Sicurezza
Andrea, il cuore a metà tra Venturina e Piombino
di Francesca Lenzi
L’ex capitano nerazzurro è tornato in campo e lotta per salvare i biancocelesti «Ma alla fine di ogni partita chiedo subito cosa hanno fatto i nerazzurri»
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PIOMBINO. «Alla fine di ogni partita chiedo subito cos’ha fatto il Piombino. Però non lo scrivere che magari pare brutto». Abituati a vederlo in campo, in mezzo alla difesa, sicuro e arcigno quanto basta, mica te lo aspetteresti così Andrea Gherardini che in un attimo inganna l’apparenza e rivela un qualcosa che, per dirla con meno parole possibili, chiameresti gentilezza d’animo.
Nato l’8 luglio 1983, Andrea inizia a giocare a 9 anni nel Piombino, fino ai 16 anni, quando passa al Grosseto dove fa tutta la trafila fino alla Primavera.
Qui va alla Larcianese in serie D e dopo, nella stessa categoria, al Venturina. Quindi l’Eccellenza con il Cecina, il Riotorto in Promozione, e il ritorno a Piombino a 25 anni in Prima categoria.
In maglia nerazzurra, insieme al fratello Luca, Andrea è uno dei protagonisti della splendida scalata della squadra targata Di Tonno che arriva a conquistare tre anni fa l’Eccellenza.
Ed è lì che Andrea va via. Passa al Ribolla in Promozione per poi riavvicinarsi l’anno successivo con il Venturina in Prima categoria.
Perché andarsene proprio con la conquista di una categoria così prestigiosa?
«Con il salto di categoria si cominciò a parlare di quattro allenamenti e, tra il lavoro e la seconda figlia in arrivo, non me la sono sentita. Non ce la facevo sia a livello fisico che mentale».
Quindi il passaggio a Ribolla.
«Sì, mi cercarono loro e andai. Poi si aggiunsero, di “piombinesi”, Cicalini e Fioretti».
E due anni fa l’arrivo a Venturina.
«Mi chiamò Bardocci per fare la Prima categoria. Nella prima stagione ho giocato sempre e siamo riusciti a ottenere un bel terzo posto, mentre quest’anno ho fatto soltanto i primi due giorni di preparazione per tornare in campo solo nell’ultimo mese e mezzo. Mi ricordo come fosse ora: mi allenai l’11 e il 12 agosto; il 13 mi scoprirono il male. Doveva essere tolto subito, prima però dovevano farmi la Tac. Sfortuna ha voluto che fosse ferragosto e così mi fecero l’esame soltanto il 17. Ecco, quelli sono stati i giorni peggiori, perché le pensi tutte e perché effettivamente mi avevano detto che poteva non essere circoscritto».
Invece…
«Invece era localizzato e il 19 agosto mi hanno operato, a Piombino, mentre per visite e controlli sono andato a Milano. Diciamo che tra operazioni, analisi, visite e un ciclo di chemio, sono tornato a posto a fine gennaio».
E sei tornato in campo.
«In realtà avevo pensato di smettere; mi chiamò però il presidente Simone Poli, chiedendomi di tornare per aiutare la squadra, anche da un punto di vista dello spogliatoio, nel momento difficile che stava attraversando. E sono tornato un mese e mezzo fa».
E il Venturina, pur non essendo ancora salvo, nelle ultime settimane ha risalito la china.
«La squadra c’è, c’è sempre stata, e non si meritava la posizione che aveva; comunque non abbiamo ancora fatto nulla. Però siamo fiduciosi; speriamo di salvarci direttamente ma, se va male, ci auguriamo di poter affrontare i playout nella posizione migliore».
Hai mai pensato di poter diventare professionista?
«C’è stato un momento in cui l’ho pensato, a 18 anni, quando sono stato riscattato dal Grosseto e avrei potuto giocare in C2; purtroppo al tempo non c’era l’obbligo dei giovani in campo, la società era ambiziosa e puntava sui più esperti. Forse, se avessi avuto la testa che ho ora, avrei potuto fare qualcosa in più, ma alla fine credo di aver meritato quel che ho avuto».
