Pensione a rischio per aver fatto la comparsa in tv (guadagnando 130 euro): 67enne vince la causa contro l’Inps
Elba: il pensionato, secondo l’ente, doveva rinunciare all’intero assegno annuale. Tutto per la comparsa da 130 euro per la serie tv de “I delitti del BarLume”
ISOLA D’ELBA. Aveva rischiato di perdere oltre 15mila euro di pensione per averne guadagnati appena 130 in due giornate da comparsa nella serie televisiva Sky "I delitti del BarLume". Ora, dopo aver vinto in primo grado al tribunale di Livorno, ha ottenuto ragione anche in appello.
La corte d’appello di Firenze ha infatti respinto il ricorso dell’Inps, confermando che il pensionato elbano dovrà restituire soltanto la quota di assegno relativa al periodo in cui ha lavorato, e non l’intero trattamento previdenziale.
La comparsa in tv
Protagonista della vicenda un sessantasettenne ex bagnino e giardiniere originario del Bolognese e residente a Porto Azzurro. Assistito dall’avvocato Marco Guercio, con la collaborazione della consulente del lavoro Valentina Paoli, aveva contestato la richiesta dell’Istituto nazionale della previdenza sociale di recuperare le somme versate a titolo di pensione anticipata con «Quota 100» per il 2023 e per i primi due mesi del 2024. La contestazione era nata dopo che aveva lavorato come comparsa nella produzione televisiva, il primo e il 21 giugno del 2023, ricevendo 188 euro lordi (130 netti).
La vicenda
Secondo l’ente, il rapporto di lavoro subordinato - seppure limitato a due sole giornate e a un compenso davvero esiguo - era incompatibile con la pensione anticipata. Da qui la richiesta di restituzione dei ratei, secondo l’interpretazione statale che estendeva «gli effetti del divieto di cumulo all’intera annualità in cui era stato percepito il reddito da lavoro». Il sessantasettenne aveva impugnato il provvedimento davanti al tribunale di Livorno, ottenendo la ragione - come riportato dal Tirreno - nel luglio di un anno fa. La giudice del lavoro Federica Manfrè aveva stabilito che potesse trattenere quanto ricevuto per il 2023 e per gennaio e febbraio 2024, detraendo soltanto il reddito netto percepito per il lavoro svolto nel giugno 2023. L’Inps aveva quindi presentato appello, chiedendo di ribaltare la decisione. La corte, con una sentenza pronunciata pochi giorni fa, lo ha respinto, confermando la decisione di primo grado. I giudici hanno riconosciuto che la questione è controversa, anche alla luce dei diversi orientamenti giurisprudenziali, ma hanno ritenuto che la norma non preveda espressamente la perdita dell’intera pensione per l’anno in cui si è svolta un’attività lavorativa.
La proporzionalità
Al centro della controversia l’articolo 14 del decreto legge 4 del 2019, che disciplina «Quota 100». La norma stabilisce che la pensione non è cumulabile con i redditi da lavoro dipendente o autonomo fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia, fatta eccezione per il lavoro occasionale entro il limite di cinquemila euro lordi annui. L’Inps sosteneva che la violazione del divieto comportasse la perdita dell’intero trattamento pensionistico dell’anno. Una lettura avallata dalla Cassazione con una pronuncia di due anni fa, secondo cui «la sospensione integrale sarebbe giustificata dalla necessità di garantire l’effettiva uscita dal mercato del lavoro di chi beneficia del pensionamento anticipato e di favorire il ricambio generazionale». I magistrati hanno però deciso di rivedere l’orientamento, richiamando anche una successiva pronuncia della Corte costituzionale dello scorso anno. Quest’ultima aveva chiarito che la sentenza degli ermellini non costituiva un orientamento giurisprudenziale consolidato, lasciando ai giudici la possibilità di interpretare nuovamente la norma. Per il secondo grado di giudizio, il testo della legge parla di «non cumulabilità» tra pensione e redditi da lavoro, senza stabilire espressamente che la conseguenza debba essere la perdita dell’intero trattamento annuale. La sospensione, secondo l’ultima interpretazione, deve quindi riguardare i soli ratei coincidenti con il periodo in cui è stato percepito il reddito incompatibile. Una conclusione che, nel caso del sessantasettenne, evita una conseguenza veramente sproporzionata: perdere oltre 15mila euro di pensione a fronte di un compenso da lavoro di 130 euro. «Prendiamo atto con soddisfazione - spiega l’avvocato Guercio - che la corte d’appello di Firenze si sia accostata a un orientamento che noi abbiamo portato avanti e che è stato accolto dal tribunale di Livorno. È evidente come la richiesta dell’Inps fosse sproporzionata».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
