Il Tirreno

La sezione Aia festeggia i 110 iscritti

di Francesca Lenzi
La sezione Aia festeggia i 110 iscritti

L’80 per cento degli arbitri di calcio locali ha fra 15 e 20 anni, ci sono anche alcune ragazze. Ecco le loro storie

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PIOMBINO. Rispettati e temuti. A volte sbeffeggiati o addirittura offesi, ma sempre più protagonisti di uno sport che negli anni ha riconosciuto al loro ruolo una notorietà e un’importanza sempre più forti. Sono gli arbitri che ogni domenica, e non solo, garantiscono allo sport più popolare del Paese di continuare ad esistere attraverso le regole che ne caratterizzano la disciplina. E la notizia è che a Piombino la sezione Aia (Associazione italiana arbitri) ha raggiunto la quota di adesioni più alta nella propria storia. Sono 110 gli iscritti alla sede di via Turati. Di questi un buon 80% ha solo tra i 15 e i 20 anni di età. «La cosa bella è che in quest’ottica sono tutti potenzialmente in grado di arrivare a categorie di calcio professionistico», spiega il presidente della sezione piombinese, Massimo Gherardi.

Un giorno in sezione. Andiamo un pomeriggio in sede per vedere chi sono queste nuove leve che stanno dando lustro all’Aia locale. In mezzo ai dirigenti e responsabili, tra arbitri più o meno giovani ci sono parecchi ragazzi. Si parte dai 15 anni, per arrivare ai direttori di gara di punta che superano di poco i 20 anni. Quando arriviamo in via Turati non c’è Idoneo Quiriconi, storica bandiera dell’associazione: 94 anni e dal 1946 arbitro effettivo, Quiriconi per problemi di salute non si fa vedere più così spesso in sede, ma resta un punto fermo prezioso per le giacchette nere piombinesi.

La promessa. Il giovanissimo più promettente che ci viene segnalato è Alessandro Pistolesi, 17 anni, studente del liceo scientifico che, nel giro di una stagione, dal settore giovanile è arrivato ad arbitrare in Prima categoria. Come ha iniziato? Per curiosità, come tanti, dopo aver ricevuto a scuola le informazioni per diventare direttore di gara. «Il calcio? Sì, mi piace, ma sono del tutto impedito e perciò ho deciso di passare dall’altra parte – dice Alessandro – Mi piace il fatto che non conti l’età per fare l’arbitro, anzi, spesso sono persone molto più grandi di te che devono sottoporsi alla tua autorità. C’è da dire poi che è un’attività che ti aiuta a maturare velocemente, e spero di riuscire ad arrivare sempre più in alto».

Fischietti al femminile. Tra i tanti ragazzi di via Turati c’è anche qualche volto femminile, come Arianna Anello, 17 anni, studentessa dell’Ipc alberghiero. «Io invece ho ricevuto a casa la lettera per diventare arbitro – racconta la giovane – Era una cosa che mi incuriosiva e che non avevo mai provato, così ho deciso di provare. A dire il vero non sono troppo amante del calcio; seguo giusto la Nazionale e ho una simpatia per l’Inter, niente di più. Quello che mi piace davvero è il punto di vista dell’arbitro, non tanto quello dei giocatori. Per non parlare dei genitori che vengono a vedere le partite dei propri figli, lasciandosi andare a offese di ogni genere, davanti alle quali occorre tapparsi le orecchie, anche se non è facile. Ricordo una mamma un giorno che mi ha urlato di andare a casa a fare la calzetta». Restando nell’ambito femminile, la liceale Giulia Lambardi, 17 anni, ha appena superato il corso e aspetta di poter dirigere la sua prima partita. «Non ho paura, sono soprattutto curiosa – spiega Giulia? – Se mi spaventano le eventuali offese del pubblico? No, sono abituata a sentirne di tutti i colori quando vado a guardare le gare di mio fratello». L’esordiente. Chi il rispetto delle regole ce l’ha nel sangue è Mattia Solito, appena 15 anni, con la passione dello sport. Il babbo è ispettore di polizia, la mamma poliziotto di quartiere. Lui, per ora, ha deciso di far rispettare la legge sui campi da calcio. «L’aspetto che mi piace di più del ruolo è il rispetto che i giocatori mi danno – afferma Mattia, che ha diretto la sua prima partita lo scorso dicembre, e ora arbitra gare di juniores – La parte più brutta invece sono i genitori dei ragazzi che giocano. Da loro arrivano le frasi peggiori».

Fa pensare che tutti i giovani arbitri indichino il comportamento di adulti come unico, o quasi, elemento negativo nello sport. Ancora più grave è come l’accusa arrivi non tanto ai giocatori in campo, quanto ai genitori di piccoli atleti che dovrebbero dare per primi il buon esempio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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