Cosa ne pensi del Piombino di quest’anno, in lotta per andare in serie D? Un pizzico di rimpianto per non essere più in nerazzurro?
«No, mi fa solo tanto piacere. Conosco l’ambiente e, come il Venturina, il Piombino mi è stato vicino nei momenti difficili che ho passato. Non sono assolutamente geloso. Sono piombinese, non posso che volere ogni bene per questa società; e poi andare via è stata una mia scelta e se la squadra vince sono la persona più felice del mondo. Anzi, speriamo di chiudere il campionato col secondo posto per provare a salire in D. Sarebbe un traguardo bellissimo, anche per la città, e la possibilità di vedere tanta gente al campo. Sembrano frasi fatte ma è la realtà: giocare davanti a 500 persone è diverso rispetto a farlo in uno stadio vuoto».
Nel Piombino hai giocato con tuo fratello e a lui hai idealmente passato la fascia da capitano.
«È stato bello giocare insieme, abbiamo un bel rapporto ed è una soddisfazione vederlo adesso capitano nerazzurro. Se lo merita, è l’emblema di questo Piombino. E peccato perché lui sì che avrebbe potuto fare tanto, ha molte più potenzialità di me, però è stato sfortunato anche in fatto di infortuni».
Racconta la tua famiglia.
«Sto insieme ad Alessandra da 10 anni. Tra l’altro il prossimo 19 giugno ci sposiamo. Però non scriverlo, è una cosa semplice, solo con i genitori, niente di che. Abbiamo due bambine, Caterina di cinque anni e Anita di due e mezzo. Siamo una bella famiglia, sono felice. Alessandra mi è stata molto vicino quando sono stato male. Mi dava la forza. Ho passato tanti momenti brutti, e lei è stata forte anche per me».
Tornando al calcio, il prossimo anno?
«In questa stagione spero di salvarmi e poi smetto. Anzi, di più: cambio numero del cellulare così il Poli non mi trova. Scherzi a parte, ho 34 anni e alla fine di ogni partita sto male; e poi voglio stare con la famiglia».
Miano da giocatore è passato al ruolo di mister.
«Non credo proprio che sia la mia strada. Forse ho ancora la testa da giocatore, ma non mi ci vedo proprio nei panni dell’allenatore».
Nato l’8 luglio 1983, Andrea inizia a giocare a 9 anni nel Piombino, fino ai 16 anni, quando passa al Grosseto dove fa tutta la trafila fino alla Primavera.
Qui va alla Larcianese in serie D e dopo, nella stessa categoria, al Venturina. Quindi l’Eccellenza con il Cecina, il Riotorto in Promozione, e il ritorno a Piombino a 25 anni in Prima categoria.
In maglia nerazzurra, insieme al fratello Luca, Andrea è uno dei protagonisti della splendida scalata della squadra targata Di Tonno che arriva a conquistare tre anni fa l’Eccellenza.
Ed è lì che Andrea va via. Passa al Ribolla in Promozione per poi riavvicinarsi l’anno successivo con il Venturina in Prima categoria.
Perché andarsene proprio con la conquista di una categoria così prestigiosa?
«Con il salto di categoria si cominciò a parlare di quattro allenamenti e, tra il lavoro e la seconda figlia in arrivo, non me la sono sentita. Non ce la facevo sia a livello fisico che mentale».
Quindi il passaggio a Ribolla.
«Sì, mi cercarono loro e andai. Poi si aggiunsero, di “piombinesi”, Cicalini e Fioretti».
E due anni fa l’arrivo a Venturina.
