Il Tirreno

Se vinci hai ragione, se perdi hai torto. È ora di cambiare

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Alla fine il bubbone è scoppiato. Ci sono volute tredici partite di campionato con due sole vittorie, quattro pareggi e ben sette sconfitte di cui l’ultima ritenuta inaccettabile. Lo 0-2 incassato al Magona proprio contro l’odiata Cuoiopelli ha fatto traboccare il vaso e perdere la pazienza a chi ama i colori nerazzurri. Dopo la partita, quella tra il bar e la sede sociale era un’arena più che un’area relax. Tifosi, ultrà, esponenti del comitato Stadioxtutti hanno avuto una discussione molto accesa con i dirigenti dell’Atletico. Qualche giocatore, come Zaccaria, è rimasto lì ad affrontare i contestatori dimostrando come temperamento e personalità nel suo caso non siano caratteristiche limitate al campo. Ma gli sportivi non ce l’avevano affatto con lui e nemmeno con gli altri giocatori. Ce l’avevano con chi ha allestito questa squadra (il direttore sportivo Alessio Ferroni) e chi glielo ha permesso (il presidente Massimiliano Spagnesi). Il diesse ha provato a spiegare e ha chiesto un incontro con le Brigate d’acciaio per parlarne a mente fredda.

Ma c’è poco da parlare. L’accusa principale che viene mossa alla dirigenza è quella di aver chiuso un ciclo lunghissimo, quello dei giocatori fatti in casa o giù di lì. Un ciclo che aveva permesso da un lato di risalire in pochi anni dalla Terza categoria all’Eccellenza, arrivando pure a sfiorare la serie D. E dall’altro di dare un senso e un obiettivo al vivaio. La scorsa estate metà squadra se ne è andata. Ma l’altra metà è rimasta e sono rimasti anche quegli Juniores che avevano già fatto le prime apparizioni nell’undici di Miano. Sono rimasti perché trattenuti, è bene specificarlo. Quindi speravano di giocarsela. E invece no. Facciamo pure due nomi. Barozzi e Cecchini per esempio hanno i segni della panchina sulle natiche. Quarta è stato utilizzato pochissimo. Per non parlare di quelli avevano appena assaggiato il campo: De Gennaro, Braschi, Giuntoli. I giovani sono delicati, vanno maneggiati con cura, ma i casi sono due: o ci credi o non ci credi. Se tappi tutti i ruoli con giocatori “stranieri”, ai tuoi non ci credi. E alla fine il discorso è semplice: se vinci, hai ragione. Se perdi, hai torto. E fin qui il Piombino non solo ha perso, ha perso anche male ed è sempre più ultimo in classifica.

Inutile parlare della partita. Sì, il primo gol l’ha fatto il vento ma il secondo no. E il vento c’era per tutti. Inutile anche soffermarsi sul valore dei nuovi giocatori. Anzi, dispiace vedere in una situazione del genere gente come Bigazzi, un lusso in Eccellenza.

Se li prendi uno a uno sono tutti bravi (oddio, non proprio tutti), sono anche ottimi ragazzi e formano pure un buon gruppo. Ma nel calcio si gioca di squadra, a meno che non ti chiami Messi o Cristiano Ronaldo. E se la squadra non gira, bisogna che se ne assuma la responsabilità chi l’ha allestita. Mancano due scontri diretti alla fine del girone di andata, poi c’è tutto quello di ritorno. In teoria, non è ancora finita. Ma qualcosa deve cambiare. Alla svelta. —

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di Redazione web