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Corrado Ottanelli: «Io e Massimiliano Allegri, fratelli di pallone»

di Francesca Lenzi
Corrado Ottanelli: «Io e Massimiliano Allegri, fratelli di pallone»

Ottanelli racconta la sua amicizia con l’allenatore della Juve, conosciuto ai tempi in cui giocavano nel Livorno

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PIOMBINO. La prima volta che si sono visti è stato nel 1987, in ritiro con la Primavera del Livorno. 19 anni lui, 20 l’altro. Lui è Corrado Ottanelli, 47 anni, commerciante di Piombino. L’altro è Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus. Compagni di squadra per quattro anni nel club amaranto, prima che le loro strade si dividessero, lasciando intatta un’amicizia nata in corsa dietro un pallone. Allegri, in un’intervista su Repubblica, l’ha citato tra i pochi amici veri. «Ricordo che avevo il numero 8, Protti il 9 e Allegri il 10 – dice Ottanelli – Stavo in camera con Igor, ma l’ambiente del calcio è particolare e con Massimiliano nacque subito un’affinità speciale. Vivevamo in simbiosi. Parlavamo tanto di calcio, degli aspetti tecnici, delle squadre, dei giocatori; era il periodo della rivoluzione portata da Sacchi e noi eravamo “sacchiani” convinti».

Eravate anche tifosi della stessa squadra?

«Assolutamente no. Lui juventino, io granata, è stato l’unico a farmi esultare per un gol bianconero in un derby. Può sembrare assurdo per un tifoso del Toro, ma quando il gol arriva dalla squadra che allena il tuo amico è possibile».

Com’è Allegri nella vita di tutti i giorni?

«Una bellissima persona. Partire dal nulla e arrivare dov’è arrivato lui è impossibile se non sei eccezionale, perché i giocatori lo capiscono se il mister è una persona vera, se è grande solo in campo. È sincero, generoso, ironico».

Dopo 4 anni a livorno le vostre strade si sono divise.

«Sì, lui è andato al Pisa, poi Pavia, io nella Suzzara. A volte viaggiavamo insieme, e comunque non mancavano di sentirci al telefono almeno una volta a settimana. Quando andò a Pescara ci perdemmo un po’, fin quando non arrivò ad allenare il Grosseto; lì la nostra amicizia riprese in maniera più viva, spesso si fermava a Piombino, veniva al Magonello dove trovava anche il mio babbo, con il quale era molto legato».

Poi la carriera di Allegri l’ha portato ad allenare Sassuolo, Cagliari, Milan.

«Eppure è rimasto il solito Massimiliano. Il primo anno al Milan ci ospitò allo stadio e lì mi resi conto di come vivesse su un altro pianeta; impressione che ho ancora di più da quando è alla Juventus. Quest’anno i miei due bimbi mi massacravano per portarli a vedere una partita della Juve. La settimana prima di Juve-Lazio lo chiamai e lui mi fece riservare dei posti fantastici che resero quella giornata memorabile per i miei figli. Ma non è tutto. Prima che iniziasse la partita mi disse “Ci vediamo dopo”. E così fu. Nonostante la bolgia intorno a lui, ce ne andammo in macchina al ristorante e quando si fece tardi, invece di farmi chiamare un taxi per portare i bambini in hotel, ci accompagnò lui stesso. Ha sempre molta premura, ancora di più con i miei figli che adora, così come adora i bambini in generale».

Com’è il vostro rapporto?

«Sono sempre stato diretto e anche critico nei suoi confronti. Quando andò a Cagliari e l’idea di una carriera eccezionale cominciò a farsi largo, lo spronai a imparare l’inglese».

Quanto è grande la sua stima per Allegri?

«Un ottimo allenatore deve avere 5 o 6 caratteristiche, ma diventa fondamentale quando l’arbitro fischia l’inizio della partita. Ecco, Massimiliano nella capacità di leggere la gara è il numero uno, perché sa vivere il match in modo distaccato e sa decidere in corsa».

In che ruoli giocavate nel Livorno?

«Io mediano, lui era un “illuminato”. È sempre stato vagabondo ma aveva una visione di gioco unica. Aveva gli occhi anche dietro le spalle. L’incontro per lui determinante è stato con Giovanni Galeone, nel 1991 a Pescara. L’ha menzionato nell’intervista di Repubblica, citandolo insieme a me e Ubaldo Righetti come un vero amico, eppure non ha mai smesso di dargli del “lei”».

Quante volte Allegri viene a Piombino?

«Tempo fa veniva spesso a cena al mio ristorante La Rocchetta. Ora meno, l’ultima volta la calca intorno a lui era così tanta che quasi non ha potuto mangiare. Il nostro rapporto ora è fatto di tanti sms. Uno dei più belli risale all’anno scorso a maggio, quando Conte sembrava sempre più allontanarsi dalla società bianconera: “Corrado, mi sento sdrucciolare che vado alla Juve”».

Cos’ha provato quando ha letto il suo nome nell’articolo di Repubblica?

«Beh, pelle d’oca e tanto piacere. Purtroppo nell’ascesa fantastica persone anche vicine hanno provato un po’ di invidia e lui ne ha sofferto. Io no, per me è un fratello, sono felice di ogni suo successo. Mi ricordo quando a Livorno entrò nello spogliatoio prima di una gara di Coppa Italia il direttore generale Italo Allodi, prevedendo un suo passaggio alla Juve. In realtà Massimiliano l’anno dopo andò a Pisa, ma a distanza di 25 anni alla Juve c’è arrivato davvero, da allenatore».

Come mai la vostra amicizia è durata nel tempo?

«Per le affinità caratteriali e calcistiche e perché mi vuol bene. Una volta incontrammo il commentatore Vezio Benetti. Io avevo i capelli a spazzola e Massimiliano mi chiamava “Canapino”; disse a Benetti di chiamarmi in cronaca in quel modo se avessi fatto gol. Ero tranquillo, non segnavo praticamente mai. Invece gol lo feci, con il Cecina in serie C, e mi toccò beccarmi da Benetti proprio quel soprannome».

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