«Mi chiamò Bardocci per fare la Prima categoria. Nella prima stagione ho giocato sempre e siamo riusciti a ottenere un bel terzo posto, mentre quest’anno ho fatto soltanto i primi due giorni di preparazione per tornare in campo solo nell’ultimo mese e mezzo. Mi ricordo come fosse ora: mi allenai l’11 e il 12 agosto; il 13 mi scoprirono il male. Doveva essere tolto subito, prima però dovevano farmi la Tac. Sfortuna ha voluto che fosse ferragosto e così mi fecero l’esame soltanto il 17. Ecco, quelli sono stati i giorni peggiori, perché le pensi tutte e perché effettivamente mi avevano detto che poteva non essere circoscritto».
Invece…
«Invece era localizzato e il 19 agosto mi hanno operato, a Piombino, mentre per visite e controlli sono andato a Milano. Diciamo che tra operazioni, analisi, visite e un ciclo di chemio, sono tornato a posto a fine gennaio».
E sei tornato in campo.
«In realtà avevo pensato di smettere; mi chiamò però il presidente Simone Poli, chiedendomi di tornare per aiutare la squadra, anche da un punto di vista dello spogliatoio, nel momento difficile che stava attraversando. E sono tornato un mese e mezzo fa».
E il Venturina, pur non essendo ancora salvo, nelle ultime settimane ha risalito la china.
«La squadra c’è, c’è sempre stata, e non si meritava la posizione che aveva; comunque non abbiamo ancora fatto nulla. Però siamo fiduciosi; speriamo di salvarci direttamente ma, se va male, ci auguriamo di poter affrontare i playout nella posizione migliore».
Hai mai pensato di poter diventare professionista?
«C’è stato un momento in cui l’ho pensato, a 18 anni, quando sono stato riscattato dal Grosseto e avrei potuto giocare in C2; purtroppo al tempo non c’era l’obbligo dei giovani in campo, la società era ambiziosa e puntava sui più esperti. Forse, se avessi avuto la testa che ho ora, avrei potuto fare qualcosa in più, ma alla fine credo di aver meritato quel che ho avuto».
Cosa ne pensi del Piombino di quest’anno, in lotta per andare in serie D? Un pizzico di rimpianto per non essere più in nerazzurro?
«No, mi fa solo tanto piacere. Conosco l’ambiente e, come il Venturina, il Piombino mi è stato vicino nei momenti difficili che ho passato. Non sono assolutamente geloso. Sono piombinese, non posso che volere ogni bene per questa società; e poi andare via è stata una mia scelta e se la squadra vince sono la persona più felice del mondo. Anzi, speriamo di chiudere il campionato col secondo posto per provare a salire in D. Sarebbe un traguardo bellissimo, anche per la città, e la possibilità di vedere tanta gente al campo. Sembrano frasi fatte ma è la realtà: giocare davanti a 500 persone è diverso rispetto a farlo in uno stadio vuoto».
Nel Piombino hai giocato con tuo fratello e a lui hai idealmente passato la fascia da capitano.
«È stato bello giocare insieme, abbiamo un bel rapporto ed è una soddisfazione vederlo adesso capitano nerazzurro. Se lo merita, è l’emblema di questo Piombino. E peccato perché lui sì che avrebbe potuto fare tanto, ha molte più potenzialità di me, però è stato sfortunato anche in fatto di infortuni».
Racconta la tua famiglia.
«Sto insieme ad Alessandra da 10 anni. Tra l’altro il prossimo 19 giugno ci sposiamo. Però non scriverlo, è una cosa semplice, solo con i genitori, niente di che. Abbiamo due bambine, Caterina di cinque anni e Anita di due e mezzo. Siamo una bella famiglia, sono felice. Alessandra mi è stata molto vicino quando sono stato male. Mi dava la forza. Ho passato tanti momenti brutti, e lei è stata forte anche per me».
Tornando al calcio, il prossimo anno?
«In questa stagione spero di salvarmi e poi smetto. Anzi, di più: cambio numero del cellulare così il Poli non mi trova. Scherzi a parte, ho 34 anni e alla fine di ogni partita sto male; e poi voglio stare con la famiglia».
Miano da giocatore è passato al ruolo di mister.
«Non credo proprio che sia la mia strada. Forse ho ancora la testa da giocatore, ma non mi ci vedo proprio nei panni dell’allenatore».
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