Gioco
Bimba morta a due anni, la mamma affidataria: «Avrei voluto seppellirla qui, ma non ho più diritti»
Parla Benedetta Pizzo, che dai tre mesi fino ai due anni si è occupata della bimba scomparsa a Sassetta: «I suoi occhi erano desiderosi d’amore»
SASSETTA. Cerca di farsi forza. E di far uscire le parole dalla bolla di dolore che dallo scorso 22 febbraio non la abbandona. Benedetta Pizzo è la mamma di Vittoria, la bambina di Sassetta di soli due anni tragicamente scomparsa in seguito a un aggravamento delle sue condizioni di salute, già fortemente compromesse. Formalmente Benedetta è la mamma affidataria della piccola: lei e suo marito Massimiliano Martellacci l’hanno presa con loro quando aveva 3 mesi e si trovava all’ospedale Meyer di Firenze. E allo stesso presidio pediatrico fiorentino si è conclusa la vita di Vittoria, dopo una corsa disperata in elicottero per tentare di salvarla. Proprio per questo loro status di affidatari però «quando è morta abbiamo perso ogni diritto – racconta – non abbiamo potuto nemmeno seppellirla a Sassetta dove è cresciuta ed è stata amata da tutti».
Signora Pizzo, perché non siete stati consultati in merito?
«Per la legge italiana non appena un bambino dato in affido a una famiglia muore l’affido decade e i diritti tornano ai genitori biologici: è una legge vecchia di 40 anni e non prevede alcuna tutela per la famiglia affidataria. Sia chiaro, lo so bene che una tomba è solo una misera consolazione. Ma fare una passeggiata tutti i giorni e andare a portarle un fiore al cimitero mi sarebbe bastato, mi avrebbe dato la sensazione di prendermene cura come ho fatto tutti i giorni negli ultimi due anni. Per riuscirci invece devo prendere l’auto e farmi oltre un’ora e mezzo di viaggio. E come me, anche i miei figli che le volevano bene».
Ne ha parlato con la mamma biologica di Vittoria?
«L’ho potuta incontrare solo il giorno del funerale, il 26 febbraio. A Sassetta abbiamo potuto fare solo una Messa in ricordo della bambina, mentre il funerale vero e proprio si è svolto in un paesino della Lucchesia, una frazione di Capannori. Durante la cerimonia l’ho ringraziata per aver messo al mondo Vittoria: lei le ha dato la vita e io l’ho amata fino alla fine. È morta tra le mie braccia. Il mio appello è che la legge tenga di conto anche le famiglie affidatarie, specialmente di fronte a un affido così importante iniziato pochi mesi dopo la nascita, come nel caso di Vittoria, e con una bimba tanto malata. Non voglio negare a nessuno il diritto di visitare la sua tomba, ma perché delle due mamme che ha avuto Vittoria, io dovrei essere tenuta in disparte? Non è giusto, e spero che il mio appello possa servire a cambiare la legge per altri genitori che potranno trovarsi a vivere una tragedia simile».
Quello di Vittoria non era il primo caso di affido di cui lei e suo marito vi siete fatti carico.
«Compresa Vittoria, io e mio marito abbiamo 11 figli: otto “naturali”, in più abbiamo adottato nostro figlio di 13 anni che avevamo avuto in affido pre-adottivo e Michela, che dopo 16 anni di affido ha scelto di essere adottata».
Com’è iniziato questo percorso?
«I figli non ci mancavano, ma con mio marito ci siamo chiesti: perché non possiamo voler bene anche a un bambino che in questo momento ha bisogno di una famiglia e di amore? È stata una scelta dettata dall’istinto, ma serve una preparazione accurata. Ci siamo rivolti al centro affidi dell’Asl e abbiamo seguito un percorso anche psicologico. Vittoria è stata l’ultima che ci è stata data in affido, attraverso il Progetto Ponte».
Di cosa si tratta?
«È un progetto che coinvolge alcune famiglie segnalate al tribunale dei minori di Firenze: si tratta di bambini tra gli 0 e i 2 anni che per vari motivi vengono tolti alle famiglie biologiche e può avere una durata massima di 6 mesi. Ne sono venuta a conoscenza attraverso le “Mamme Matte”, l’associazione di cui faccio parte. Ho incontrato Vittoria grazie a loro: era in terapia intensiva al Meyer con gravi patologie ad appena 3 mesi di vita. Era difficile trovare una famiglia che potesse accoglierla, amarla e darle le cure di cui aveva bisogno. Soprattutto, che la trattasse come una bimba normale. Ma la prima volta che l’ho potuta tenere in braccio è scattato qualcosa di indescrivibile: aveva gli occhi desiderosi solo di amore. E quando l’abbiamo portata a casa a Sassetta in poco tempo è entrata a far parte della quotidianità di tutta la famiglia, compresa quella dei suoi fratelli e sorelle che l’hanno amata fin da subito».
Consiglierebbe l’esperienza dell’affido a un’altra famiglia?
«Assolutamente sì. L’importante è donare il proprio amore. Spesso le coppie che non possono avere figli cercano i bimbi “perfetti” da adottare. Ma non esistono bambini di serie A e di serie B: se sono malati hanno bisogno comunque di amore. L’affido non è facile né scontato, perché a questo si aggiunge il fatto che lo scopo finale è quello di far tornare il bambino alla famiglia d’origine, una volta risolti i problemi che ne impedivano l’accudimento. Bisogna essere pronti, ma quello che danno questi bambini alle famiglie è molto di più di quanto diamo noi genitori affidatari a loro».
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