Il Tirreno

Il caso

Juve-Inter, daspo annullato a un 17enne: «Mio figlio un capro espiatorio, non fu lui ad insultare Lukaku»

di Gabriele Buffoni
Il rigore di Lukaku
Il rigore di Lukaku

Tar del Piemonte ha sancito che non ci sono prove che identifichino il ragazzo, un minorenne di Piombino

07 luglio 2024
3 MINUTI DI LETTURA





PIOMBINO. Ha dovuto attendere oltre un anno. Scontando, di fatto, quel provvedimento che gli vietava l’accesso agli impianti sportivi italiani fino alla fine. Ora, un mese e mezzo dopo la conclusione del Daspo, per un 17enne piombinese «è stata fatta finalmente giustizia. Tardiva, ma almeno si è appurato che lui con quella storia non c’entrava niente». A parlare è il padre, che Il Tirreno mantiene nell’anonimato – così come il figlio – per tutelare la privacy del minore.

Due giorni fa il Tar del Piemonte ha sancito che non ci sono prove che identifichino il ragazzo come l’autore degli insulti razzisti rivolti all’allora attaccante dell’Inter Romelu Lukaku nei secondi finali della gara di andata della semifinale di Coppa Italia tra Juventus e Inter, disputata lo scorso 4 aprile all’Allianz Stadium di Torino. Il Daspo fu notificato al giovane poco più di un mese dopo, il 20 maggio. Da allora «non è più potuto andare allo stadio a tifare al sua squadra del cuore – racconta il padre – e neppure al palasport qui a Piombino, per tifare il Basket Golfo che è l’altra sua passione sportiva. Come genitore non è stato facile vederlo per un anno intero in questo stato, un ragazzino ancora minorenne così limitato nella sua libertà. E per giunta senza prove certe che fosse stato lui a insultare Lukaku a quel modo».

In curva allo stadio quella sera del 4 aprile 2023 c’era anche lui. Era accanto al figlio «e quando Lukaku segnò il rigore dell’1-1 al 95’ scoppiò il pandemonio sugli spalti – racconta – ci saranno stati quasi 40mila tifosi juventini e tutti si misero a urlare contro di lui, contro la sua esultanza. E fioccarono le offese. Ma mio figlio era lì al mio fianco, non pronunciò mai quella frase che venne fuori in quel video diventato virale («scimmia del c...», nda) e che subito gli investigatori attribuirono a lui». Da allora per il giovane, finito sulla graticola per un episodio che destò sconcerto unanime nell’opinione pubblica, è iniziato un calvario. «Siamo andati anche a incontrare i vertici della Juventus, spiegando che lui non c’entrava niente, ma furono irremovibili – prosegue il padre – tutti quanti hanno voluto subito un capro espiatorio e l’hanno individuato in mio figlio. Che ha scontato fino in fondo un Daspo che, come dimostrato poi dai giudici del Tar, non aveva prove concrete a sostegno. Non solo: abitiamo vicino allo stadio Magona e se il provvedimento iniziale non fosse stato rivisto, dato che non avrebbe potuto trovarsi entro 500 metri dagli impianti sportivi, non avrebbe potuto nemmeno stare in casa».

Così, mentre la famiglia sta valutando di chiedere un risarcimento (dato che la sentenza del Tar è arrivata dopo la conclusione naturale del Daspo), il giovane piombinese sta già pensando di tornare allo stadio. «Non vede l’ora, ha già detto che non si vuole perdere la prima di campionato – racconta il padre – sono felice che si sia fatta chiarezza. Mi resta solo l’amarezza di chi, anche qui a Piombino, non esitò allora a puntare il dito contro un ragazzo di 16 anni senza neppure valutare le prove contro di lui».




 

Primo piano
Il dramma sfiorato

Viareggio, bimbo di due anni rischia di annegare in piscina: salvato dall’intervento della bagnina

di Roy Lepore