Toscana
Piombino, torna la speranza per l’acciaio. I lavoratori «Crediamo solo ai fatti»
La firma tra il governo e Metinvest vissuta dai lavoratori
PIOMBINO. La fermata dell’altoforno, l’ultima colata di ghisa quasi dieci anni fa. Poi la chiusura dell’area a caldo. Sono solo i primi colpi. Poi la cassa integrazione, il lavoro che non c’è più o che, nel migliore dei casi, arriva a intermittenza. E le speranze che, tra annunci, cambi di proprietà e accordi di programma disattesi, si spengono piano piano.
«Come si fa a non essere scettici dopo tutto quello che è successo? La cautela è d’obbligo, anche se i soggetti coinvolti sono seri e forse davvero potrebbe essere la volta buona». Le parole sono di Roberto Allori, ex capoturno al treno medio piccolo. Uno che in fabbrica è entrato da giovanotto, nel 1986, e non ci mette più piede dal primo luglio del 2015, quando lo stabilimento passò ufficialmente nelle mani dell’algerino Issad Rebrab e della sua Aferpi. Sembra passata una vita. Non si poteva immaginare quello che sarebbe accaduto poi. Le speranze di rilancio bloccate, come i capitali che dall’Algeria avrebbero dovuto spingere il progetto del polo siderurgico. Solo tre anni dopo la fabbrica viene rilevata dalla Jsw Steel del magnate Saijan Jindal. L’avvento del gruppo indiano ridà entusiasmo. Dura poco. Lo stabilimento piomba di nuovo in uno stallo: gli investimenti non si concretizzano e il lavoro non riparte. È solo un riassunto parziale e sommario della grande altalena di emozioni sulla quale sono saliti loro malgrado i lavoratori di Piombino: dall’entusiasmo alla delusione. Fino a quando la giostra si è fermata e ha prevalso la rassegnazione. La notizia del possibile arrivo della newco Metinvest - Danieli per la realizzazione di una nuova acciaieria da 2,7 milioni di tonnellate di acciaio, la cui prima pietra è stata posata mercoledì con la firma del protocollo di intesa con il governo, restituisce una prospettiva a un sito produttivo che ormai pareva essere in rottura prolungata. Si tratta di un accordo preliminare, sia chiaro, come lo stesso gruppo italo-ucraino ha spiegato. Ancora poco per essere ottimisti, soprattutto per chi ha lavorato una vita in uno stabilimento che, anno dopo anno, si è spento.
«Io là dentro non ci sono più entrato – racconta Allori – non ho mai capito il motivo, forse perché il mio era uno dei vecchi contratti, costavo troppo. Com’è stare in cassa per dieci anni? Il primo aspetto è la botta economica: ho due figlie di 20 e 13 anni, non è stato facile. Meno male mi hanno dato una mano i miei genitori». Come vive la notizia della firma del memorandum per la nuova acciaieria uno che, in fabbrica, non ci entra da così tanto tempo? «In questi anni sono sempre stato pessimista, ho sempre pensato che sarebbe finito tutto. Credo che tenere in piedi Piombino avrebbe ostacolato le industrie del nord. Non so, ora mi sembra diverso. La presenza di Danieli con Metinvest è una buona notizia, sono più fiducioso: staremo a vedere. Se mi piacerebbe tornare là dentro? Mi sono sentito tagliato fuori, amareggiato. Mi piacerebbe rientrare e una ripartenza sarebbe buona per tutta la città perché non si può vivere solo di turismo».
Cristiano Sabini in fabbrica di ha messo piede nel 2002, ora ha 49 anni. Sta seguendo la vicenda del polo siderurgico da addetto al magazzino del treno medio piccolo, ma anche come politico impegnato con Azione e iscritto al sindacato Fiom: «Lavoravo in acciaieria, poi dopo la fermata dell’altoforno sono rimasto a casa per sette anni. Non è stato facile: nel 2021 sono rientrato. La situazione è molto complessa. Lo scetticismo dopo tanti anni di delusioni è normale. Questa volta il peso dei soggetti scesi in campo e le caratteristiche del progetto fanno pensare che forse qualcosa di diverso possa accadere. Se mi avessero detto che la nuova acciaieria l’avrebbe realizzata Jindal ci avrei creduto poco, dopo i cinque anni di stallo che abbiamo vissuto».
Sabini lavora nel magazzino di un impianto che dovrebbe essere smantellato, qualora si concretizzasse il progetto degli italo-ucraini. «Lavoravo in acciaieria, sto assistendo allo smantellamento dell’area a caldo. Demolire senza un progetto per il futuro è doloroso, ma se ci fosse un qualcosa di concreto allora lo accetterei in maniera diversa». Anche Francesco Tenore, uno degli addetti al treno vergella, è rimasto a lungo fuori dal ciclo produttivo dopo la chiusura dell’ex area a caldo. «La situazione per noi è sempre più difficile, perché il lavoro scarseggia – racconta – si è presentata una nuova opportunità, ma occorre che si faccia in fretta. I lavoratori si sentono sconsolati e sconfitti. Di accordi e di progetti ne abbiamo sentiti tanti, ma una svolta non c’è mai stata. Ho due figli e sono separato, è logico che per me è importante che si crei una prospettiva. La cassa? In un primo momento siamo stati classificati come accattoni. Ma credo che ora la città abbia capito che se si ferma l’industria andranno in sofferenza tutte le altre attività». Quando nel 1996 Federico Parrini fu preso al lavoro nell’impianto della colata continua aveva 26 anni. «L’ambiente non era il massimo, ma la paga era buona – racconta – anch’io dopo la fermata dell’Afo 4 sono stato a casa sette anni. Poi mi si è presentata l’opportunità di rientrare come gruista presso le aree dei treni di laminazione. È un buon lavoro che però, progressivamente è diminuito: sono sempre più spesso a casa. Non so se questa sia la volta buona, ho la sensazione che ci sia qualcosa di concreto. Lo spero, perché riavere una prospettiva gioverebbe a tutta la città». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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