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Da calciatore ad allenatore di pallacanestro La storia di Andreazza, il coach del momento

Daniele Perini
Da calciatore ad allenatore di pallacanestro La storia di Andreazza, il coach del momento

«La svolta fu la chiamata della Benetton». Ha imparato dai grandissimi. E ama Piombino: «Bella gente, posti meravigliosi»  

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Un lavoro che prosegue da più di un anno e mezzo quello iniziato da coach Marco Andreazza a Piombino nel luglio 2017. Il tecnico, classe 1974, nato il 29 giugno a Montebelluna in provincia di Treviso, ha riportato a Piombino un ambiente da alti piani della serie B. Al di là delle classifiche attuali, che riportano il coach veneto a tutte le considerazioni da fare per analizzare i tabelloni, Piombino è tornata a vivere lo spirito di una squadra e un gruppo di professionisti che lavora al massimo per la propria maglia anche grazie allo stesso Andreazza.

Marco Andreazza nasce calciatore, con uno zio giocatore e poi allenatore nel calcio che conta (Attilio Tesser). Come scopre la sua passione per la palla a spicchi?

«La mia passione nasce da buon tifoso, come da tradizione in città, della storica Nordica Montebelluna che a quel tempo battagliava con la Leone Mare Livorno, la Maltinti Pistoia e Montecatini. Tutto poi inizia nel 1994, grazie a una persona in particolare: Ugo Bragnara, l’allora presidente della squadra di Montebelluna. Una grande persona, a cui devo molto, che mi ha spinto di più tra tutti a seguire e conoscere la bellezza di questo sport. Avevo da poco chiuso la mia brevissima carriera da calciatore per un infortunio e tra le mie amicizie c’erano tanti ragazzi appassionati di pallacanestro. Iniziai ad aiutarli con i bambini in palestra in quell’anno e nel 1995 iniziai la trafila dei corsi per diventare allenatore. Da Montebelluna mi spostai di poco per andare a Istrana, quindi fu la volta della grande chiamata della Benetton Treviso nel 1997. Lì iniziò la mia vera storia nel mondo della pallacanestro».

A Treviso fa tutte le giovanili, crea le basi per la gavetta ma soprattutto “ruba” i segreti del mestiere da alcuni grandissimi. Piero Bucchi, Mike D’Antoni, Zeliko Obradovic, Fabrizio Frates ed Ettore Messina, un vero olimpo dei coach dell’era moderna. Che ambiente è stato e cosa si porta dietro?

«Sono stati anni fantastici e di grande crescita. Ho cercato di prendere qualcosa da tutti i grandi nomi con cui ho avuto a che fare. Sono molto legato anche a Paolo Sfriso e Cristian Federigo, i collaboratori con cui ho avuto più contatto alla Benetton. Rimane però grande il segno che lascia veder passare allenatori del calibro di D’Antoni, Obradovic e Messina, tutti simili dal punto di vista della leadership. D’Antoni, con abitudine americana, si affidava molto ai collaboratori. Una presenza silente ma costante, pronta a intervenire e ricevere le attenzioni di tutti. Di Obradovic ricordo bene l’attenzione maniacale a tutti i dettagli del gioco. Infine il grande Messina e ciò che mi ha sempre stupito di lui, la semplicità che aveva nell’allenare un gruppo di campioni come se fosse una giovanile».

Qual è la sua idea di pallacanestro?

«Credo che, a tutti i livelli, non si possa prescindere da una grande organizzazione difensiva, in nessun modo. Sempre secondo la mia visione, in attacco è bello vedere un gruppo coeso che provi piacere a passarsi la palla, un sistema offensivo in cui tutti si sentono parte dei giochi».

Ci sono anche altri nomi importanti nella sua carriera?

«Certo, tutte le altre persone che fanno parte della mia vita e hanno collaborato con me come Stefano Pisastrini, al mio fianco a Montegranaro, e il mio amico fraterno Andrea Zanchi, a Omegna. Dal punto di vista tattico e metodologico ho preso molto da Renato Pasquali, adesso gm di Forlì in A2 ma prima tra i migliori allenatori italiani. C’è poi Walter De Raffaele, adesso sulla panchina della Reyer Venezia, che ritengo un amico vero che c’è sempre stato nei momenti di difficoltà».

Quindi ricapitolando, da Montebelluna, passando per Isernia vicino a casa, fino a Treviso. Lì una finestra sui più alti livelli continentali. E poi?

«Per prima cosa Montegranaro, dove faccio il responsabile del settore giovanile e il vice allenatore della prima squadra passando dalla B1 alla LegaDue. Quindi c’è il riavvicinamento a casa, in seguito alla scomparsa di mio padre, e l’esperienza in C di nuovo a Isernia. Ancora, il ritorno alla Benetton con i ragazzi, e le esperienze a Casalpusterlengo, Villafranca Verona e Omegna, sempre nel mondo delle giovanili. Dunque l’occasione in A2 a Piacenza».

In tutto questo girovagare ha poi trovato Piombino, che definisce «un posto dalla grande tradizione cestistica, l’ennesimo che porterò dietro per tutta la carriera». Come sta qui?

«Quella che si è dimostrata una dirigenza seria e rispettosa del lavoro e degli impegni presi mi ha voluto a Piombino. Qui ho trovato una bella città e mi trovo molto bene. Lo staff è ottimo, i ragazzi della prima squadra sono fantastici e si sta creando una sinergia anche con la gente di Piombino. Ho anche fatto molte amicizie in questi due anni. I posti poi sono meravigliosi, in pochi minuti trovi luoghi che ti aiutano a staccare nei pochi momenti liberi».

Continua a dividersi tra Piombino, il Veneto e la Lombardia. Viaggia dopo ogni partita per tornare dalla sua mamma a Montebelluna e dalla sua famiglia a Cremona. Ma ha un po’ di tempo per lei?

«Certo, quando posso torno nelle mie zone per stare con gli amici, la mamma e la famiglia, anche se spesso per pochissimo. Quando riesco a rilassarmi mi piace molto andare a cena o a pranzo fuori. Come si noterà (ride) amo la cucina e il buon vino. Non sono un amante della televisione ma mi piacciono i programmi di storia e di cucina ma soprattutto lo sport. Da una tradizione calcistica familiare, amo seguire il calcio e sono anche un appassionato di ippica, che sa regalarmi emozioni che solo un tiro da tre allo scadere riesce ad accendere».

Tornando al basket e al momento attuale di questo Golfo in serie B, dove arriverà questa squadra?

«Vorrei aspettare le prossime tre partite e la pausa per rendermi conto, a sette gare dalla fine, della situazione ed esternare gli obiettivi definitivi. Dalla nostra adesso abbiamo grandi risultati ma senza retorica questo è un campionato da affrontare gara dopo gara, senza ragionamenti ma solo con il lavoro. Ora abbiamo Vigevano davanti e quindi un’altra squadra combattiva, noi siamo pronti a dare battaglia per provare a continuare la serie e rimanere ai piani alti». —

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