Il Tirreno

Il Piombino coglie i frutti di una gestione assurda

Il Piombino coglie i frutti di una gestione assurda

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Ormai è diventata una sofferenza annunciata. Lo sai in partenza che il Piombino perderà. Perché chi va in campo fa quel che può, ma è evidente: non basta. E chi non va in campo fa quel che non dovrebbe. L’ultima perla di questa stagione da incubo è stata la rinuncia a Giacobbe.

Dall’inizio del campionato una sconfitta dopo l’altra, giocatori arrivati e ripartiti, allenatori arrivati e ripartiti, preparatori arrivati e ripartiti, sì ma la prossima andrà meglio, la prossima dobbiamo dare il massimo, la prossima dobbiamo essere compatti, la prossima dobbiamo fare questo o quello. Poi, ogni domenica la stessa musica, più o meno. Il Piombino ci prova, le altre vincono. Con Riitano, Fratini, la parentesi De Blasi e Serena. E intanto la squadra si è spaccata mentre Buselli si è spaccato davvero un ginocchio.

In tutto questo caos, se avevi una certezza era il portiere. Un numero 1 di valore, dotato di talento e anche di autostima (perché era il migliore nelle pagelle ma il più battuto di tutto il girone). Avevi un portiere e ne avevi anche pochi alle sue spalle, dal secondo a quelli delle giovanili. Insomma, avevi questo bel portierone che si portava dietro la sua bella sciarpa nerazzurra e la legava alla porta, che amava questi colori e dava almeno le ultime garanzie. E cosa hai fatto? Hai smesso di pagargli i rimborsi a dicembre. A lui e al suo preparatore-motivatore. Poi hai fatto fuori il motivatore e hai aspettato che anche Giacobbe dicesse basta, me ne vado, non campo d’aria.

Perché questo è successo, al di là di tanti discorsi. Sei penultimo in classifica, già virtualmente retrocesso, ti mancano cinque partite alla fine del campionato e cosa fai? Ti metti a risparmiare ora, sul portiere, il più bravo di tutti. Allora significa che vuoi retrocedere o che non te ne importa niente.

Il caso Giacobbe è l’emblema di una stagione pazzesca, assurda, cominciata con le fanfare e conclusa tra le pernacchie. Non è tanto sbagliare, quello ci sta. Il problema è stato intestardirsi. Non gli errori, quindi, ma la presunzione ha portato il Piombino in questa situazione.

E non è neanche giusto addossare tutte le colpe a Ferroni. Il diesse lo ha scelto e tenuto lì Spagnesi. Al netto della gratitudine per questi anni di rinascita, stavolta il presidente, il suo vice e i consiglieri non hanno scuse. Quest’anno l’Atletico aveva un sostegno in più, il Comitato #stadioxtutti. E non c’è bisogno di elencare i meriti dei volontari. Ci sono sempre stati. Hanno resuscitato il Magona, hanno contribuito in tutti i modi ad agevolare il lavoro della prima squadra e delle giovanili. Hanno, anzi avevano, ricreato entusiasmo intorno a tutto l’ambiente. Ma non sono stati ascoltati. Mai. Né all’inizio dell’ambizioso progetto Ferroni, né quando il progetto ha cominciato a fare acqua. Cioè subito. Non è facile costruire una squadra. Ma non è neanche possibile sperperare i pochi soldi a disposizione allestendo una rosa di oltre quaranta giocatori, quasi tutti venuti da fuori, manco fosse il Real Madrid. Gli incassi al Magona sono quelli che sono, e sono sempre meno. Le spese dovevano essere adeguate alle risorse. Si doveva pensare ai giovani del posto, al loro futuro e a quello della stessa società. Si doveva operare sul mercato in modo più oculato. Più umile.

Dispiace sparare sulla Croce nerazzurra ma il Piombino sta gettando l’Eccellenza e non sappiamo neanche se ci sarà una Promozione mentre tornano a volteggiare imprenditori spregiudicati e nomi imbarazzanti. Intanto ieri è stato perso anche questo derby dei poveri col Cecina. Ne mancano quattro di partite. Speriamo che passino alla svelta. —



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di Redazione web