ferroni di farmi allenare almeno due volte su quattro la sera, ma mi fu detto che non era proprio possibile. Forse tra restare a Piombino e andare a Venturina mi è andata bene andare là. Almeno ho avuto una situazione di maggiore tranquillità».

Cosa hai provato vedendo da lontano tutti i problemi dell’annata disastrosa del Piombino?

«Ovviamente non posso dire di essere stato contento. Però tante volte mi è venuta in mente la frase “L’avevo detto”. Non tornavano tante cose. Il grande progetto non è mai decollato. D’altra parte quando porti 60 giocatori da fuori può andare in due modi: o bene bene, o male male. Ma per andare bene bene devono esserci giocatori veri. Fortunatamente la società ha capito la lezione ed è tornata al vecchio stile. Peccato aver rotto il giochino bellissimo di un gruppo che negli anni aveva portato il Piombino fino all’Eccellenza. Vero che adesso siamo tornati, ma non tutti».

La maglia nerazzurra la devono indossare i piombinesi?

«Secondo me sì. E infatti, quando abbiamo fatto bene, eravamo otto undicesimi del posto, con tre ragazzi da Livorno che si erano integrati benissimo».

Torniamo all’anno scorso: Venturina.

«Sì. Ero stato chiamato sia dal Venturina che dal Cecina. Ho scelto i biancocelesti che fanno splendidamente il settore giovanile. Cosa che deve fare anche il Piombino, e sembra adesso lo stia facendo. Insomma, vado a Venturina, anche motivato dall’ottima esperienza che aveva avuto mio fratello, ma poi è andata male».

Solo dal punto di vista sportivo?

«Credo sia una società che, nell’ambito della prima squadra, debba ancora crescere molto. Non eravamo un gruppo fortissimo, ma neppure i primi raccattati. Alla fine penso sia stato un mix di giocatori, allenatori, società, tutto. E poi la squadra era fatta male. Buoni giocatori, anche un bel gruppo di ragazzi, ma presi un po’ così. Prendo Gherardini, prendo Papa, e via dicendo. Senza un criterio».

Come ti sei lasciato con il Venturina?

«Non lo so. Posso dire che l’ultima partita, playout a Gambassi, ha pesato molto. Quando entri in campo e i tifosi ti cantano “piombinese di merda”, c’è qualcosa che non quadra».

Un anno quindi da dimenticare?

«Per i ragazzi no, perché mi ci sono trovato bene. Tolti loro, non mi resta un bel ricordo».

Al Magona ti senti più amato.

«Sì. Sono a casa».

Torniamo al Piombino della scorsa stagione. Lo seguivi. E cosa pensavi dei giocatori?

«Dico solo che non esiste far tardi il sabato. Non puoi fare le due di notte. E le storie su Instagram, magari, non le mettere. Almeno sii furbo».

E nel Piombino di oggi, sarai uomo spogliatoio? Capitano?

«Capitano no. La fascia resta, com’è giusto che sia, a Tommaso Rocchiccioli. Quanto all’uomo spogliatoio, boh. Siamo in tanti a poterlo fare. Però sono il più vecchio e perciò una mano ai giovani la darò senz’altro. Sono tutti bravi ragazzi».

Da dove arriva il soprannome “Bombetta”?

Me lo appioppò Manuel Madau quando si giocava a Massa. Perché tiravo forte, mica come ora».

Insomma, sarà la tua ultima stagione in campo?

«Sì. Non ce la faccio più con il lavoro. E me ne accorgo che mi pesa. Giusto che continuino i giovani. Farò altro, se me lo faranno fare. Non allenare i bimbi, però. Ho già dato. Qualcosa con i ragazzi un po’ più grandi».

Come sarà la tua ultima partita?

«Non lo so. E non ci voglio pensare. Sono contento che sarà al Magona. Ho sempre pensato di chiudere qua, in uno stadio unico, come non ce ne sono altri in queste categorie». —

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di Redazione web